Ammore e malavita

Ammore e malavita

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Ammore e malavita segna il ritorno a Napoli dei Manetti Bros. a quattro anni di distanza da Song’e Napule; ancora una volta l’umore neomelodico si sposa al noir, ma stavolta i fratelli romani scelgono di mettere in scena in tutto e per tutto il codice del musical. Un’opera divertente e che dà una ventata d’aria nuova al panorama del cinema popolare italiano. In concorso alla Mostra di Venezia.

Il traditore

Napoli. Ciro è un temuto killer. Insieme a Rosario è una delle due “tigri” al servizio di don Vincenzo, “o’ re do pesce”, e della sua astuta moglie, donna Maria. Fatima è una sognatrice, una giovane infermiera. Due mondi in apparenza così distanti, ma destinati a incontrarsi, di nuovo. Una notte Fatima si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. A Ciro viene dato l’incarico di sbarazzarsi di quella ragazza che ha visto troppo. Ma le cose non vanno come previsto. I due si trovano faccia a faccia, si riconoscono e riscoprono, l’uno nell’altra, l’amore mai dimenticato della loro adolescenza. Per Ciro c’è una sola soluzione: tradire don Vincenzo e donna Maria e uccidere chi li vuole uccidere. Nessuno può fermare l’amore. Inizia così una lotta senza quartiere tra gli splendidi scenari dei vicoli di Napoli e il mare del golfo. Tra musica e azione, amore e pallottole. [sinossi]

Il titolo Ammore e malavita riesce, solo utilizzando due termini, a raccontare anche nei minimi dettagli il senso e l’indole della sesta regia per il cinema dei Manetti Bros., all’anagrafe Antonio e Marco: l’amore (il melodramma) e la malavita (il noir, il film “di camorra”), declinati in salsa partenopea grazie a quel raddoppio della m nella prima parola. Non si parla di amore, nel film, ma di ammore. Ed è giusto ricordarlo, perché non si tratta di un aspetto secondario. Sembra intessersi sempre di più nell’estetica dei Manetti quella città incasinata e marittima, sovrastata da un vulcano e sprofondante verso il golfo: quattro anni fa fu la volta di Song’e Napule, presentato con successo al festival di Roma, dove gli accreditati si aggiravano per le fredde aule dell’Auditorium canticchiando sottovoce “So so song’e Napule, sa sa sang’e Napule, sco sco scorre dint’ ‘e vene!”. Chissà se questo piccolo miracolo canoro si ripeterà al Lido di Venezia, dove il film viene presentato nel concorso ufficiale: già una conquista, vedere il cinema dei Manetti concorrere per il Leone d’Oro, fianco a fianco con Paul Schrader, Frederick Wiseman, Abdellatif Kechiche, George Clooney, Guillermo Del Toro. Una conquista non solo per il duo di cineasti, ma per una produzione popolare che nel corso dei decenni si è fatta sempre più rara in Italia, soprattutto per quel che concerne il sistema ufficiale. Vedere i loghi di Rai Cinema e delle sue succursali sullo schermo nero prima dell’inizio del film sembra dare aria a speranze che troppo spesso sono state disattese, quelle di riscoprire una volta per tutte il potenziale di una produzione non smaccatamente autoriale, non legata a quel dramma da interni, familiare (e familistico), che per esempio gronda dalle immagini di Una famiglia di Sebastiano Riso. Più volte si è sperato che i Manetti potessero aprire una pur timida pista, un pertugio in grado di far intravvedere l’altro lato dell’arcobaleno anche ai produttori e agli investitori più ciechi e autistici: una fantasticheria sbranata dalla realtà che ha voluto prima accogliere male a Venezia – ma fuori concorso – L’arrivo di Wang, quindi tracollare in sala l’ottimo Paura 3D (per colpa della pessima distribuzione gestita da Medusa), e infine colmare di elogi Song’e Napule senza che questo portasse, almeno all’apparenza, a niente.
Ma ecco di nuovo Napoli, ecco di nuovo la canzone, ecco di nuovo sentimenti spiegati a voce e pistolettate. Ecco di nuovo i Manetti nella città del caffè sospeso. Ecco Ammore e malavita.

