The Devil’s Candy

The Devil’s Candy

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Interessante tentativo di fondere le inquietudini dell’horror con la più standardizzata iconografia heavy metal, The Devil’s Candy trasmette genuina inquietudine, restando tuttavia un po’ involuto sul piano della costruzione narrativa.

Il diavolo veste metal

Jesse, pittore con la passione per la musica heavy metal, si trasferisce con sua moglie e sua figlia adolescente in una casa nel mezzo della campagna texana. Anni prima, nella proprietà, si era consumata una tragedia che aveva visto la morte degli anziani proprietari, e aveva lasciato il figlio Ray in uno stato mentalmente disturbato. Quando Ray torna ad aggirarsi intorno alla villa, chiedendo di poter “tornare a casa”, le cose prendono una piega inquietante: l’uomo, infatti, sembra agire in preda di una forza ultraterrena, la stessa che sta ora minacciando l’equilibrio mentale di Jesse… [sinossi]

Quella con la musica heavy metal è un’associazione tutt’altro che nuova per un immaginario altamente codificato come quello orrorifico, in virtù di una lunga storia di scambi reciproci, oltre che di ovvie e intuitive affinità iconografiche. Resta tuttavia compito arduo, nel 2017, far accettare in termini seri, e non autoironici, una vicenda in cui le distorsioni di una chitarra elettrica rappresentino parte integrante dell’intreccio di genere, e in cui la standardizzata, e dozzinale, iconografia del filone metallaro venga proficuamente riutilizzata allo scopo di suscitare inquietudine.
Il ricordo di un cult movie naïf, a suo modo rappresentativo, come Morte a 33 giri, e di tutta la successiva smitizzazione parodistica dell’immaginario metal (e soprattutto della sua componente più scenico/grandguignolesca) rende difficile, oggi, un accostamento proficuo e produttivo tra i due mondi. Ci ha provato, in tempi e modi diversi, Rob Zombie, travalicando consapevolmente, però, i ristretti confini di quell’immaginario, ed evocando analogie e suggestioni non sempre direttamente riconoscibili. Analogie proprio per questo, probabilmente, tanto più efficaci.

Nel segno dell’assonanza diretta tra i due mondi, invece, di un’assoluta fedeltà visiva all’iconografia metallara, nonché di una totale ricerca di serietà nell’approccio alla materia, si muove The Devil’s Candy. Un film, quello dell’australiano Sean Byrne (il suo titolo precedente, il torture movie The Loved Ones, risale al 2009) che è stato fatto circolare per oltre due anni attraverso festival più o meno indipendenti (in Italia, l’abbiamo potuto vedere al Torino Film Festival 2015) prima di essere distribuito tramite VOD negli USA, e di giungere ora a una distribuzione italiana in sala.
Un film, quello di Byrne, che se da una parte sfrutta le suggestioni più superficialmente orrorifiche dell’immaginario metal (specie nella sua insistenza a rappresentare, descrivere – e spesso esaltare – la classica raffigurazione cristiana del diavolo), dall’altra identifica in realtà nella musica (e più in generale nella produzione artistica) un ideale e potente antidoto contro il Male. In questo senso, il modo in cui il folle Ray (un ottimo e inquietante Pruitt Taylor Vince) tenta di reagire alla possessione nella prima sequenza, tramite un singolo e prolungato accordo di chitarra, risulta in sé molto esplicito.

Visto in quest’ottica, e al netto delle sue scelte di iconografia e messa in scena, il film di Byrne punta a perpetuare un’equazione piuttosto trasparente, e tutt’altro che nuova per il racconto fantastico in generale: quella dell’arte come elemento di sfogo, ma anche come resistenza, compensazione e produttivo incanalamento, nei confronti delle pulsioni più distruttive e antisociali. Lo stesso comportamento del protagonista, abile pittore oltre che metallaro DOC (a partire dal look e dall’abbigliamento), che riversa su tela le ossessioni e le immagini di morte che l’entità demoniaca gli sta instillando nella mente (impedendosi così di dar loro un seguito pratico) risulta in tal senso abbastanza significativo. The Devil’s Candy, da questo punto di vista, gioca quindi a carte scoperte, non mostrando di tenere particolarmente alla stratificazione del messaggio, o alla voglia di celarne dietro a chissà quali metafore le premesse. In questa caratteristica, il film si muove in linea, in fondo, con quel certo grado di immediatezza e leggibilità che ha sempre contraddistinto il genere, pur nelle sue varianti più cerebrali.

Laddove il film di Byrne, tuttavia, risulta esplicito concettualmente (e in fondo, in questo, piuttosto “conservatore” nella filosofia), si nota una inversa tendenza alla sottrazione sul piano dell’estetica, e della traduzione della vicenda in immagini. Pur nel rispetto del più superficiale armamentario visivo del filone, The Devil’s Candy tende infatti a suggerire e alludere, più che a mostrare: generando, in questo, un interessante contrasto con le caratteristiche dell’immaginario in cui si muove, quasi negandole con la sobrietà della sua messa in scena.
Le scelte di montaggio del film di Byrne vanno in senso opposto rispetto alla frenesia di tanti horror moderni: l’unica sequenza in cui viene fatto uso di un montaggio più serrato (quella che alterna la sequenza di un omicidio alla nevrotica produzione di un dipinto da parte del protagonista) spicca per funzionalità ed eleganza nella costruzione. La gestione del racconto su un crinale costantemente sospeso tra realtà e allucinazione, la sua possibile lettura in senso realistico e psicanalitico, l’introduzione dell’elemento paranormale attraverso brevi ed efficaci inserti, avvicinano in questo senso il film alla concezione del genere in voga qualche decennio fa; impattando tra l’altro un sottogenere (quello demoniaco) in sé rischioso per il suo alto grado di standardizzazione.

Per una volta, tuttavia, è la breve durata di un film come The Devil’s Candy (circa 80 minuti) a finire per rappresentare un limite, più che un punto di forza: un limite che si somma in questo a una certa involuzione narrativa, concorrendo a trasmettere l’impressione di una vicenda le cui (notevoli) potenzialità non sono state completamente sfruttate. Una più attenta esplorazione delle dinamiche interne al nucleo familiare protagonista, specie quelle tra il capofamiglia (molto efficace l’interpretazione di Ethan Embry) e sua figlia adolescente, avrebbero potuto dare maggior sostanza e impatto al successivo elemento orrorifico.
In questo senso, la filosofia mutuata dalla narrativa di Stephen King (a cui pure Byrne guarda), ovvero quella di un orrore che perturba e sconvolge il quotidiano, ma in un certo senso finisce anche, per molti versi, per rispecchiarne le dinamiche, resta più teorica che effettiva. Le accennate tensioni tra un padre e una figlia entrambi, in fondo, teenager nell’anima (con un modo di esserlo radicalmente diverso da quello dei teen horror moderni) vengono rapidamente spazzate via dalla corsa della storia verso un finale indubbiamente suggestivo. Il tutto, suggellato da For whom the bell tolls dei Metallica (e da un font che, nei titoli di coda, farà felici tutti gli inguaribili nostalgici), lascia infine pieni di una salutare ed “energica” inquietudine; pur al netto del retrogusto amaro per l’avvertibile senso di incompiutezza che il film trasmette.

Info
Il trailer di The Devil’s Candy.
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