Novecento

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In Venezia Classici viene presentato il restauro in digitale di Novecento, forse il più ambizioso dei progetti di Bernardo Bertolucci, il racconto di poco meno di cinquant’anni di storia politica e sociale italiana nella contrapposizione tra il figlio di un padrone e un coetaneo contadino. Un’opera complessa e contraddittoria, ma sulla quale è doveroso tornare a discutere e a confrontarsi.

“Anche io sono un socialista dalle tasche buche”

Il film narra la storia di due italiani, nati nello stesso giorno, il 27 gennaio 1901, e nello stesso luogo, una grande azienda agricola emiliana, ma su fronti opposti: Alfredo Berlinghieri, figlio dei ricchi proprietari, e Olmo Dalcò, figlio di Rosina, contadina della medesima azienda, e di un uomo noto solo a lei. Proprio le lotte contadine e la Grande Guerra dapprima, e il fascismo con la lotta partigiana per la Liberazione poi, sono al centro dei fatti che si susseguono, con al centro, come filo conduttore, la vita dei due nemici-amici. [sinossi]

Nella storia del cinema italiano pochi film possono vantare il numero di elementi in aperta contrapposizione che annovera Novecento, forse il più discusso, magari anche il più discutibile, dei titoli partoriti dalla mente di Bernardo Bertolucci. Discusso da un punto di vista critico e storico, perfino ideologico, discutibile perché così assertivo da aprire il fianco a un confronto non scevro di dogmatismi. Il Novecento, il secolo breve, non fu secolo di lumi. I più brillanti, come Antonio Gramsci, patirono sulla propria pelle l’oscurità dei tempi. Fu un secolo di lampi guerreschi, di continui tentativi controrivoluzionari, di fantasie di popolo ridotte in grumi di sangue.
Il Novecento, impaurito dal dubbio, si fortifica nella nettezza dell’ideologia, di cui l’immagine può divenire il veicolo più potente. Attestato di verità. Come tale Bertolucci la utilizza nello svolgersi di Novecento, che prende il via dai tumulti della Liberazione per poi tornare indietro nel tempo, fino a quel giorno del 1901 in cui muore Giuseppe Verdi e nascono il figlio di possidenti Alfredo e il figlio di contadini Olmo; già la duplice contrapposizione viene esposta in maniera palese, con lo scontro di classe esplicitato attraverso i due protagonisti, uguali e opposti allo stesso tempo. Fragile e pavido il padrone, fiero e giusto il servo. La semplificazione può far storcere il naso, ma è il desiderio di un uomo della buona borghesia di parlare con la voce del popolo; anche su questo è legittimo aprire una discussione, ma sarebbe ingiusto leggervi dietro chissà quale malizia. Se fino a quel momento la visione politica di Bertolucci si era sempre contraddistinta per la sua postura intellettuale (i programmatici vitalismi godardiani di Prima della rivoluzione, la perfezione etica ed estetica de Il conformista, il Borges in salsa emiliana de La strategia del ragno) in Novecento si riverbera un afflato popolare, non esente da screziature populiste ma aperto alla glorificazione degli ultimi. Con questo gesto Bertolucci si smarca in maniera definitiva dagli insegnamenti pasoliniani, introiettati per lo più come base morale, e si concede al lusso del mainstream, della magniloquenza.

L’oppio hollywoodiano è la più logica delle assuefazioni, e si concretizza uno sposalizio già maturato lavorando al fianco di Sergio Leone su C’era una volta il west (in combutta anche con Dario Argento) e poi sancito dal successo perfino commerciale di Ultimo tango a Parigi. Novecento non è un film pensato per rammentare agli italiani la storia patria, come invece proveranno ripetutamente a fare con didascalismi vari Rulli e Petraglia, ma serve a raccontare al popolo statunitense ciò che accadde in Italia nei primi decenni del Ventesimo Secolo. Per fare ciò il regista ricorre in tutto e per tutto al cinema statunitense classico, partendo dalla basica contrapposizione tra buoni e cattivi (tutti socialisti dalle tasche buche i primi, tutti padroni e fascisti i secondi) fino ad arrivare al tripudio di bandiere rosse che invade lo schermo. A Hollywood non ne avevano mai viste così tante, è ovvio, né c’erano mai stati così tanti pugni chiusi; qualche anno più tardi Warren Beatty si disse intenzionato a superare quel record sul set di Reds, una delle rarissime incursioni nel dibattito marxista nella Mecca del cinema, ma poco conta.
Bertolucci aveva già compreso come l’immagine veicolante dell’industria potesse essere utilizzata al rovescio seguendo la medesima prassi. Novecento procede dunque durante le cinque ore di durata – altro sgambetto alle regole non scritte costruito proprio su quel gigantismo che solleticò il mento dell’age d’or di Hollywood – attraverso un accumulo di climax emotivi e di scene madri, al punto che ogni sequenza sembra finire in sé, chiusa in una perfezione a se stante. Ognuno potrà tracciare la propria classifica dei momenti topici, dalla sequenza della Prima Guerra Mondiale alla resistenza passiva delle donne di fronte alle forze dell’ordine, dalle efferatezze della coppia Betti/Sutherland al ballo campestre, dall’incontro dei due protagonisti con la prostituta Stefania Casini alla perdita della verginità di Dominique Sanda. Vertigini di cinema assoluto, privo di compromessi, che non si pone il tema del chiaroscuro e del controluce al di fuori del concetto puramente estetico e cinematografico.

