Intervista a Ichiro Miyagawa e Masahiro Miyajima

Intervista a Ichiro Miyagawa e Masahiro Miyajima

Il chiaroscuro di grigi della scena spettrale della traversata del brumoso lago Biwa in I racconti della luna pallida d’agosto, o del bosco incantato di Rashomon; la tavolozza cromatica di Kagemusha: dobbiamo tutte queste immagini suggestive al grande direttore della fotografia giapponese Kazuo Miyagawa (1908–1999). A lui si deve anche l’invenzione del bleach bypass, la tecnica di sviluppo della pellicola a colori che conserva i sali d’argento in modo da conferire maggior contrasto all’immagine. Un procedimento che è stato poi impiegato anche a Hollywood in film come Salvate il soldato Ryan, Minority Report, Seven e 300.
Abbiamo incontrato a Venezia 74 il figlio di Kazuo Miyagawa, Ichiro, e il suo ultimo assistente, Masahiro Miyajima, intervenuti a presentare i restauri di due film di Kenji Mizoguchi, Gli amanti crocifissi e L’intendente Sansho, nell’ambito della sezione Venezia Classici. Restauri curati dalla Kadokawa Corporation con The Film Foundation ed eseguiti nel laboratorio Cineric Audio Mechanics.

[a Masahiro Miyajima] Esattamente da quando è iniziata la tua collaborazione con Kazuo Miyagawa?

Masahiro Miyajima: Sono entrato nella sua stessa compagnia, la Daiei, dal 1966, quindi ho lavorato a tutti i film da quell’anno fino alla sua morte. Ma già da bambino avevo visto film come Gli amanti crocifissi e L’intendente Sansho e la mia vita era cambiata, mi ero innamorato di quelle immagini. E dopo i miei anni universitari ho coronato il sogno di poter lavorare fianco a fianco con Kazuo Miyagawa.

Potete parlarci del lavoro di restauro cui avete partecipato?

Ichiro Miyagawa: Per L’intendente Sansho è stato più difficile perché non ci sono più i negativi. Esistono solo un po’ di copie in positivo. Per cui si è dovuto iniziare un processo abbastanza difficile per tornare all’immagine come era. Lo stato di conservazione non era quindi molto buona.

Masahiro Miyajima: Per Gli amanti crocifissi la situazione era simile ma lo stato iniziale della pellicola era leggermente migliore. Restaurare il film in queste condizioni non è stato semplice e ho dovuto lavorare su gamma correction, contrasto e luminosità per riportare il film in quelle che credo fossero le sue condizioni originali.

Avete in programma restauri di altri film con la fotografia di Miyagawa?

Masahiro Miyajima: Prima di questi ho presieduto al restauro di I racconti della luna pallida d’agosto. Rashomon è già stato restaurato da qualche anno, così sono a posto i quattro grandi classici di Miyagawa, ma mi piacerebbe restaurare quello che considero l’originale radice del lavoro di Miyagawa, il primo film che ha davvero illuminato. Si tratta di Muhomatsu no issho, la prima versione del 1943 di L’uomo del risciò, non la seconda, quella del 1958, entrambe dirette da Hiroshi Inagaki. Ci sono stati due interventi di censura su quel film, da parte del governo giapponese durante la guerra, e poi da parte delle autorità americane di occupazione. È il film che vorrei davvero restaurare.

Ichiro Miyagawa: Ce ne sarebbero altri che vorrei restaurare ma anch’io credo che Muhomatsu no issho sia prioritario perché altri titoli si trovano in condizioni migliori. Questo restauro invece dovrebbe essere fatto il prima possibile.

Parliamo di una delle scene più affascinanti della storia del cinema non solo giapponese: la traversata in barca del lago Biwa nel film I racconti della luna pallida d’agosto, con una nebbia avvolgente che rende un senso del fantastico, un’atmosfera spettrale. Com’è stato ottenuto quell’effetto?

Ichiro Miyagawa: Mio padre mi diceva che molti effetti erano stati ottenuti per caso, con fortuna. La scena era stata realizzata in una grande piscina dentro uno studio, con il fumo artificiale. Loro preparavano sempre la temperatura molto fredda, non si doveva muovere nulla, e aspettavano il momento giusto per catturare qualcosa di buono. Ma mio padre non poteva immaginare in un tale miracolo. La capacità di controllare il fumo andava oltre quello che lui pensava si potesse fare.

Masahiro Miyajima: C’erano diverse tecniche per controllare l’aria della stanza. Venivano spruzzati degli elementi chimici e si doveva aspettare che avessero effetto. Se l’effetto non era quello desiderato, tutti dovevano uscire e bisognava fare uscire tutta l’aria e poi ricominciare. Ho fatto lavori di questo tipo con Miyagawa. C’era tanto da aspettare e poi controllare i livelli delle varie sostanze nell’aria.

Miyagawa riferiva che Mizoguchi concepiva il cinema come i rotoli dipinti, gli emaki-mono, della tradizione artistica giapponese, da cui i suoi famosi long take con carrellate laterali. Sapete quali fossero le istruzioni che gli dava in questo senso?

Ichiro Miyagawa: Per film come I racconti della luna pallida d’agosto e Gli amanti crocifissi mi risulta che mio padre ricevesse suggerimenti su come avrebbe dovuto girare le scene, se un long take o altro, non solo da Mizoguchi ma anche da un artista suo collaboratore, che molti non conoscono, Tadaoto Kainosho.

