Venezia 2017 – Bilancio

Venezia 2017 – Bilancio

Le discussioni sui premi assegnati dalla giuria presieduta da Annette Bening, le battaglie critiche (sempre più involgarite) in difesa o contro questo o quell’altro film, un novero forse esagerato di titoli italiani nelle varie sezioni, la massiccia presenza delle istituzioni al Lido proprio mentre scatta il rush finale per i decreti attuativi della nuova legge Franceschini. La Mostra di Venezia 2017 dimostra di essere ancora un elemento centrale per la settima arte in Italia, e propone come ogni anno spunti di riflessione che vanno anche al di là della semplice analisi dei film selezionati.

Si potrebbe iniziare discutendo dell’assegnazione del Leone d’Oro a Guillermo Del Toro per The Shape of Water, con schiere di difensori e di detrattori pronte a darsi battaglia per un palmarès che ha comunque scontentato una parte degli addetti ai lavori, più per le “assenze” che per le “presenze”; oppure si potrebbe focalizzare l’attenzione su un concorso magari dominato da titoli ovvi ma in grado, al contrario dell’ultima Cannes, di non tradire quasi mai le legittime aspettative; infine si potrebbe anche dare il là a una lettura della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica numero settantaquattro prendendo spunto da alcune eccellenti riscoperte tra i restauri in digitale, come Il castello maledetto di James Whale, I figli delle mille e una notte di Nacer Khemir, Batch ’81 di Mike de Leon o Va’ e vedi di Elem Klimov, anche trionfatore della sezione – sulla logica di un premio per il miglior film tra i classici si è già avuto modo di esprimere un netto dissenso nell’articolo di presentazione dello scorso luglio, e non è il caso di tornare sull’argomento.
Tutti spunti di riflessione degni di un approfondimento, e sul quale si tornerà nel corso di questa breve analisi, ma il dettaglio con ogni probabilità più significativo per cogliere l’essenza della Mostra 2017 lo ha rappresentato la presenza massiccia di figure istituzionali al Lido, soprattutto nei primissimi giorni del festival. Dal Presidente della Repubblica Mattarella alla ministra Maria Elena Boschi (su cui si è sviluppato un mediocre gossip rilanciato anche da quotidiani di una certa rilevanza nazionale, quando si è sparsa la voce che l’apparizione sul red carpet della Boschi avrebbe solleticato la fantasia di alcuni colleghi della stampa estera, colti dall’interrogativo su chi fosse quella fascinosa ma sconosciuta attrice: meglio stendere un velo pietoso), dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio a, com’è ovvio, il responsabile del MiBACT Dario Franceschini, unica presenza davvero indispensabile tra quelle citate. L’impressione è che il governo abbia sfruttato l’occasione, com’è anche legittimo, per certificare la propria vicinanza alla Biennale e all’intero mondo del cinema: dopotutto è l’anno della faticosa Legge Franceschini, che ancora non è entrata in vigore per via di decreti attuativi che stanno prendendo più tempo di quanto preventivato dal dicastero lo scorso novembre. A quasi un anno di distanza è urgente che Franceschini prenda nuovamente la parola: a quanto pare i decreti attuativi sono pronti, e saranno svelati con ogni probabilità nella nuova Gazzetta Ufficiale. Meglio tardi che mai, certo, anche se il sistema ha risentito di un rallentamento così forte, e molte produzioni non sono riuscite a partire nel corso dell’anno proprio per lo slittamento della tempistica. Anche la presenza in campo della Rai, mai così completa nella copertura dell’evento, è apparsa come la testimonianza “in attesa dei fatti” dell’attenzione riservata dal governo Renzi agli affari del mondo del cinema. Al di là di tutto, le elezioni non sono poi così lontane…

Il cinema, quello sullo schermo, ha però come sempre il diritto di riprendersi il centro del discorso. La domanda che aleggiava dalle parti del Lido era quella che ogni anno rimbalza: qual è il ruolo della Mostra all’interno delle dinamiche distributive del settore? In che modo il festival dialoga con il resto del panorama internazionale? Quale direzione si sta cercando di dare alle prospettive di sguardo?
Non c’è dubbio che l’intento della Mostra sia quello di allargare il più possibile gli orizzonti (in parte un po’ perduti, ma per colpa di un intero sistema, delle sue coordinate, e di un processo culturale nazionale sempre più imbarbarito e mediocre): sta lì a dimostrarlo la scelta di aprire le porte per la prima volta ai film in realtà virtuale. Si potrà com’è legittimo discutere e guardare con sospetto a un nuovo approccio alla visione, ma non si può dubitare che sia proprio compito della Mostra quello di dimostrarsi attenta anche a sovvertimenti o presunte rivoluzioni. Quel che porterà il futuro in un campo simile non è dato saperlo, l’idea di trovare una collocazione anche a opere prodotte in VR si è invece dimostrata particolarmente centrata, e la ricezione da parte di una parte della stampa e degli addetti ai lavori ha confermato un interesse che non era da dare per scontato. È davvero difficile ipotizzare il modo in cui la realtà virtuale troverà un proprio spazio nei reticoli sempre più stretti dell’immaginario, ma proprio per questo è necessario monitorarne gli sviluppi. Nel 2004 la prima edizione diretta da Marco Müller ospitò una sezione intitolata “Cinema Digitale”, che con gli occhi di oggi può apparire pleonastica, ma certificò – primo caso tra i principali festival europei – la necessità di comprendere uno degli sviluppi tecnici e produttivi della settima arte. La sensazione è che, con i dovuti distinguo, si stia andando nella stessa direzione.