Lo schema attorno al quale ruota il film è semplice, e riporta da subito alla mente gran parte della produzione hongkonghese, in grado di muoversi con agilità superiore a qualunque altra cinematografia (compresa quella statunitense, che gli fornì gli stilemi di base) sull’invisibile crinale che divide la commedia, anche quella a grana grossa, dagli aspetti più tragici dell’action e del noir. La domanda che agita le acque fino a quel momento calme di Ciro, il killer che lavora per il boss Don Vincenzo, è una sola: cosa si deve scegliere quando da una parte c’è l’amore di una vita e dall’altra il fratello in armi con cui si vive ogni singolo giorno la brutalità di una città irredenta?
I Manetti operano una duplice distorsione nello schema, dapprima presentando l’apice della “catena alimentare” del crimine – nel vero senso della parola, visto che Don Vincenzo è “il re del pesce” e si salva da un agguato, a parte il suo didietro, nascondendosi tra le cozze – come il principale corpo comico in scena, e dall’altro ribaltando il ruolo di Giampaolo Morelli: se in Song’e Napule era lui il punto nevralgico del film, qui il suo Ciro, pur fondamentale per l’intera narrazione, viene declassato da istrione ad asettico osservatore, e in seconda battuta esecutore. Morelli è privo d’espressione, per precisa scelta di scrittura, al soldo di due capibastone al contrario eclettici, pronti alla battuta, interamente costruiti sulla fisicità. È asettico ben più del suo carissimo Rosario (davvero notevole l’interpretazione di Raiz, già voce degli Almamegretta). Non si scompone più di tanto neanche quando si trova a tu per tu con l’amore di una vita, la verace Fatima, che per lui intona la più assurda delle canzoni del film, una geniale rilettura in dialetto di What a Feeling, scritta in origine da Giorgio Moroder per la colonna sonora di Flashdance e interpretata da Irene Cara. Il corpo freddo di Ciro è il contrappunto drammatico – a tratti persino troppo esibito, quasi che le due parti di cui si compone il film non potessero davvero dialogare fino in fondo, limitandosi a coabitare nel medesimo spazio ma con diversa concezione dello stesso – a un film scoppiettante, ricco di idee, e così stratificato da un punto di vista narrativo da doversi concedere qualche pausa per permettere allo spettatore di comprendere fino in fondo tutti gli snodi.

Non sarà perfetto, Ammore e malavita, ma non è vero come probabilmente affermeranno in molti che si sfilacci il discorso o che tiri eccessivamente per le lunghe il tutto: anche l’incipit, effettivamente monstre rispetto alla prassi, è giustificato da una serie di intuizioni così brillanti che non avrebbe senso eliminarle dal montaggio finale. Esagerano, i Manetti, ma lo fanno con uno spirito sincero, così come il mélo espanso a cui tanto deve il cuore appassionato di una città che trasuda letteralmente dallo schermo, in quei canti baritonali tra le viuzze, mentre sfrecciano moto e pallottole, o come quel mare che è esso stesso città. Vita. Mala Vita. Si muore sia per scherzo che per verità in Ammore e malavita; si muore per necessità e si muore perché non si può fare a meno di essere coerenti fino in fondo. I Manetti sfidano gli spettatori, costringendoli a immedesimarsi nel personaggio più carogna di tutti a ben vedere, quel Ciro che tradisce davvero – da principio per una ragione più che valida, in seguito solo per eseguire ciò che gli è stato insegnato da ragazzo – e uccide perfino l’amico di sempre. Così, quasi a sangue freddo. Quel Ciro che giustamente deplora il piano ordito da Don Vincenzo e donna Maria, ma poi lo esegue a sua volta. Ma è un esecutore, per l’appunto, non un creatore: solo alle donne è consentito “mettere in scena”, creare la tessitura narrativa, stupire con la finzione. La più grande finzione di tutte: la morte stessa. Quella morte che è quotidianità per chi vive nel sottobosco criminale, quella morte che scivola fuori da ogni canzone in scena, quella morte che è parte integrante della vita, così come l’amore, il sentimento, unico appiglio a un’umanità imbastardita.
I Manetti, grazie anche all’ottimo lavoro di Pivio e Aldo De Scalzi in fase di colonna sonora, ordiscono un musical che sposa le regole del genere ma le rimette in scena con uno spirito scanzonato, quasi buttato via, con un’alzata di spalle. Ma non mancano le coreografie, alcune davvero minimali eppur sorprendenti (quello schioccare di dita dei fantasmi sugli scogli…), e non manca mai l’idea. Così come arriva a supporto un cast in splendida forma, a partire da un monumentale Carlo Buccirosso fino al Gennaro interpretato da Franco Ricciardi, che già aveva rapito le orecchie del pubblico in Song’e Napule intonando A verità, e che qui è un ingessato e rigoroso scagnozzo del boss. “Nun è Napule”, cantano nel finale i protagonisti, perché nessun altro posto sarà mai come casa. Nonostante le pallottole. Nonostante l’ammore e la malavita…

Info
Una clip di Ammore e malavita.
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