Angels Wear White

Angels Wear White

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Dopo il folgorante esordio con Trap Street, Vivian Qu fa un passo indietro: Angels Wear White è un dramma di denuncia sin troppo paradigmatico e dal grossolano simbolismo. In concorso a Venezia 74.

Si son presi il nostro cuore sotto un vestito bianco

In una cittadina di mare, due studentesse vengono assalite in un motel da un uomo di mezza età. Mia, un’adolescente che quella notte lavorava alla reception, è l’unica testimone. Per paura di perdere il lavoro, non dice nulla. Nel frattempo la dodicenne Wen, una delle vittime, scopre che i suoi guai sono appena cominciati. Intrappolate in un mondo che non dà loro scampo, Mia e Wen dovranno trovare da sole una via d’uscita. [sinossi]

Dispiace dover ripetere un giudizio già espresso in altre occasioni per quel che riguarda il cinema cinese contemporaneo: al di là di Jia Zhangke e di poche rare altre eccezioni, gli autori del cinema mandarino (perché poi c’è la branca del cinema commerciale che si muove su altri – pessimi – territori) sembrano quasi tutti prigionieri del cliché del realismo e di tematiche correlate. Sfruttamento dei ricchi ai danni dei poveri, i quali si trovano costretti a prostituirsi, a vendere organi e/o parenti, a subire torti da chiunque a partire dalle stesse istituzioni (come la polizia corrotta), a vivere in catapecchie alla periferia di gigantesche metropoli, e via dicendo.
Chiaramente l’afflato della denuncia – come anche dell’indignazione – è importante e giusto, ma bisogna anche saperlo calibrare all’interno di un film, quantomeno con l’obiettivo di evitare le trappole sempre invitanti (perché comode) del film a tesi.
Ed è quindi un peccato che una regista come Vivian Qu, in cui nel 2013 avevamo individuato uno sguardo decisamente eccentrico rispetto ai suoi connazionali (il suo Trap Street, presentato alla Settimana della Critica, era un thriller simbolico dagli echi antonioniani), torni alla Mostra del Cinema di Venezia – stavolta in concorso – per presentare un classico e manierato film d’impegno: Angels Wear White.

Il suo è un racconto totalmente femminile che attraversa varie generazioni e classi sociali: ci sono le due ragazzine che in una stanza d’albergo subiscono un atto di violenza sessuale all’inizio del film (da parte di un potente che, ovviamente non può essere condannato), c’è la ragazza che doveva essere alla reception ma si era fatta sostituire e che probabilmente si prostituisce, c’è la giovane che l’ha sostituita e che è una migrante dalle campagne e si trova senza documento (e, evidentemente, andrà a finire che sostituirà la titolare della reception, sia materialmente che simbolicamente), ci sono le madri delle bambine vittime della violenza, c’è la donna avvocato che cerca in ogni modo di fare giustizia. Ma ciascuno di questi personaggi, per quanto apparentemente indipendente, ha un uomo che si trova in una posizione gerarchica superiore e che quindi vuole imporre un certo comportamento e certe azioni.
Poi, se tutto questo non dovesse essere chiaro, si aggiunga che in prossimità della spiaggia dove affaccia la città in cui è ambientato Angels Wear White è riprodotta in grandi dimensioni una statua di Marilyn Monroe nella posa caratteristica di Quando il marito è in vacanza, con la gonna del bianco vestito sollevata dal vento. Il simbolismo è chiaro: tutte quelle donne sono pure, ingenue e vittime dell’Uomo allo stesso modo della povera Marilyn. Ma, per quanto possa essere azzeccato tale paragone, Vivian Qu ce lo ripete davvero troppe volte, facendo addirittura vestire di bianco nel finale una delle sue protagoniste.

Va a finire così che Angels Wear White appare prevedibile e predeterminato, con i personaggi che faticano a prendere vita, prigionieri come sono degli input vettoriali cui sono chiamati a dover rispondere. Certo, Vivian Qu gira con eleganza e con sicurezza, sa trovare spesso delle interessanti soluzioni visive (ad esempio l’inquietante rallenty in cui si vede il lubrico abbraccio alla bambine) e riesce a rendere subito chiare dal punto di vista visivo e comportamentale delle dinamiche tra i personaggi (come quando il responsabile dell’albergo innaffia con l’acqua le sue due dipendenti per rimproverarle). Insomma, Vivian Qu è senz’altro una regista di talento.
È l’assunto e l’inerzia narrativa di Angels Wear White a lasciare perplessi, è la sensazione che si girino certi film con certe tematiche perché nei festival si viene poi sempre accolti a braccia aperte. E perché il gioco con la censura sembra ormai dettato dal voler ripercorrere uno schema fisso: stuzzicare i burocrati, ma non troppo, senza esagerare.
Perché, in fin dei conti, per essere veramente di talento, bisogna anche avere parecchio coraggio e provare a fare – e volersi imporre di fare – quello che gli altri non fanno, o almeno bisogna farlo in modo diverso. Come Jia Zhangke.

Info
Il trailer originale di Angels Wear White.
La scheda di Angels Wear White sul sito di Venezia 2017.
  • Angels-Wear-White-2017-Vivian-Qu-01.jpg
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