Mektoub, My Love: Canto Uno

Mektoub, My Love: Canto Uno

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Un film di coesistenze, di sguardi e immersioni, di passioni vissute e negate, di amori e debordante sensualità. Tre ore che volano leggiadre, facendosi inondare dalla luce. La luce del cinema di Abdellatif Kechiche, che ancora una volta lascia danzare i suoi personaggi, prendendo per mano la vita e portandola sullo schermo. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2017, Mektoub, My Love: Canto Uno è un flusso che si aggiunge a La vita di Adele, Cous cous, La schivata… tutti a comporre un affresco collettivo, vitale. A suo modo, rohmeriano. E anche un po’ vanziniano.

Ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti

Aspirante sceneggiatore che ha abbandonato il corso di laurea in medicina e vive a Parigi, Amin torna per le vacanze estive a Sète, cittadina portuale e turistica. È l’occasione per ritrovare la famiglia e gli amici – la bella Ophélie, l’amico Tony, zio Kalem… – e conoscere nuove ragazze. Gentile e introverso, Amin non è travolto dai corteggiamenti e agli amori fugaci o clandestini della sua festante compagnia, tra nottate in discoteca, cene al ristorante di famiglia, bevute nei bar del quartiere e giornate passate in spiaggia… [e.a.]
Ti butti nell’acqua
e mi lasci a guardarti
e rimango da solo
nella sabbia e nel sole…
Sapore di sale – Gino Paoli

Le storie di Kechiche non hanno una fine. Non hanno un inizio. Sono un flusso, come nella vita. Volendo, avendone il tempo (già, il tempo), ci si potrebbe immergere in questo continuum narrativo che rifiuta i titoli di testa, lasciandosi trasportare da La schivata, Cous cous, La vita di Adele. E da Mektoub, My Love: Canto Uno, l’ultimo arrivato. Troppo lungo, troppo breve. Come sempre.
In questo flusso di dilatate macrosequenze (una cena, una corsa in motorino, una nottata in discoteca, un appassionato rapporto sessuale, una lezione di letteratura) ci si adagia, ci si smarrisce gioiosamente, ritrovando proprio il tempo che non si possiede, quel tempo perduto che Mektoub, My Love: Canto Uno riesce a prendere di peso e portare sullo schermo. Senza paletti, senza costrizioni, ma lasciandolo scorrere; lasciandoci la possibilità di immergerci nelle vite di Adele, di Admin, di Lydia, di Rym, di Jallel.

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2017, Mektoub, My Love: Canto Uno è una conferma non necessaria. Della vitalità, della fluidità e dei temi del cinema di Kechiche si è probabilmente (pre)detto tutto. Anche della sua grandezza. Semmai, da questo nuovo fluviale racconto traspare uno slittamento rohmeriano, una leggerezza vancanziera e post-adolescenziale che è fatta di rituali amorosi e code di pavone, ma anche di milioni di parole, di dialoghi fittissimi e vivissimi che sgorgano come una ormonale improvvisazione ma che hanno la precisione chirurgica del calcolo, della scrittura minuziosa, così ligia alla realtà. Alla vita.

La vita catturata da Mektoub, My Love: Canto Uno ci ha riportato a quei magnifici istanti del frammento di Ki lo sa? utilizzato come flashback da Guédiguian per La villa, altra pellicola in concorso a Venezia 2017. I Want You di Bob Dylan e i colori degli anni Ottanta. Rohmer, un Guédiguian giovanile, ma anche la nostalgia vanziniana di Sapore di mare, che era un po’ tirata via ma sincera. Già, proprio i Vanzina, proprio quella leggerezza che a molti sembra(va) inconsistenza. Ma è esattamente questo uno degli aspetti realmente sorprendenti di Mektoub, My Love: Canto Uno, pellicola capace di essere balneare, di tuffarsi senza pudori tra le onde, tra i corpi sudati di una discoteca o di un letto, di seguire i balletti amorosi tra le strade di Sète, dentro i locali ancora fumosi, intrisi di tensione ormonale, affollati di ragazzi e ragazze in cerca di una storia per una notte, per una settimana estiva o magari per tutta una vita.

La macchina da presa di Kechiche pedina i suoi ragazzi, si avvicina senza tabù ai loro corpi, si lascia trasportare dalla loro passione. Le (macro)sequenze di Kechiche si abbandonano a questi ritmi, alla lunghezza naturale di un amplesso, finalmente non castrato dalla finzione dei trenta secondi, delle schiene e della monotonia. Non voyeurismo, non pornografia. Nessuna facile spettacolarizzazione. Il sesso in Mektoub, My Love: Canto Uno, come è stato ne La vita di Adele, è restituito al suo tempo e alla sua dimensione. Come il parto notturno della pecora fotografato da Amin. Come la prima festante serata di Charlotte e Céline nella bolgia orchestrata da Toni; come la sgradevole serata di Charlotte alla ricerca di Toni.

Tra le onde, le bevute e la fiumana di parole, Kechiche tratteggia i contorni di una società che era capace di assorbire con naturalezza le differenze, le provenienze, le lingue. Tra un sole che abbronza e delle notti ancora più calde, i giovani e gli adulti di Mektoub, My Love: Canto Uno convivono con le guerre in Oriente, coi costumi più libertini, con le attese dei padri e le ambizioni dei figli. Col distacco dalla Tunisia. L’estate 1994 di Sète, per più di un motivo, sembra oramai un miraggio, un’utopia.
L’affresco socio-politico di Kechiche scorre sottotraccia, il melting pot non ha bisogno di essere declamato: è in questa luce che tutto può essere finalmente visto e vissuto pienamente. L’incontro che annulla lo scontro. La cucina vietnamita e la cucina tunisina. La Bibbia e il Corano.

Kechiche si ispira a La Blessure, la vraie di François Bégaudeau, prendendo quello che gli interessa – non gli anni Ottanta, non gli adolescenti e via discorrendo. Kechiche sembra trovare in Amin una sorta di alter ego, di uomo con la macchina da presa. Anzi, di sguardo che coincide con la macchina da presa; un osservatore della luce; un osservatore che si tiene distante. Alla vita vissuta e sbranata di Toni o Céline, il gentile e riservato Amin preferisce la contemplazione del suo amore (Ophélie) e delle cose semplici, riflessive. Aspirante cineasta, Amin è consapevolmente nel centro esatto del caos generato dai suoi amici: come nell’occhio del ciclone, loro ballano e si scatenano, mentre lui può godere di una sorta di calma piatta, di attesa. Più che Kechiche, Amin è la sua macchina da presa.

La camera scura, la Polaroid. L’amore spiato da dietro una persiana. Le ragazze che gravitano intorno ad Amin. E Ophélie: amata, pensata, soprattutto fotografata. Raccontata per immagini. Desiderata attraverso le immagini. Mektoub, My Love: Canto Uno racconta anche queste due passioni, così simili: per la burrosa solarità e semplicità di Ophélie, per il suo corpo così vitale, rigoglioso; per la vita, l’interezza della vita e della sue manifestazioni. Tutta la vita, coi suoi eccessi, debordanti e magnetici come i corpi di Ophélie, di Camélia. Amin è il ragazzo che apparentemente rimane da solo. Ma in realtà osserva, e aspetta la (sua) vita. La sua luce. La luce del cinema di Kechiche. Nella sabbia e nel sole…

Info
La scheda di Mektoub, My Love: Canto Uno sul sito di Venezia 2017.
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