Intervista a Mohamed Challouf

Intervista a Mohamed Challouf

Tra i film di Venezia Classici è stato presentato anche El-haimoune (Les baliseurs du désert, noto anche come I figli delle mille e una notte) di Nacer Khemir, capolavoro del cinema tunisino. Ad accompagnare il film, oltre al regista, c’era Mohamed Challouf, consigliere artistico della nascente Cinémathèque Tunisienne. Lo abbiamo incontrato per parlare del patrimonio cinematografico tunisino, panafricano e panarabo, della situazione del restauro in Africa e del legame post-coloniale con la Francia da spezzare, o quantomeno allentare.

Partiamo dal restauro de I figli delle mille e una notte, portato a termine dalla Cinematek belga: com’è nata l’idea, come si è sviluppata, in che modo è stata coinvolta la Tunisia nel restauro? E cosa ne pensi del lavoro che è stato fatto?

Mohamed Challouf: Bisogna partire da lontano, dall’aver organizzato molte iniziative sul cinema africano e panarabo, a Perugia, a Milano, a Verona con padre Zanotelli, che era un mio caro amico prima che ci perdessimo di vista. Prima non esisteva nulla sul cinema africano, ora qualche film arriva dai festival. Avevo creato Le giornate del cinema africano a Perugia, nel 1982… Dopo aver organizzato tutte queste iniziative sia in Italia che in Tunisia, ho preso coscienza del fatto che se parliamo di cinquant’anni di cinema africano e arabo, vuol dire che abbiamo prodotto tanto e che c’è un patrimonio da salvaguardare. Ho preso coscienza di questo e frequentando L’immagine ritrovata e Il cinema ritrovato di Bologna si è consolidata l’idea di fare qualcosa per questo patrimonio culturale. Un anno a Bologna ho incontrato Nicola Mazzanti, attuale direttore della Cineteca di Bruxelles: a fare da tramite fu il mio vecchio amico Marco Müller, che conoscevo perché veniva a Tunisi e andava a Ouagadougou (uno dei pochissimi italiani, insieme a Roberto Silvestri, presenti in Burkina Faso durante il festival). Così ho conosciuto Mazzanti e abbiamo iniziato a parlare e abbiamo scelto di iniziare a lavorare su I figli delle mille e una notte, perché è un film diventato mitico in Italia, Enrico Ghezzi l’aveva mostrato molte volte su Fuori Orario, ed è considerato il primo film africano e arabo uscito nelle sale italiane. Dopo la presentazione a Venezia ci fu una sala milanese, il cineclub Obraz, che lo programmò per due settimane. Era la prima volta che un film del mondo arabo, dell’Africa, uscita in Italia, seppur attraverso una distribuzione non ufficiale, parallela. L’abbiamo scelto, dunque, e abbiamo risolto molti problemi burocratici, perché abbiamo ancora molti problemi: oltre a non sapere che fine hanno fatto un gran numero di negativi, abbiamo anche problemi con la burocrazia tunisina. Per poter “liberare” il film c’è voluto l’intervento dell’allora ministro della cultura Mourad Sakli (l’attuale ministro è Mohamed Zine El Abidine, NdR). Dopo molti tentativi, e dopo aver fatto pressione, alla fine il film è partito alla volta di Bruxelles, dove è stato restaurato. A questo punto Stefano Francia Di Celle l’ha subito opzionato per Venezia Classici. Speriamo di inaugurare con questo una serie di restauri, perché la Cinémateque Royale de Belgique ha già firmato accordi con registi del Burkina Faso come Gaston Kaboré per il suo primo lungometraggio, molto bello, Wend kuuni, Il dono di dio. Hanno firmato anche per due film del regista tunisino Nouri Bouzid, L’uomo di cenere e Les sabots en or. Io ho facilitato questi passaggi. Intanto la Cineteca di Bologna, con la Fondazione Scorsese e la FEPACI (Fédération panafricaine des cinéastes), ha annunciato il restauro di cinquanta film africani con la collaborazione dell’UNESCO per iscriverli nel patrimonio universale dell’umanità. Ottimo, ma non bastano cinquanta film: ci vogliono altre realtà e altri paesi facciano qualcosa. Abbiamo per questo dato il via a questa iniziativa, che dovrebbe muoversi in sintonia con il progetto più ambizioso in piedi per ora: dare vita finalmente alla Cineteca Tunisina.

