Intervista a Ryuichi Sakamoto e Stephen Nomura Schible

Intervista a Ryuichi Sakamoto e Stephen Nomura Schible

Presentato fuori concorso a Venezia 74, Ryuichi Sakamoto: Coda è un documentario di Stephen Nomura Schible sul grande musicista e artista, di cui restano indelebili le note di Forbidden Colours, colonna sonora di Merry Christmas, Mr. Lawrence in cui era anche attore, nella parte del capitano Yonoi. Ryuichi Sakamoto ha esplorato diversi generi musicali a partire dalla musica elettronica insieme alla Yellow Magic Orchestra di cui faceva parte negli anni Ottanta. Al cinema ha composto le musiche per tanti film, dai kolossal di Bernardo Bertolucci a Revenant. Ed è noto il suo impegno ambientalista e antinuclearista. Il regista Stephen Nomura Schible, dopo essere stato assistente del grande documentarista Kazuo Hara, si è dedicato a lungo alla produzione. Questo è il suo secondo film dopo un altro lavoro su un musicista, Eric Clapton: Sessions for Robert J. Abbiamo incontrato a Venezia Ryuichi Sakamoto e Stephen Nomura Schible.

Com’è nato il progetto di Ryuichi Sakamoto: Coda?

Ryuichi Sakamoto: Sono imbarazzato a mostrare la mia vita privata in pubblico. Dunque non ricordo perché ho accettato di fare questo documentario, ma lui ve lo può dire.

Stephen Nomura Schible: Certo, è iniziato nel 2012. Io e Ryuichi viviamo entrambi a New York e ci siamo trasferiti là più o meno nello stesso periodo. Io nel 1989 e forse lui nel 1990. Ma sono nato e cresciuto a Tokyo quindi lo conoscevo come icona pop, ruolo che ricopre non solo in Giappone ma in tutto il mondo. Specialmente in Giappone, dove a Tokyo la sua musica si sente dappertutto. Dopo Fukushima, avevo un bambino che ora ha 7 anni e mi chiedevo se fosse sicuro riportarlo a casa per via delle radiazioni. Sono stato a un evento ‘grassroot’ che ne parlava e ho visto Ryuichi Sakamoto in prima fila e mi sono chiesto come mai fosse lì. Ho scoperto che era lì perché avrebbe partecipato a un festival a Tokyo, e io avevo precedentemente fatto un film su Eric Clapton, quindi avevo già girato qualcosa di legato alla musica. Le due cose mi sono venute insieme in mente vedendolo, ho pensato che magari ci sarebbe stata una storia da raccontare, è l’artista musicale più importante di quelli che vengono dal Giappone. Il fatto che fosse così toccato dagli eventi di Fukushima, come lo eravamo tutti, mi ha fatto pensare che ci fosse qualcosa da raccontare. Così ho preparato una proposta e gliel’abbiamo mandata non aspettandoci una risposta, invece lui ha accettato. Credo che l’abbia fatto per via del suo patriottismo, dal mio punto di vista. Cioè, non credo che sia un nazionalista, ma una persona che ci tiene al suo paese e non vuole che salti in aria o venga contaminato, per ovvie ragioni. La grande stampa in Giappone non voleva seguire il suo attivismo, era ed è ancora qualcosa di troppo controverso. Come regista indipendente ho avuto quindi la possibilità di occuparmene. Il film si intitola Coda, è una cosa che sapevo dall’inizio ma ne sono diventato consapevole solo più tardi, che per esserci una vera storia avremmo dovuto seguirlo finché non sarebbe tornato alla sua musica per esprimere qualcosa di nuovo dopo il disastro. Avevamo in mente un piano di tre anni. Sfortunatamente è arrivata la malattia, che ha cambiato i nostri piani, e il film è diventato quello che è adesso.

[A Ryuichi Sakamoto] Nel film si parla della tua malattia, un cancro alla gola diagnosticato nel 2014. Come è cambiato il tuo rapporto con la vita e con la musica?

Ryuichi Sakamoto: La mia vita privata è sicuramente cambiata, anche se già prima avevo a cuore le questioni ambientali e quelle relative alla salute in relazione all’inquinamento. Quando poi ti viene una malattia grave come quella, l’interesse si fa molto più serio, perché diventa una questione di vita o di morte. Per avere una vita sana mangio esclusivamente vegetali, ad esempio la mattina bevo solo un succo di carota. Mentre per quel che riguarda la composizione e la musica non è così semplice. Ma i terremoti, gli tsunami, altri disastri naturali e le malattie sono tutti processi naturali, sono parte della natura come la nostra nascita e la nostra morte. Sia i disastri naturali che la malattia mi costringono a organizzarmi la vita, ne sono parte, sono parte della natura, non sono un umanoide.

