Il signor Rotpeter

Il signor Rotpeter

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Istinto e adattamento, il confronto dell’alterità con l’essere umano. Tratto dal racconto Una relazione per un’Accademia di Franz Kafka, Il signor Rotpeter di Antonietta De Lillo è un mediometraggio variamente riuscito, in cui resta apprezzabile la riflessione sul rapporto tra norma e diversità. Fuori concorso a Venezia 74.

La vita è il sogno (di una scimmia)

Ritratto immaginario dedicato al personaggio creato dalla penna di Franz Kafka, scimmia diventata uomo, interpretata da Marina Confalone. [sinossi]

Costruito interamente intorno all’esorbitante presenza scenica di Marina Confalone (interprete di una lunga stagione del cinema partenopeo, da Così parlo Bellavista a Incantesimo napoletano), Il signor Rotpeter segna il ritorno al cinema di Antonietta De Lillo, anche se nel formato del mediometraggio (il film dura 37 minuti). Presentato fuori concorso a Venezia 74 e tratto dal racconto di Kafka Una relazione per un’Accademia, oltre che frutto a sua volta di un precedente adattamento teatrale interpretato dalla stessa Confalone, Il signor Rotpeter soffre in parte della natura teatral-letteraria da cui proviene.
Se lo spunto appare decisamente interessante e inusuale – traslare nella Napoli contemporanea questo personaggio di scimmia che ha imparato a comportarsi da uomo – le conseguenze che la De Lillo ne trae non sembrano essere tutte riuscite. E, anzi, quanto più fedele risulta ai testi originari, tanto più Il signor Rotpeter appare debole: da un lato la ridondante relazione nell’aula universitaria (decisamente troppo lunga), dall’altro un eccesso di teatralità – nella recitazione proprio della Confalone – che non sempre sembra convincente e coerente con il progetto.

Ma basta far uscire il signor Rotpeter per le strade di Napoli, dal lungomare a un parco cittadino, che il film della De Lillo prende improvvisamente vita e riesce a far trasparire la volontà di raccontare uno straniamento esistenziale, una presunzione di sé (Rotpeter è, giustamente, molto orgoglioso per quanto è riuscito a fare, entrando nell’alveo degli umani) e contemporaneamente una ‘mostruosità’, una piccolezza al cospetto della normalità e dell’enormità del mondo esterno. Rotpeter si comporta da uomo (ed è interpretato da una donna), ma non è uomo, non lo potrà mai essere e la sua peluria scimmiesca e il suo modo di vestirsi antiquato sottolineano ancor più il fondo di incomprensione nei confronti dell’indistinto universo umano.
Ci pare dunque che questo spunto – forse troppo breve rispetto al resto – connoti e giustifichi Il signor Rotpeter, più ancora delle trovate iniziali (l’intervista che si sposta grazie al montaggio, d’altronde abilissimo, da un punto all’altro della casa del protagonista) e più ancora dei monologhi a volte un po’ rigidi della Confalone.

Rotpeter e Napoli, l’eccentricità di un essere e l’indifferenza degli altri, l’eccesso dell’essere al mondo per un qualcuno/qualcosa che ci imita (e che forse ci disprezza) e che in qualche modo ha imparato a servirsi – anche a fini economici – della sua diversità. È in questa coloritura – volutamente sopra le righe e volutamente grottesca – che ritroviamo una caratteristica tipica di quella scuola napoletana che seppe indicare una strada precisa all’inizio degli anni Novanta e che poi, purtroppo, non è riuscita a mantenere appieno le sue promesse.
Resta comunque una sorta di mini-monumento all’arte recitativa di Marina Confalone, ottima interprete che negli anni ha saputo ritagliarsi ampi riconoscimenti e stima, ma che forse non è mai stata del tutto tributata di quanto meritava. Il signor Rotpeter sembra voler in qualche modo correre ai ripari celebrando il suo talento, riservandole un one-woman-(man-monkey)-show in cui possa essere assoluta protagonista, ciò che finora in più di quarant’anni di onorata carriera il cinema le aveva permesso soltanto in rarissime occasioni (praticamente mai).

Info
La scheda di Il signor Rotpeter sul sito della Biennale.
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