Ora arriviamo anche alla Cinémathèque Tunisienne, che è uno degli aspetti fondamentali… Però ti volevo chiedere qualcosa di più sulle difficoltà burocratiche. Sono legate agli aventi diritto?

Mohamed Challouf: In Tunisia la situazione è strana. I negativi che sono in Tunisia sono stati prodotti da produttori indipendenti con l’aiuto dello Stato, che dava una sovvenzione e aveva una società che produceva direttamente, la SATPEC (“Société anonyme tunisienne de production et d’expansion cinématographique”, NdA). Un giorno lo Stato si è disfatto di questa struttura, che era anche laboratorio, e l’ha venduta a Tarak Ben Ammar. I diritti dei film a questo punto sulla carta sono tornati ai produttori indipendenti, ma lo Stato non ha intenzione di mollarli davvero e quindi tende a mettersi di traverso. Dopo gli avvenimenti del 2011 c’è un momento di confusione nell’amministrazione tunisina. Si è creato un Centro Nazionale del Cinema, che è entrato in conflitto con la Direzione Nazionale del Cinema…

La Direzione Nazionale è ministeriale. Invece il Centre…

Mohamed Challouf: Il Centre National fa parte del ministero, ma è un’entità autonoma. Questi conflitti cui facevo cenno prima hanno complicato il lavoro sul film di Nacer. Il paradosso più grande è che nonostante sia stato creato il Centro Nazionale del Cinema, questo non ha alcun potere sui negativi dei film. Davvero assurdo. In questa situazione abbiamo sofferto moltissimo. Per fortuna il ministro Mohamed Zine El Abidine, che è in carica da un anno, ha assicurato che i negativi verranno liberati da questo giogo burocratico.

Esiste un archivio dei negativi in Tunisia? Una catalogazione del materiale?

Mohamed Challouf: Sì, ma non è nelle condizioni ideali per preservare dei negativi. Deve essere fatto qualcosa per cambiare questa situazione. I negativi sono ora nello stabile della vecchia SATPEC, un edificio malmesso che non ha le condizioni minime per la conservazione. Attraverso la creazione della Cineteca vogliamo prendere in mano questa situazione con l’aiuto di varie realtà europee, come Bruxelles, Lisbona, Bologna e Tolosa. Il primo passo è formare professionalmente i nostri giovani per riuscire più avanti a restaurare direttamente e sistemare da soli il nostro archivio. Stiamo pensando di trasferire il materiale da dove si trova ora all’interno della Biblioteca Nazionale, che ha un sistema igrometrico ideale per conservare l’archivio. Prima di venire a Venezia abbiamo chiesto a Nicola Mazzanti di venire a Tunisi per fare un sopralluogo e fornirci la sua consulenza su come comportarci. I film tunisini poi non sono tutti sul territorio, molti si trovano in laboratori e archivi francesi, o anche altrove. Una cineteca che non ha un archivio e un laboratorio non è una vera cineteca. Abbiamo anche il problema che non possiamo praticamente più proiettare in 35mm, perché il sistema è stato abbandonato. Visto che la cineteca non vuole monopolizzare la situazione, ma intende decentralizzare per dare a tutti accesso alla cultura, è fondamentale anche digitalizzare il nostro archivio e metterlo a disposizione di tutto il pubblico tunisino, non solo di quello della capitale, dove ancora si trova qualche proiettore in pellicola. Tunisi è una città fortunata: ha il festival di Cartagine e ha tutte le iniziative organizzate dai centri culturali stranieri. L’ambizione della cineteca è dunque quella di decentralizzare, ma anche di formare le nuove generazioni all’immagine. Programmi speciali per i bambini e per i giovani sono fondamentali per dare un futuro alla propria cinematografia.