[A Ryuichi Sakamoto] Nel film vediamo che trai ispirazione dal disastro di Fukushima, ti rechi nei luoghi colpiti e componi. Questo però è un prodotto artificiale, dell’uomo.

Ryuichi Sakamoto: Esattamente, non solo gli impianti nucleari e il terrorismo sono creazioni umane, ma anche fare la musica è innaturale. Non è parte della natura. Quindi questo mi ha costretto a organizzare quello che faccio come innaturale, perché la natura non ha bisogno della musica. La natura è già piena di musica. I cavalli, le mucche, le formiche non hanno bisogno della musica. Non la creano. Solo l’homo sapiens crea la musica. Perché? Credo che sia perché l’homo sapiens sia un po’ innaturale o almeno al di fuori del sistema e delle leggi della natura. Non so perché. È una contraddizione. Io rispetto e apprezzo la natura ma il mio lavoro come artista è innaturale. Comunque abbiamo tutti tante contraddizioni, in quanto homo sapiens. Se il puro suono dell’acqua è abbastanza buono da essere musica, quando lo ascoltiamo, non dobbiamo fare musica, ci basta ascoltare quello. Lo stesso sarebbe forse dovuto accadere con Bach: se la musica che lui ha creato fosse bastata, non ci sarebbero stati altri compositori dopo di lui. Ma, fortunatamente o sfortunatamente non so, non siamo mai soddisfatti. Questa è la natura dell’homo sapiens: non siamo mai soddisfatti e cerchiamo sempre qualcosa di più, più soldi, più musica, più natura.

[A Ryuichi Sakamoto] Hai cominciato con la musica elettronica che – volendo – è una cosa ancora più innaturale, con la Yellow Magic Orchestra che è stata una delle band più rivoluzionarie nella storia della musica elettronica. Ed avete anticipato i tempi.

Ryuichi Sakamoto: Erano gli anni Ottanta. Nel film dico che in quel periodo ero molto ottimista a proposito della tecnologia e dei computer, mentre ora assolutamente non lo posso essere più. Certo, la musica elettronica è estremamente innaturale. All’epoca eravamo consapevoli che quello che facevamo era avanti rispetto al suo tempo. Avevamo già i Kraftwerk e Giorgio Moroder che erano più avanti di noi. Ma andavamo più o meno della stessa generazione.

[A Ryuichi Sakamoto] Diresti che la musica dei film è anche innaturale? Dato che non segui la tua ispirazione ma la creatività di chi fa il film, e che si tratta di un qualcosa di irreale.

Ryuichi Sakamoto: Nella maggior parte dei casi scrivere musica per i film è un processo che non mi viene naturalmente. Sono costretto a scrivere per il film. Per esempio la musica di L’ultimo imperatore, che era una combinazione di musica cinese e occidentale, è stata creata su precisa volontà di Bernardo Bertolucci, senza il quale non avrei scritto quel tipo di musica. Si tratta di un qualcosa quindi che è nato da due menti – la mia e quella della regista – e perciò in qualche modo ha degli aspetti positivi, perché mi spinge a fare qualcosa di inatteso, di innaturale per me. Il che è buono perché mi spinge a livelli inaspettati, mi piace. È una gioia.

[A Ryuichi Sakamoto] Per L’ultimo imperatore hai dovuto scrivere 45 brani in 7 giorni, come hai fatto?

Ryuichi Sakamoto: Fu una vera follia. Il produttore Jeremy Thomas mi disse: “Fai la musica. Scrivila, abbiamo bisogno della tua musica adesso”. Gli ho chiesto quanti giorni avrei avuto a disposizione e lui mi rispose: “Una settimana”. Ah, ma è impossibile, gli risposi e gli chiesi di darmi almeno due settimane. In condizioni normali sarebbe stato impossibile, ma allora ero giovane, molto giovane. E l’ho fatto. Ho scritto, registrato e mixato a Londra in così poco tempo. Ero molto giovane.

[A Ryuichi Sakamoto] Quando concepisci la musica per il cinema, pensi anche che si possa ascoltare bene da sola, come Forbidden Colours che è stata un grande successo, e non solo come accompagnamento, a servizio di un film?

Ryuichi Sakamoto: Deve rispondere a due necessità, essere buona musica ed essere colonna sonora, sono cose diverse, come le concili? Una buona colonna sonora non significa necessariamente buona musica. Io però voglio fare entrambe, anche se è molto difficile, e non credo di esserci riuscito sempre. Non c’è nessun metodo per scrivere buona musica, sia per i film sia per me stesso. Comunque, per esperienza, posso dire che quando ho scritto la melodia di Merry Christmas, Mr. Lawrence ero incosciente. Non è stata una creazione intellettuale, quando vedo la musica sullo spartito che ho scritto non so come l’ho scritta. È quasi una scrittura automatica, come diceva André Breton.

