The Private Life of a Modern Woman

The Private Life of a Modern Woman

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The Private Life of a Modern Woman di James Toback è un gioco metacinematografico arguto su realtà e finzione, relazione attore-regista, delitto e castigo e, con rigore chirurgico, tale vuole rimanere. Fuori concorso a Venezia 2017.

Quello che non ho è di farla franca

Vera Lockman, un’attrice di successo che vive da sola in un favoloso loft newyorkese, si agita nel suo letto durante un incubo nel quale lotta con Sal, il suo spacciatore ed ex ragazzo, prima di sparargli e ucciderlo. Svegliatasi di soprassalto, scrive nel suo diario che l’omicidio dell’incubo è effettivamente avvenuto il giorno prima e che Sal giace morto in un baule in soggiorno. [sinossi]

La distanza tra il giardino della delizie e il giudizio universale, tra i fasti di Hollywood e la dannazione di un carcere penitenziario, può essere molto breve. Ma è in fondo proprio questa, la storia delle storie, ridotta ai suoi minimi temini, che il cinema hollywoodiano racconta, dentro e fuori i suoi film, e soprattutto che lo spettatore adora sentirsi narrare, in un eterno reiterarsi di vicende alla “Hollywood Babilonia” fatte di ascese e cadute.

Da sempre orgogliosamente avverso a lustrini, chimere e, sorpattutto, a certe dinamiche industriali, il talentuoso James Toback torna al cinema di finzione (dopo le interessanti esperienze documentaristiche di Tyson e Sedotti e abbandonati) con The Private Life of a Modern Woman, torbida vicenda fama e dannazione, fuori concorso a Venezia 2017. Assoluta mattatrice della scena è Sienna Miller, nei panni Vera Lockman, una star del cinema rintanata nel suo loft newyorkese, in attesa di essere scritturata. La donna trasalisce nel sonno tormentata da un ricordo: la sera prima, nel corso di una colluttazione con il fidanzato spacciatore, un colpo di pistola le è partito uccidendo sul colpo il ragazzo. Il cadavere ora giace ripiegato in un baule in salotto.
Occhieggiando a Nodo alla gola di Alfred Hitchcock, Toback allestisce ora una carambola di visite a domicilio alla tormentata Vera: tutte ottime occasioni per sfoggiare le sue doti recitative. Ecco arrivare il fidanzato “per bene” della donna, che però da tempo la trascura per portare a termine una tesi di laurea su Dickens e Dostoevskij. Delitti e castighi sono temi scomodi e poco graditi in questo momento e così, Vera liquida malamente il ragazzo. È ora il turno del suo amico-psicanalista-maieuta Franklin che, incarnato dallo stesso Toback (chi altri?), mette a nudo in un serrato dialogo tutte le debolezze, promiscuità, menzogne, nonché il talento della (sua) attrice. Per Vera è tempo di sbarazzarsi del cadavere, non c’è dubbio e per il film di concedersi una breve sortita noir all’aria aperta, dove la dark lady, avvolta in una sciarpa scarlatta, può seppellire il gravoso baule sul fondo dell’Hudson. Mentre continuano a tornare nella sua mente i flash dell’omicidio, Vera riceve anche un astuto detective (Alec Baldwin), poi prepara la cena per l’anziano nonno aterosclerotico (uno strepitoso Charles Grodin) e la madre. Infine, arriva per lei un inatteso momento di complicità con un compagno di scuola del nonno.

Come è usuale nel suo cinema, James Toback innesta il suo film sin dall’incipit con suggestioni provenienti da altre forme d’espressione artistica, in particolare, a dare corpo e maggiore portato simbolico sono in questo caso un’esplorazione accurata del celebre trittico di Hieronymus Bosch Il Giardino delle delizie e l’utilizzo della tetra, epica Sinfonia N.7 di Shostakovich. Tutto è chiaro dunque fin dal principio: quella che si va a dipanare è una storia di paradisi perduti e giudizi universali, resa sotto la forma libera di una scorribanda “multidisciplinare” tra le arti, dalla spiccata natura metacinematografica. The Private Life of a Modern Woman è un gioco metanarrativo arguto su realtà e finzione, personalità multiple, relazione attore-regista, delitto e castigo e, con rigore chirurgico, tale vuole rimanere. Al punto che, nell’unica scena dal potere vagamente sentimentale, la citata cena di Vera con il nonno, Toback inserisce un riferimento alla destinazione ultima di questo suo lavoro, ovvero il Lido di Venezia, cosa che abbiamo visto accadere da queste parti anche due anni fa nel corso della proiezione lidense di The Afternoon di Tsai Ming-liang. Che stia nascendo un nuovo genere cinematografico basato sulla committenza festivaliera? Se anche così fosse, bisogna ammettere che un Festival adempie alla propria missione quando esorta gli autori, più o meno tormentati, a consegnare a lui, e alla storia del cinema, un nuovo film.

No, non torneranno i fasti di un tempo, né per Vera Lockman, né per James Toback. Il regista del potentissimo Rapsodia per un killer (1978, un vero e proprio saggio sull’alienazione urbana, poi oggetto di remake da parte di Jacques Audiard con Tutti i battiti del mio cuore), del delizioso Ehi… ci stai? (1987, uno dei migliori exploit attoriali di Robert Downey Jr.) e di Black & White (1999, geniale disamina dell’incontro tra un gruppo di ragazzi bianchi e la cultura nera dell’hip hop suburbano) ora fa questo cinema qui, magari meno protervo, ma comunque fieramente indipendente. E questo non è certo un delitto, è il suo modo di essere, anzi, di restare profondamente sé stesso.

Info
La scheda di The Private Life of a Modern Woman sul sito della Biennale.
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