Qual è lo stato attuale delle sale in Tunisia?

Mohamed Challouf: Un vero e proprio disastro. Ci sono poche sale in Tunisia: una decina a Tunisi, una nella mia città, Susa, una a Sfax. C’è in pratica una sala a città, tutto il resto è stato abbandonato. La Pathé ha in progetto la creazione di multisale, ma sempre nell’area di Tunisi. Ci saranno le tre sale della Cité de la Culture a Tunisi, un grosso progetto che aprirà il prossimo marzo e vedrà una cittadella della cultura con l’Opera, il Museo di Arte Contemporanea, il Teatro di Danza. Ma non basta. All’interno del paese la situazione è tragica: si comincia a equipaggiare delle case della cultura con dcp, ma è ancora poco. A Tunisi la pellicola si trova, ma all’interno del paese è cosa morta, sia il 35 che il 16 millimetri. Come provocazione quest’anno, in un festival che organizzo in un frantoio nella piccola cittadina di Hergla, un porto sul Mediterraneo dove Roberto Rossellini girò Gli atti degli apostoli e Il Messia, e dove seleziono cortometraggi e documentari africani e arabi, ho allestito un omaggio alle maestranze tunisine. Montatori, direttori della fotografia, sceneggiatori, fonici. Una sezione interamente dedicata al cinema tunisino con proiezioni in 35mm, 16mm e Super-8. Abbiamo avuto enormi difficoltà perché non esistono più supporti per proiettare questi film. Abbiamo fatto un miracolo portando un 16mm dall’Italia, trovando due 35mm nelle case della cultura in piccoli villaggi, macchine fuori uso da anni e anni, e trovando nella federazione tunisina dei cineasti amatoriali due macchine per proiettare il Super-8. Un modo per ricordare un passato molto vicino ma che sembra oramai lontanissimo. La Cineteca dovrà avere a disposizione tutti i formati, perché un film pensato in pellicola deve poter essere proiettato in pellicola. Bisogna prendere spunto da realtà come quella di Lisbona, dove quando restaurano un film prima di digitalizzarlo fanno anche una nuova copia in 35 millimetri o 16. Il ruolo di una cineteca è anche quello di preservare le tecniche della proiezione. Anche i proiezionisti devono essere omaggiati. L’anno scorso si sono festeggiati i cinquant’anni del cinema tunisino, da quando nel 1966 uscì nelle sale L’Aube di Omar Khlifi, e abbiamo omaggiato i nostri tecnici, con una medaglia. Una medaglia è andata a un proiezionista ambulante, che lavorava nell’isola di Gerba e portava il cinema nelle zone rurali. La cineteca deve avere memoria anche su questo, senza focalizzarsi solo sui registi. Ma dietro un grande film c’è una squadra, e va ricordato.

Com’è stata la reazione del pubblico tunisino a queste iniziative?

Mohamed Challouf: Le nuove generazioni sono incuriosite, perché non hanno alcuna memoria di ciò che è stato il cinema. Abbiamo portato a Hergla una moviola, per mostrare come venivano tagliati i film; abbiamo voluto far vedere che il cinema era un lavoro collettivo, molto duro e costoso. Se noi abbiamo una memoria cinematografica lo dobbiamo all’esistenza della pellicola: siamo tutti entusiasti dell’alta definizione e del 4K, ma sono supporti fragili, potrebbe svanire nel nulla. Invece la pellicola, se conservata bene, può durare secoli. La gente è stata molto attenta e attraverso la pagina Facebook dell’evento ha avuto molte condivisioni. La gente si è accorta che il cinema è anche una questione di tecnica.

