The Third Murder

The Third Murder

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Presentata in concorso a Venezia 74 la nuova opera di Hirokazu Kore-eda, The Third Murder. Nella forma inedita per lui del film processuale tornano i temi classici del regista giapponese: il dramma familiare, l’assenza e la scomparsa di un parente, il rapporto tra genitori e figli. Ancora una volta un cinema sui riverberi dell’esistenza, un cinema che registra la condizione dopo una tempesta.

I ciliegi fioriscono tardi nell’Hokkaido

L’avvocato Shigemori si assume la difesa di Misumi, un uomo accusato di omicidio che già ha scontato una lunga pena per un precedente omicidio di trent’anni prima. Le possibilità per Shigemori di vincere il processo sembrano esigue. Il suo cliente si proclama colpevole pur sapendo di andare di fronte alla pena di morte. Ma man mano che indaga nella vicenda, sentendo le testimonianze dei famigliari della vittima e lo stesso Misumi, Shigemori inizia a dubitare che questi abbia effettivamente commesso il delitto. [sinossi]

I ciliegi fioriscono tardi nell’Hokkaido, dice una battuta del film che allude all’isola più a nord dell’arcipelago nipponico, dove è ambientata una parte di The Third Murder. Un luogo in cui fa molto freddo e di conseguenza le fioriture sono ritardate. Ma non importa quando, i fiori prima o poi sbocceranno per poi velocemente appassire, la vita farà comunque il suo ciclo, un ciclo breve – e non esente da traumi – come nella fioritura del ciliegio, la massima espressione della tradizione nipponica, la bellezza che dura un attimo, la caducità e l’impermanenza dell’esistenza.

Con The Third Murder, presentato a Venezia 74 in concorso, Hirokazu Kore-eda approda a una forma inedita del suo cinema, quello del film giudiziario, del film processuale, seguendo quel lungo filone che passa per i noir classici di Fritz Lang, Robert Wise e poi di John Frankenheimer e Sidney Lumet, o i film francesi di André Cayatte. Genere poco battuto nell’ambito del cinema nipponico, che annovera poche opere come The Great White Tower incentrato su un processo per malasanità. Una forma che comunque già Kore-eda anticipava nel precedente Ritratto di famiglia con tempesta, nella figura del protagonista, detective pasticcione per necessità.

Kore-eda esplora i tanti paradossi della giustizia, le contraddizioni di un sistema, in un paese moderno, che prevede la pena di morte da infliggersi anche mediante impiccagione. Contraddizioni che comunque sono universali. Tra un avvocato che difende un accusato di omicidio e il suo cliente che rapporto si crea? Se il legale è consapevole della sua colpevolezza e punta all’assoluzione non è a sua volta moralmente connivente o basta il diritto alla difesa garantita a tutti a giustificarlo? Da questo punto di vista il protagonista del film Shigemori assume un atteggiamento pragmatico con i colleghi del collegio difensivo, senza porsi troppi problemi: “A prescindere dai fatti questa sarà la nostra linea difensiva, tanto non sapremo mai qual è la verità”.
Un atteggiamento cinico quello degli avvocati che si presentano alla famiglia della vittima con i soliti dolci da portare ogni volta in queste situazioni. La verità processuale è sempre un’approssimazione – e probabilmente non solo quella – stabilita com’è da esseri umani, persone fallibili come tutti. E la pena scontata può rappresentare veramente un modo di reinserimento del colpevole nella società? Non ne è convinto il padre di Shigemori, giudice in pensione che all’epoca condannò Misumi per il primo delitto.
Una condanna magnanima secondo lo stesso Misumi ma inflitta in realtà controvoglia da chi crede, come si vede in un dialogo tra padre e figlio, che le male erbe vadano semplicemente e definitivamente estirpate. Emerge inoltre la grande responsabilità di giudici, dei magistrati giudicanti, le uniche persone titolate nei nostri sistemi democratici a disporre della libertà o meno degli individui. Un ruolo delicatissimo per il quale è facile scadere nell’abuso. E il discorso tocca anche il concetto stesso di libero arbitrio. Trent’anni fa la giurisprudenza credeva che i crimini nascessero dalle condizioni sociali, sostiene sempre il padre di Shigemori per motivare la sua magnanimità. L’avvocato e l’imputato arrivano quasi a combaciare come in uno specchio nella straordinaria scena del loro dialogo dal vetro separatorio, in cui il volto dell’uno si riflette sull’altro, come un campo controcampo senza stacchi. Possono essere interscambiabili le loro vite? Sono dipese dalle circostanze o dall’educazione, quindi dai genitori?

Fin qui tutto un campionario di personaggi e situazioni che potrebbero benissimo appartenere anche al nostro star system giudiziario, da Michele Misseri ad Angelo Izzo. Ma infilandosi nel courtroom movie, nel legal drama, dei ribaltamenti e dei colpi di scena, Kore-eda con The Third Murder ritrova Rashomon. Alta e sofistica la dialettica processuale, che decolla ben oltre i fatti stessi di partenza. Nessuno sembra dire la verità e la cosa pare anche essere poco importante. L’omicidio questa volta in Kore-eda è visto due volte, secondo due modalità diverse, senza e con la partecipazione della ragazza. Se pure la seconda volta è seguita dal volto dell’avvocato, forse a suggerire che si tratti di un momento onirico, della sua ipotesi di lavoro, questo basta a smontare le immagini del loro status di verità assoluta, inserendo una concezione relativista, richiamata anche dalla parabola buddhista dei ciechi e dell’elefante. Rashomon appunto. Se Kore-eda fa qualcosa che di solito non fa, far vedere quel trauma originario che di solito non mostra, che è avvenuto prima dell’inizio del film, provvede però subito a toglierne il valore assoluto. I traumi sono due, uno odierno, sdoppiato in due versioni, l’altro di trent’anni addietro. E poi ci sarebbe anche il terzo, alluso dal titolo stesso del film, forse suggerendo l’esecuzione successiva di Misumi.

In fondo il film giudiziario serve a Kore-eda per tornare ai suoi temi cari, i legami familiari, i rapporti tra genitori e figli che qui si moltiplicano per tanti personaggi, fino ad arrivare al padre giudice dell’avvocato Shigemori, già un conflitto nella professione, fino anche a richiamare ai crimini che potrebbero essere il risultato di colpe dei genitori. E poi l’assenza, di un membro del nucleo familiare, qui provocato da un delitto.
E in The Third Murder torna l’immagine forte della tempesta, stavolta una tormenta di neve. Quelle tempeste della vita che permettono al regista di contemplare i riverberi dell’esistenza, di collocarsi sempre dopo una di queste. Quelle tempeste che, proprio come i tifoni tropicali, si manifestano con una certa periodicità, breve, lunga, anche di trent’anni. “Nel corso della giornata, apparentemente tranquilla come un mare piatto, la marea sale e scende, e piccole onde increspano costantemente la superficie. In questo film ho contemplato e ritratto quelle piccole onde che riemergono nel corso di una vita. Non ci sono tempeste. Viene rivelato solo quello che precede e segue un evento drammatico. In altre parole mi sono concentrato sulle premonizioni e sui riverberi dell’esistenza, perché sono convinto che sia lì che si nasconde l’essenza della vita”: è il manifesto del cinema di Kore-eda in una dichiarazione a proposito del film Still Walking. Ci saranno nuove tempeste, è inevitabile. Ma prima o poi fioriranno i ciliegi anche nell’Hokkaido.

Info
Il trailer originale di The Third Murder.
La scheda di The Third Murder sul sito di Venezia 2017.
Il sito ufficiale di The Third Murder.

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