[A Ryuichi Sakamoto] È molto bello quando nel documentario guardi le immagini di Tarkovskij. Le immagini sono sempre state la tua fonte di ispirazione?

Ryuichi Sakamoto: Sì, le immagini sono la più importante fonte di ispirazione per scrivere le colonne sonore. Naturalmente leggo lo script e magari il libro da cui è tratto e ho una conversazione con il regista. Ma le immagini non mentono, mentre nel linguaggio si può mentire. Mi fido totalmente delle immagini.

[A Ryuichi Sakamoto] Nel film Merry Christmas, Mr. Lawrence, hai lavorato come attore insieme a un altro grande musicista, David Bowiee. Che ricordi hai del lavoro con lui sul set di quel film?

Ryuichi Sakamoto: È una mia opinione, ma David aveva tanti caratteri diversi, non solo due o tre ma molti. O personalità forse. Sull’isola in cui giravamo si comportava come una persona molto semplice e gentile. Per niente una superstar, mi piaceva molto e ci divertimmo molto assieme. Una notte abbiamo anche fatto una jam session assieme. Lui suonava rock’n’ roll anni ’50 ’60, pre-Beatles. Dopo le riprese ci ritrovammo a Cannes per il festival. Sei mesi dopo e lui era completamente cambiato, ed ero molto sorpreso del cambiamento. Si comportava come una superstar, che poi è quello che era. Per me fu uno choc. Questo mi fece allontanare da lui, non sapevo quale fosse il vero David. Sono sicuro che fosse una persona molto complicata. La sua morte è stata scioccante per me e, dopo la sua morte, sono stato triste per un mese. Ho amato particolarmente l’ultimo album che ci ha lasciato, Blackstar. La musica è così positiva per me, perché la forza della sua voce è così positiva che non ho l’impressione che fosse la musica di qualcuno che sapeva che sarebbe morto da lì a poco. Credo che sarebbe stato abbastanza innaturale per lui. In molti dicono che questo album sia stato progettato attentamente da Bowie perché fosse il suo ultimo, ma io non credo che sia così perché la sua voce era così positiva, non ha il suono di qualcuno che sta morendo. Ho molta comprensione per lui, lui voleva vivere più a lungo. Voleva fare ancora della musica nuova. Lo so. È per questo che per un mese sono stato così triste.

[A Stephen Nomura Schible] Hai cominciato la tua carriera nel cinema come assistente di Kazuo Hara, il grande e scomodo documentarista. Ti è rimasto qualcosa da quell’esperienza?

Stephen Nomura Schible: Il lavoro con Hara-san è cominciato quando avevo appena 19 anni, è stato il mio primo lavoro in assoluto, quando ero ancora alla scuola di cinema a New York. Prima di me aveva già licenziato tre ragazzi bilingue. Stava girando un documentario per la tv a New York e aveva bisogno di un traduttore per fare interviste. Per esempio sono stato al mercato del pesce a intervistare un tizio che probabilmente aveva a che fare con la mafia. Dato che io facevo le domande, il tipo mi puntava contro il coltello, non perché volesse uccidermi, ma per dirmi di non chiedergli certe cose. In breve, traducevo mentre faceva lunghe interviste alle persone. Dopo, nel cinema ho fatto più il produttore, ho lavorato a molte produzioni tra cui Lost in Translation. E solo dopo sono tornato alla regia, e ho intervistato Eric Clapton per un mio film, e quando ho iniziato mi sono reso conto che sapevo come farlo perché avevo lavorato con Hara-san. Ho avuto l’occasione di essere la sua voce e un po’ il suo ‘front person’. Ora con Ryuichi Sakamoto: Coda sono al mio secondo documentario, il primo prodotto per le sale cinematografiche.

[A Stephen Nomura Schible] Cosa ne pensi del risultato di Lost in Translation? Molti giapponesi si sono lamentati per la visione superficiale che Sofia Coppola dà del Giappone.

Stephen Nomura Schible: Tokyo è la mia città, la crew era al 90% giapponese, e sono molto soddisfatto dell’equilibrio che c’è in questo film. Da produttore credo che come produci un film, come raccogli i soldi e crei un team e una crew influenzino molto quello che il film diventerà. Quindi ora mi piace fare il regista ma non credo nell’autorialità. Lost in Translation è stato tanto difficile da produrre, ma in fin dei conti tutti i film lo sono. Per quanto riguarda la visione di Tokyo, ci sono parti per le quali penso: “Vabbè, è un film americano fatto in Giappone”, ma sapevo che il mio compito non era dare quello di dare la mia visione personale di Tokyo. Nella mia mente quel film era più che altro una fantasia. Tokyo era un personaggio e io ero come una guida.

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1 Commento

  1. Francesco 03/11/2017
    Rispondi

    Ryuichi Sakamoto: un Grande e umile uomo.

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