Una famiglia

Una famiglia

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Melodramma esasperato ed esasperante, Una famiglia di Sebastiano Riso mette in scena il tema dell’utero in affitto lavorando su una regia vacuamente ambiziosa e su una scrittura confusa ed ellittica. In concorso a Venezia 2017.

Lo sguardo di Ostia

Vincent è nato cinquant’anni fa vicino a Parigi ma ha tagliato ogni legame con le sue radici. Maria, più giovane di quindici anni, è cresciuta a Ostia, ma non vede più la sua famiglia. La loro quotidianità dall’apparenza così normale lascia trapelare un terribile progetto di vita portato avanti da lui con lucida determinazione e da lei accettato in virtù di un amore senza condizioni. [sinossi]

Lo diceva Troisi che il secondo film è il più difficile da fare. La conferma arriva da Sebastiano Riso che, dopo un interessante anche se imperfetto esordio (Più buio di mezzanotte), cade purtroppo in maniera abbastanza goffa con Una famiglia, presentato in concorso a Venezia 74. Un film con cui tra l’altro si consolida la sensazione che il cinema italiano recente abbia una difficoltà enorme a gestire i toni del melodramma, da Quando la notte della Comencini ad Allacciate le cinture di Özpetek passando per Nessuno si salva da solo di Castellitto.

Nel caso di Una famiglia è proprio l’assunto a dis-equilibrare il tutto: infatti l’idea di affrontare il tema dell’utero in affitto, messo in pratica illegalmente da una coppia che risiede a Roma, si smorza ben presto perché innanzitutto non è ben motivata. Se lei, interpretata da una esagitata e rintronata Micaela Ramazzotti (e il cui personaggio si chiama in maniera sin troppo sintomatica Maria), non vorrebbe prestarsi più a fare da madre surrogata – e, anzi, non avrebbe mai voluto farlo – anche perché desidera tenersi almeno uno dei tanti figli che ha partorito (così tanti che non viene specificato il numero), lui al contrario è diabolicamente intenzionato a fargliene sfornare il più possibile avendo creato intorno alla cosa un vero e proprio racket. E a incarnare il personaggio di Vincenzo è un disorientato Patrick Bruel, catapultato senza rete dai fasti del cinema francese alle secche di quello italiano, e incapace di dare vita a un carattere che è sia immotivato nei comportamenti criminosi sia privo di passato (è di Parigi ma altro non si sa, probabilmente è fuggito da una situazione simile).
Una attività del genere, così dolorosa umanamente e così rischiosa per la salute, avrebbe avuto modo di essere e di esistere solo se fosse stata dettata da una reale indigenza economica. E invece lui tiene nascoste in casa palate di banconote (frutto evidentemente di precedenti figli venduti) e l’appartamento in cui vive con la sua donna è stato certamente rivisitato con gusto post-moderno da un architetto di livello.

Dunque perché farsi del male in questo modo e perché umiliare e deridere la propria donna se non per rispondere alle esigenze di un film che desidera così tanto mostrare le ‘brutture’ del mondo da superare il livello di credibilità? E perché spingere così tanto il pedale sull’auto-lesionismo dei personaggi se non per farci sentire la posizione giudicante del regista, che con tutta evidenza prova orrore per tale pratica e dunque non fa altro che condannare moralmente il suo protagonista maschile? Come fare a rendere credibile e in qualche modo ‘vivo’ un dramma simile se non ci si prova a identificarsi?
Tutto l’afflato di Una famiglia va verso questa madre mancata, questa donna privata dei propri figli, questa vittima assoluta; da un lato c’è il Male (il suo compagno), dall’altro il Bene, lei, povera (il marito non le fa gestire neanche venti euro) e indifesa. Uno schematismo che appare sinceramente eccessivo.

In più Sebastiano Riso vi mette di suo anche una malcelata ambizione autoriale, che si esplica in maniera grossolana con un elaboratissimo piano-sequenza in dolly, in cui sembra voler alludere nientemeno che al celebre movimento finale di Professione: reporter. Un litigio tra i due si sta concludendo con un gesto di violenza da parte di lui, e Riso ci fa uscire con la camera dall’appartamento, fa un variegato e dettagliato giro per il cortile e poi torna alla finestra iniziale da cui si vede la Ramazzotti ormai rimasta sola, piangente. Una stessa evidente presa di posizione registica la troviamo d’altronde più avanti, nel corso di una veglia funebre in cui si scopre essere morto uno dei bambini partoriti dalla Ramazzotti. Anche qui Riso fugge e con una panoramica a schiaffo inquadra la porta d’ingresso.
Ci si rifiuta dunque di vedere l’orrore negli occhi, ma allo stesso tempo vi si allude continuamente e anzi non si esce mai dal torbido spinto (lui ha messo su una vera e propria banda, visto che ha un paio di alleati); si insiste e ci si ritrae, per un gioco al vedo non vedo, parlo non parlo, che forse è più urticante ancora del vedere (e parlare) per intero.

Non si salva d’altronde nemmeno la scrittura di Una famiglia, nei primi minuti tesa a celare la vera natura della coppia e poi caratterizzata da una narrazione ellittica la cui autentica necessità viene dal tentativo di nascondere passaggi narrativi che non si è riusciti a ben gestire.
Infine – ed è l’aspetto che più dispiace – gli imbarazzi nel dirigere non poche scene portano al risultato di enfatizzare ogni cosa, a partire dalla recitazione. E allora via con urla incontrollate della Ramazzotti, e via con eccessi di vario genere (come il disastroso ritratto della coppia gay). Si finisce così più volte per arrivare al ridicolo involontario, come quando la protagonista si sfoga con il suo uomo perché lui ha perso quel bello sguardo che aveva un tempo a Ostia.
Insomma, peccato, perché in fin dei conti il tema è molto interessante, oltre che di grande attualità, e avrebbe meritato ben altri risultati.

Info
La scheda di Una famiglia sul sito della Biennale.
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