Miyagawa diresse la fotografia del primo film a colori di Mizoguchi, La nuova storia del clan Taira. Sembra che Mizoguchi avesse studiato il technicolor di Hollywood per fare quel film. Vi risulta?

Ichiro Miyagawa: Le uniche informazioni che si avessero all’epoca a proposito dei film a colori venivano dall’America, e quindi l’unica cosa che si poteva fare era chiedere alla Kodak e al suo staff. Comunque Mizoguchi e la sua troupe non furono troppo soddisfatti del risultato finale, probabilmente perché non sapevano bene cosa stessero facendo. Anche per mio padre si trattava del primo film a colori e anche lui giudicava quell’esperienza insoddisfacente. Ma da quel film in poi impararono gradualmente. Al punto che mio padre arrivò a sviluppare il proprio stile del colore, sviluppò la tecnica del bleach bypass.

Erbe fluttuanti è l’unico film che Yasujiro Ozu ha fatto con Miyagawa. Si tratta di uno dei pochi film che Ozu ha fatto fuori dalla sua casa di produzione madre, la Shochiku. Forse Ozu era interessato al technicolor della Daiei per fare Erbe fluttuanti? Si tratta peraltro di uno dei pochi film del regista a non essere ambientato a Tokyo ma in un villaggio di pescatori.

Masahiro Miyajima: A quell’epoca la Kodak faceva molte pellicole ma a dire la verità Miyagawa usava la pellicola Agfa dalla Germania, gli piaceva il colore prodotto dalla Agfa. La base della pellicola era diversa perché quella dell’Agfa era “clear base” e i colori tendevano a mescolarsi, mentre negli altri tipi i colori erano molto separati, molto puliti. Nel film Her Brother di Kon Ichikawa usò questo mix di colori. Per quanto riguarda Ozu non era facile lasciare la compagnia ma penso che insistette perché voleva quel film con quei colori di un’altra compagnia. Non ne sono sicuro, ma mi pare di aver sentito che Ozu, dopo che ebbe lavorato con Myagawa per quel film, disse che era la prima volta che aveva capito come girare a colori. Dunque forse a Ozu non piaceva il colore che veniva prodotto dalla Shochiku.

Ichiro Miyagawa: Anche Erbe fluttuanti è in corso di restauro, stiamo supervisionando il lavoro.

Masahiro Miyajima: È un lavoro molto difficile, con i colori è più difficile che con il bianco e nero.

Ichiro Miyagawa: Per Erbe fluttuanti molta della pellicola originale che è stata usata per il restauro era rimasta a casa mia. Grazie a quel materiale si è riusciti a riportare Erbe fluttuanti ai suoi colori originali.

Anche per Rashomon ideò delle soluzioni innovative.

Masahiro Miyajima: Mise sette grandi specchi, che riflettevano la luce naturale creando tanta ombra nella foresta, perché a quel tempo non c’erano i pannelli riflettenti, così ideò questa soluzione. A quel tempo si cercava di fare il possibile per usare la luce naturale del sole. Kurosawa non era contento che, a causa degli specchi, non riuscisse a vedere gli attori, così ordinò che venissero tagliati alcuni degli alberi della foresta. Si girava in una foresta vicino a un tempio di Kyoto e i monaci di quel tempio non furono molto felici quando seppero che erano stati tagliati gli alberi.

Tra i registi che in epoca più recente hanno lavorato con Miyagawa figura Masahiro Shinoda, per cui ha curato la fotografia di tanti film. Perché Shinoda aveva bisogno del lavoro di Miyagawa? Forse per il suo interesse verso il teatro e verso l’estetica tradizionale giapponese?

Masahiro Miyajima: Hanno fatto molti film insieme, ma hanno litigato molto sul set. Shinoda non era contento degli altri direttori della fotografia che aveva usato prima di Miyagawa. Fui presente al loro primo incontro, Miyagawa gli chiese “Come mai hai scelto uno della vecchia guardia come me?”, non ricordo però cosa rispose Shinoda. Credo comunque che sia plausibile che sia stato scelto, come dici tu, per il suo stile tradizionale. Visto che Shinoda ama i classici, non poteva che aver bisogno di un direttore della fotografia come Miyazawa per girare i suoi film.

Il film Maihime di Shinoda è ambientato per buona parte nella Berlino di fine Ottocento. Sapete come hanno lavorato?

Masahiro Miyajima: Io sono stato coinvolto solo nelle scene giapponesi, a Berlino c’era uno staff diverso. Miyagawa era a Berlino ma solo per osservare come lavorava l’altra troupe. Avrebbe potuto comunque curare la fotografia di quella parte, lui poteva lavorare dappertutto.

Se pensiamo a Rashomon e a I racconti della luna pallida d’agosto, ma anche a Kagemusha, non possiamo che riconoscere quanto Kazuo Miyagawa sia stato grande, tanto nel bianco e nero quanto nel colore.

Masahiro Miyajima: Era un genio. La sua idea del bianco e nero era ispirata all’antica arte delle sumi-e, i dipinti giapponesi a inchiostro e acqua, con diverse gradazioni di grigio, così tra il bianco e il nero ci sono tanti livelli diversi. Questa era la sua idea. Poi, come abbiamo detto, per il colore fece molti studi dopo il suo primo film, La nuova storia del clan Taira. Quindi sperimentò molti tipi di pellicola e di colori che potevano essere usati. Era un genio, ma anche fece molti studi per diventare un vero maestro.

Info
La scheda di Gli amanti crocifissi sul sito della Biennale.
La scheda di L’intendente Sansho sul sito della Biennale.

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