Arriviamo ora alla Cinémateque Tunisienne, già presente sui titoli di testa della versione restaurata de I figli delle mille e una notte. Qual è lo stato attuale? E quale l’obiettivo finale?

Mohamed Challouf: L’obiettivo è quello di dare vita a un’entità che possa prendere subito parte alla FIAF, la federazione degli archivi cinematografici. Stiamo lottando perché la Tunisia sta vivendo un pessimo momento per quanto riguarda l’economia. Siamo consci di questo, ma sappiamo di avere molti amici pronti a tenderci le mani. La riva nord del Mediterraneo è disponibile, sapendo che non potrà intervenire nelle scelte finali, ma anche sapendo la Tunisia sta vivendo un momento speciale, sa che è un faro all’interno di quel fenomeno che è stata la Primavera Araba. Per questo abbiamo invitato Nicola Mazzanti, e per questo abbiamo insistito sulla creazione di uno statuto che assomigli a quello di altre cineteche.

Ed è già stato redatto?

Mohamed Challouf: Sì. Non è stato ancora approvato ma siamo riusciti a trovare una soluzione per non essere inglobati nella Cité de la Culture, che sarà gestita da una società anonima visto che al suo interno ci saranno realtà commerciali per finanziare il tutto. Noi abbiamo ottenuto di appartenere al Centro Cinematografico Tunisino con un regolamento interno con l’autonomia necessaria per poter fare una cineteca degna di questo nome. Stiamo già iniziando a organizzare iniziative: per esempio all’interno di un piccolo festival che organizzo, Cinéma au Musée, abbiamo programmato un omaggio per i settanta anni della Cineteca di Milano e abbiamo ospitato un grande cineasta algerino, Merzak Allouache, del quale abbiamo presentato l’esordio Omar Gatlato e il suo ultimo film, Enquête au Paradis. Approfittando dell’occasione abbiamo organizzato un incontro con ospiti internazionali, tra cui sempre Mazzanti, per chiedere ad Allouache come affronta, lui che ha diretto oltre venti film, il tema della preservazione del materiale. Vogliamo formare un gruppo di giovani e mandarli all’estero per specializzarsi in vari aspetti dell’archiviazione e del restauro. Vogliamo anche rompere questo rapporto che abbiamo con la Francia, ex paese coloniale, e aprirci a nuovi orizzonti e possibilità. Italia, Portogallo, Svezia, e via discorrendo. Non insistere con un solo partner ma allargarci. Per dimostrare al mondo intero che senza grandi mezzi ma con professionalità e dedizione, e amore per il cinema, si può dare ancora una speranza, si può amare in modo diverso questo paese, la Tunisia, che ha grande bisogno di essere amato. C’è sempre gente che vuole togliere la libertà preziosa che il paese ha conquistato dopo il 2011. Ma deve anche cambiare il nostro sguardo sugli altri, perché le popolazioni subsahariane che vivono da noi sono maltrattate, sono poco considerate e soffrono come soffrono gli immigrati in Italia o in Francia. Dobbiamo cambiare tutto, e avere nuovi rapporti con l’altro. Dobbiamo produrre film sulla nostra storia e sulle minoranze che erano, e sono, in Tunisia.

Allargare gli orizzonti serve anche a spezzare quel cordone ombelicale, un po’ malato, che lega ancora la Tunisia alla Francia. Il tentativo mi sembra quello di andare in direzione di una totale de-colonizzazione de pensiero. Un gesto di indipendenza.

