Un profilo per due

Un profilo per due

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Commedia francese lieve, che subordina qualsiasi credibilità all’efficacia del meccanismo comico (e secondariamente romantico), Un profilo per due è prodotto gradevole quanto pretestuoso ed effimero, che scorre fluido e si dimentica rapidamente.

Chi fa da sé, fa per due

Pierre, ottantenne perso nei suoi ricordi, vive in solitudine da quando ha perso la moglie. Sua figlia e sua nipote, preoccupate per lui, decidono di regalargli un computer, facendolo istruire al suo uso dal giovane Alex, fidanzato della ragazza. Pierre entra così in un sito di dating, conoscendo un’affascinante giovane donna, con cui inizia una stimolante conversazione virtuale. Quando arriva il momento del primo appuntamento, Pierre convince però Alex a prendere il suo posto… [sinossi]

Si muove nel solco delle più recenti commedie francesi che parlano di famiglia Un profilo per due. Un filone, quest’ultimo, che sempre più ha assunto i caratteri di un format standardizzato, a prescindere dagli specifici elementi di variazione che il singolo cineasta può inserirvi. Nel caso in questione, il regista Stéphane Robelin insiste sul tema, evidentemente da lui particolarmente sentito, della terza età: un argomento, quest’ultimo, che già Robelin aveva affrontato nel precedente E se vivessimo tutti insieme? (2011) Non è un caso, in effetti, che la tematica “familiare” (pur teoricamente non secondaria, nella trama, incarnata dal rapporto tra l’anziano protagonista e la nipote) passi rapidamente in secondo piano in favore del motivo del contrasto tra le generazioni, e dell’elemento detonatore (qui enfatizzato in modo da sfruttare tutto il suo potenziale comico) delle nuove tecnologie e delle loro potenzialità sociali. Un elemento che scatena una serie di situazioni che portano rapidamente il film dalle parti della commedia degli equivoci, disinnescandone tuttavia gli aspetti più marcatamente rocamboleschi; ciò grazie a un tocco (e di questo va dato atto allo script, opera dello stesso regista) abbastanza lieve, in grado di sfruttare anche il romanticismo della trama senza restarne prigioniero.

Proprio la levità è tra i punti di forza del film di Robelin, che non pretende di mettere in campo chissà quale riflessione sociologica o di sfruttare il tema del cosiddetto digital divide (da un po’ superato, anche a livello di analisi sociale) per ambire a uno status di commedia “impegnata”. L’intrattenimento resta il faro principale di Un profilo per due, che usa anche gli elementi scenografici (la “vecchia” Parigi ripresa prevalentemente in notturna, oltre a una Bruxelles priva della carica di inquietudine ultimamente conferitale dagli eventi di cronaca) in funzione di sottolineatura del (supposto) carattere casuale, episodico, gratuito degli eventi. Non è un caso che il prologo, che mostra l’incontro tra i due protagonisti, si svolga proprio su uno sfondo di questo tipo, e venga descritto come un incrocio casuale di vite lontanissime tra loro. Una levità che contrasta con il carattere in realtà attentamente studiato dello script, e con la “sceneggiatura nella sceneggiatura” attentamente preparata dal vecchio Pierre (un ottimo Pierre Richard). Non è un caso che il suo “studio” da lui operato sul personaggio, la sua attenta, meticolosa costruzione (tale da mescolare la sua mente col corpo del giovane Alex/Yaniss Lespert) siano prevalentemente diurni; mentre notturne sono tanto le chat, libere per definizione, tra lui e la giovane Flora, quanto gli incontri (sempre più difficili da controllare) tra quest’ultima e il ragazzo/alter ego.

Lieve quanto effimero, poco propenso a un’analisi delle psicologie che sia più approfondita di quanto il suo meccanismo comico (e, subordinatamente, romantico) richieda, Un profilo per due fa un ampio uso di stereotipi, servendosene senza problemi per portare avanti il suo discorso. Se il vecchio Pierre, nel suo schematismo (lo si intuisce ex bohémien e seduttore impenitente) trova anche la sua funzionalità narrativa, le cose scricchiolano di più col personaggio interpretato da Lespert; il cui mestiere (artista squattrinato) si somma in modo fin troppo programmatico e scoperto alla sua poco convinta mimica facciale, da perenne cane bastonato. La pretestuosità (dichiarata) del meccanismo viene accentuata da alcuni incastri narrativi che, a tratti, fanno scricchiolare pericolosamente l’intera impalcatura: la preparazione del primo incontro, le premesse e gli sviluppi del secondo, così come la poco convincente conclusione dell’intera vicenda, mostrano una subordinazione pressoché assoluta (ma in sé non necessaria) di qualsiasi concetto di cura e credibilità alle esigenze di scorrevolezza e fruibilità dell’intreccio. Ma la gratuità dell’intera operazione, il suo carattere intrinsecamente pretestuoso, sono in fondo ribaditi dal primo all’ultimo dei 100 minuti di film: lo stesso personaggio di Flora (una Fanny Valette che fa il suo), il suo carattere di puro innesco narrativo, testimoniano di un prodotto che, in definitiva, gioca da subito a carte scoperte.

Ai suoi limiti intrinseci, strettamente legati alla natura del prodotto, il film di Stéphane Robelin ne aggiunge altri, decisamente meno necessari e giustificabili: dai difetti di equilibrio narrativo (la rapida sparizione del personaggio della giovane Sylvie, il fin troppo brusco passaggio in secondo piano della “doppia identità”, agli occhi dell’anziano, del personaggio di Alex) a qualche furbizia di messa in scena difficilmente digeribile (i filmini di famiglia in 8mm ripresi nel nuovo millennio, esempio di concessione a un gusto vintage qui fin troppo gratuito e decontestualizzato). Eppure, un prodotto come Un profilo per due, nella sua onestà priva di pretese, nella sua dichiarata levità, finisce per suscitare infinitamente più simpatia di commedie acchiappaincassi (e dalle velleità decisamente superiori) come La famiglia Belier e Un’estate in Provenza. I limiti del prodotto risultano qui in parte (e solo in parte) controbilanciati dall’umiltà del suo approccio.

Info
Il trailer di Un profilo per due su Youtube.
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