Per quanto riguarda la selezione delle opere cinematografiche, il primo dettaglio su cui viene naturale prestare attenzione riguarda il mancato tradimento delle aspettative: in un 2017 particolarmente avaro sotto il profilo della soddisfazione cinefila, in cui il concorso di Berlino e di Cannes ha arrancato dietro un numero esagerato di opere inessenziali e destinate in poco tempo ad abbandonare la memoria [1], la corsa per il Leone d’Oro è apparsa fin dai primi giorni come un piccolo miracolo, seppur non privo di chiaroscuri. Se è vero che, così come Cannes, a dominare la scena erano i nomi sicuri, forti di un pedigree critico inattaccabile, va però detto che contrariamente alle scelte della Croisette, ricadute su opere in gran parte minori di autori conclamati, i film visti al Lido hanno saputo riconciliare perfino con registi a volte altalenanti, come nel caso de La villa di Robert Guédiguian. E se alla fine del festival, in attesa dei premi, la lista dei preferiti permetteva di mettere l’uno a fianco dell’altro vari nomi, da Paul Schrader ad Abdellatif Kechiche, passando per Frederick Wiseman, Hirokazu Kore-eda, Martin McDonagh, e perfino i tanto discussi Guillermo Del Toro e Darren Aronofsky – The Shape of Water e Madre! rimangono i due titoli che più hanno acceso gli animi di strenui difensori e pubblici accusatori, con parole di fuoco (spesso vacue) lanciate attraverso i social network –, vuol dire che si può parlare a ragion veduta di una Mostra soddisfacente.
Certo, non vengono meno alcune zone d’ombra già evidenziate in fase di presentazione del festival, a partire dall’ampiamente sviscerata questione di posizionamento geopolitico per continuare con la presenza di alcuni titoli (Human Flow di Ai Weiwei su tutti, ma anche il pessimo Una famiglia di Sebastiano Riso, impensabile in concorso in qualsiasi altro festival internazionale), ma il bilancio della settantaquattresima Mostra è nel complesso abbastanza positivo. L’unico vero rammarico, tolta la scarsa presenza di alcune aree del mondo – un problema evidenziato anche da Le Monde, per esempio –, è nella mancanza di coraggio nell’affrontare determinati tipi di cinematografie e di approcci stilistici. Il lato sperimentale della messa in scena e della messa in immagini non trova con frequenza collocazione neanche in una sezione come Orizzonti, che pure dovrebbe muoversi proprio in quella direzione. Se il tanto osannato Jusqu’à la gard di Xavier Legrand ha ottenuto il riconoscimento per l’opera prima, ben più arditi e portentosi sono apparsi gli esordi di Bertrand Mandico (Les Garçons sauvages, la più sorprendente tra le visioni del festival), Helena Wittmann (Drift), Emre Yeksan (The Gulf), tutti però accolti in laguna solo grazie alla Settimana Internazionale della Critica. Si ha quasi l’impressione che la Mostra voglia farsi monolito, staccandosi dal resto e concentrandosi solo ed esclusivamente sulla riproposizione, e in parte ulteriore valorizzazione, del già fruito: una sorta di fortezza dell’estetica e della produzione, lasciando ad altri il dovere (ma anche il piacere) di scoprire il “nuovo”. Una scoperta che è invece da sempre il punto di forza della Mostra, ne rappresenta l’unicità rispetto alle scelte da ancien régime che caratterizzano Cannes; abdicare da questo ruolo, se questa fosse l’intenzione, potrebbe essere solo controproducente.

Con la consapevolezza di aver glissato sulla pattuglia italiana presente al Lido – troppo numerosa, e con solo qualche titolo destinato a rimanere intrappolato nella retina –, e che il lavoro di rimessa a punto dell’area del festival debba continuare con ancor maggior slancio, soprattutto per cercare di riportare dalle parti del casinò tutto quel microcosmo umano che poco per volta nel corso degli anni si è defilato (in questo senso la costruzione di aree di ristoro meno soggette ai rovesci temporaleschi e con prezzi più umani rispetto alla qualità proposta potrebbe essere un passo non indifferente, e di non secondaria importanza), si può forse guardare con un po’ di ottimismo al futuro prossimo, sperando che anche il microcosmo critico sappia mettere mano alle proprie tare – e imparare che il dileggio non rientra in nessun modo nell’apparato critico, malattia sempre più difficile da asportare – per permettere a Venezia di ritornare a essere un luogo di incontro e discussione, magari anche accesa ma mai involgarita dai ritmi e dagli (ab)usi della contemporaneità. Un’utopia, forse, come quella prima o poi di potersi imbattere su un grande schermo in qualcosa che rivaleggi con le diciotto ore di Twin Peaks. Ma questa è un’altra storia…

NOTE
1. Dalle nebbie fosche della Berlinale emergono a mesi di distanza solo Colo di Teresa Villaverde, l’Orso d’Oro On Body and Soul di Ildikó Enyedi e ovviamente lo splendido Aki Kaurismäki de L’altro volto della speranza. Uno dei peggiori concorsi di Cannes ha saputo rispondere “solo” con Happy End di Michael Haneke, Radiance di Naomi Kawase, A Gentle Creature di Sergei Loznitsa e Good Time dei fratelli Safdie.
Info
Il sito di Venezia 2017.

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