Mohamed Challouf: La tua lettura è giusta. Io sono stato fortunato, dopo il liceo, a non finire in Francia o in Belgio come facevano tutti. Molti sono stati formati lì ma io sono venuto in Italia perché la mia esperienza nella federazione dei cineasti amatoriali mi ha permesso di scoprire le grandezze del vostro cinema, da Sacco e Vanzetti a Il caso Mattei. Film che mi hanno aperto gli occhi. Quindi sono finito a Perugia e poi ho cercato di far conoscere il cinema africano. Ho cercato sempre di spezzare nel mio piccolo questo legame, perché l’Istituto Francese è molto potente e centrale. Io ho cercato di costruire un ponte con l’Italia, portando in Tunisia molti registi, ma anche Enrico Ghezzi, Mario Martone. Purtroppo l’Italia non è più quella di prima. Mi sento molto fortunato a frequentare il Cinema Ritrovato, perché tutto il mondo che si occupa di archivio e conservazione vi si reca. Due anni fa ho preso la parola al convegno della FIAF e ho detto “Il nostro patrimonio è in pericolo, ma è un patrimonio dell’intera umanità. Non è solo nostro, è anche vostro”. E ho visto che c’è stata subito molta sensibilità sull’argomento. Quando al Festival di Cartagine ho organizzato un incontro sul patrimonio del cinema africano, in pericolo, sono venuti i direttori di cineteche di tutto il mondo, registi della Guinea, del Camerun, dalla Cambogia è venuto Rithy Panh. C’era una presenza incredibile, e abbiamo parlato per due giorni di un patrimonio in pericolo, perché molti film non sono più reperibili, altri sono solo in dvd o in altri supporti. Bisogna riflettere insieme e continuare il percorso per una cineteca che ho intrapreso insieme al direttore Hichem Ben Ammar, regista di documentari: io mi sono ritagliato il ruolo di consigliere perché non voglio chiudermi nell’istituzione, ma preferisco restare libero di muovermi e di agire. Non voglio legarmi a un posto amministrativo. Io sono un cane sciolto, e penso che i miei rapporti possano essere utili per lo sviluppo della cineteca. Non vogliamo essere una cineteca come quella di Ouagadougou, voluta dai francesi senza una grande convinzione da parte dei burkinabé. Un posto desolante. Al momento l’unica vera cineteca in Africa è quella algerina, che esiste da più di cinquant’anni, su volere del Fronte di Liberazione Nazionale, e che continua a esistere anche se è meno vivace di qualche anno fa. Non vogliamo essere guardati da meschini o da poverini senza niente. Vogliamo dimostrare di essere in grado di salvare il nostro patrimonio. Un patrimonio che è anche vostro.

Credi sia possibile, una volta consolidata la Cineteca Tunisina, aprire un discorso panarabo e panafricano?

Mohamed Challouf: Io sono un panafricanista molto convinto. Sono un sankarista. Thomas Sankara è stato un mio idolo e un mio riferimento. Il mio primo viaggio in Burkina Faso nel 1985 mi ha tolto tutti gli stereotipi che avevo. Anche i tunisini sono razzisti. Non c’è un malinteso solo fra nord e sud del Mediterraneo, ma anche tra nord e sud del Sahara. Abbiamo tutti i nostri stereotipi sul resto dell’Africa. Finché alla testa della Cineteca ci saremo io e Hichem Ben Ammar il nostro obiettivo sarà sempre quello di aprire un dialogo con il resto del panorama panarabo e panafricano. Dobbiamo dialogare. Continuiamo su questa strada, e si impone una collaborazione con l’Algeria. Bisogna insistere su questo. Dobbiamo avere scambi, creare laboratori di restauro insieme, non possiamo rimanere nell’idea che ognuno si muove da solo per trovare soluzioni. Se non siamo insieme, perderemo per forza qualcosa nel tragitto.

E ti sembra che ci sia una ricezione positiva di questo pensiero anche in Algeria?

Mohamed Challouf: Sì, anche se ovviamente ci sono sia in Algeria che in Tunisia giochi politici di fazioni e di clan nell’ambito del cinema. Alcuni non pensano al bene di tutti, ma solo al profitto personale. Va però ritrovata e riscoperta l’immagine dell’Africa e del mondo arabo.