Nel suo barocchismo mai banale Bertolucci trova coordinate che dal punto di vista politico sono poco più che delle formalità: non è certo arduo essere dalla parte della classe contadina quando dall’altro lato della barricata si ha a che fare con i biechi aguzzini fascisti, con gli affamatori del popolo, con i ricchi e dissoluti latifondisti. Il conflitto non trova compimento sullo schermo, se non nel progressivo morire interiore di Alfredo, disperato come suo nonno prima di lui (un gigantesco Burt Lancaster, con ogni probabilità il personaggio più strutturato del film), ma fuori da esso. È in atto la lotta tra l’alto borghese Bertolucci e il mondo contadino di cui non ha mai fatto parte. Una lotta a suo modo struggente. L’istinto di Bertolucci è lo stesso del giovane Alfredo: anche lui, istruito nelle lettere, vede i socialisti con le tasche buche con occhio puramente romantico, inneggiando alla purezza contadina, alle virtù di un sottomesso che è sempre καλὸς κἀγαθός. Come Alfredo però, anche Bertolucci non può fare altro che sdraiarsi sui binari in attesa che il treno che corre verso il convegno socialista gli passi sopra, unico modo per sentire di aver partecipato. Bertolucci sa scegliere la parte e sposarla con sincerità, ma è parte integrante di una lotta di classe nella quale fatica a trovare una collocazione. Novecento è il film di un marxista, ma di per sé non è un film marxista: nel contenuto, forse, ma non nella forma.
Eppure questa frattura, l’utopia folle di tenere insieme ideologie dell’immagine in aperta antitesi, è forse il tratto più affascinante e contemporaneo di un film che per ragioni anche storiche si è invece voluto raggelare nel tempo, ancorare all’epoca dei blocchi contrapposti. Bertolucci cerca il punto di fusione tra ovest ed est del mondo, celebrando l’epica ma volgendo la macchina da presa sui senza voce, intonando canti di protesta e abbracciando il divismo (De Niro, Depardieu, Lancaster, Sandrelli, Valli, Sutherland…), gridando una dolorosa verità sullo schermo e fingendola nel modo più spettacolare possibile. Un film berlingueriano, a ben vedere. Non rivoluzionario come avrebbe inteso Ėjzenštejn, ma piuttosto storico alla maniera di Bondarčuk. Se dopo quaranta anni si avvertono le ridondanze retoriche, è ancora possibile ammirare la profonda conoscenza del meccanismo a tratti inconscio dell’immaginario.

Tra flussi di sangue, sperma, escrementi e fango, Novecento è una mesta ballata sulfurea, una quadriglia stridente, un bozzetto borghese, una verace imitazione di Pellizza da Volpedo. Il primo dei film-monolite del suo autore, e per questo il più dimenticato, o forse persino rimosso. Andrebbe rivisto, invece. Non solo per cercare di comprenderlo, e neanche per riscoprire la gloriosa e coraggiosa storia del comunismo contadino e operaio, ma perché a suo modo Bertolucci non è mai stato così autobiografico, anche se del fascismo non visse che un’unghia di tempo, anche se non fu mai tecnicamente un padrone. Per questo al bello e bravo Olmo, così perfetto e incrollabile, viene naturale preferire il fascino ambiguo di Alfredo o meglio di suo nonno. Il dialogo tra il patriarca e il capofamiglia contadino vale da solo le cinque ore di Novecento. Nel quadro in pellicola, insieme, Lancaster e il “delatore” Sterling Hayden, il compagno che tradì la causa, qui in cerca di redenzione. C’è una Storia e una storia, e non sempre quella in minuscolo è meno degna di interesse.

Info
Il trailer di Novecento.
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