A parte i film che mi hai citato, ci sono altri progetti di restauro e di recupero di opere non solo tunisine?

Mohamed Challouf: Bè, c’è l’accordo per un capolavoro del cinema del Camerun, Muna moto di Jean-Pierre Dikongue Pipa, che venne presentato moltissimi anni fa a Venezia ed è uno splendido documento in bianco e nero su un rito che si fa a Douala ogni anno. Abbiamo fatto un accordo anche con Idrissa Ouedraogo per il suo primo lungometraggio in 16mm, Yam Daabo, La scelta, che è per me tuttora il suo miglior film. È un film sankarista, mostra un’Africa dignitosa che si libera dal giogo post-coloniale: sono poi legato al film perché la colonna sonora è opera di Francis Bebey, un grande compositore africano che non c’è più e che ha lavorato in profondità sulla musicologia e sull’antropologia musicale africana.

Parallelamente a tutto questo, tu svolgi anche un’attività di regista e produttore. Vuoi parlarne?

Mohamed Challouf: Ho diretto Ouaga, capitale del cinema, che si concentra sul festival di Ouagadougou; ultimamente per omaggiare il fondatore del festival di Cartagine, Tahar Cheriaa (che per me è un padre spirituale), ho girato Tahar Cheriaa, à l’ombre du baobab, sul panafricanismo cinematografico e sull’incontro tra Cheriaa e Sembéne Ousmane, e il nigerino Moustapha Alassane che è stato il primo regista di cinema d’animazione in Africa. Un film sui panafricanisti, che hanno cercato di creare una memoria cinematografica che fosse in tutto e per tutto africana. Poi ho sviluppato il mio interesse per la comunità italiana in Tunisia, anche attraverso il fondamentale documento diretto da Mahmoud Ben Mahmoud. In Tunisia c’era una grande comunità italiana, ma anche di russi bianchi fuggiti dalla rivoluzione bolscevica; abbiamo fatto un ritratto dell’ultima sopravvissuta russa dell’epoca, diretto da Mahmoud Ben Mahmoud e prodotto da me. Il mio prossimo progetto è un documentario su un gruppo di antifascisti italiani a Tunisi che furono anche condannati a morte e che erano amici del Movimento Nazionale Tunisino. Tra di loro c’era anche il primo sindaco comunista di Napoli, Maurizio Valenzi, che è un grande personaggio: anche lui condannato a morte, riuscì a fuggire, e tornato in Italia divenne prima senatore nelle liste del PCI e poi sindaco di Napoli. Io gli devo tantissimo, perché l’ho scoperto quando abbiamo fatto il film Italiani dell’altra riva di Mahmoud Ben Mahmoud. Ho girato moltissimo materiale, e sto aspettando di trovare i fondi per acquisire materiale d’archivio e portare a termine il lavoro. Sarà anche un film che cercherà di scrivere la storia, oramai dimenticata perché sono passati decenni, della Tunisia come paese multietnico e multiculturale. Raccontare questo movimento di migrazione da nord verso sud che è poco conosciuto. Si parla sempre del percorso inverso, con il Mediterraneo che oggi rappresenta purtroppo la morte, ma più di cinquant’anni era la riva nord del Mediterraneo a cercare rifugio a sud. E molti italiani ed europei non sanno che la Tunisia ha accolto migliaia e migliaia di immigrati che cercavano lavoro e rifugio, magari perseguitati dal fascismo o prima ancora dal Duca di Livorno perché erano mazziniani. Persone che hanno contribuito moltissimo alla formazione di una memoria mediterranea tunisina, perché noi in Tunisia ci sentiamo molto più vicini a un siciliano che a un altro arabo di paesi come l’Arabia Saudita o il Qatar. Anche se ora l’immigrazione è cambiata e vengono o uomini d’affari a investire, o pensionati che preferiscono vivere in Tunisia, dove tutto costa molto meno.

Info
Il trailer de I figli delle mille e una notte.

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