L’equilibrio

L’equilibrio

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Vincenzo Marra rivela agli occhi degli spettatori il rapporto di connivenza, a tratti persino incestuoso, tra l’istituzione cattolica e la camorra, attraverso il racconto di un parroco lontano da qualsiasi compromesso che prova a rompere quell’equilibrio malsano. Alle Giornate degli Autori di Venezia e ora in sala con la Warner Bros.

Il martirio di Giuseppe

Giuseppe, un sacerdote campano già missionario in Africa, opera in una piccola diocesi di Roma. Messo in crisi nella sua fede, chiede al vescovo di essere trasferito in un comune della sua terra e, così, viene spostato in un piccolo paesino del napoletano. Giuseppe prende il posto del parroco del quartiere, Don Antonio, un uomo dal grande carisma e dalla magnifica eloquenza, ascoltato e rispettato da tutti perché combatte una battaglia contro i sotterramenti illegittimi di rifiuti tossici. Don Antonio per meriti acquisiti sta per essere trasferito a Roma. Prima di partire introduce Giuseppe nella dura realtà del quartiere. Una volta rimasto solo, il sacerdote si dà da fare cercando di aiutare in tutti i modi la comunità, fino a quando scopre la scomoda realtà di quel luogo. Giuseppe decide di seguire il suo percorso spirituale senza paura e, malgrado la grande tenacia e il coraggio, si scontra con un ambiente molto duro che lo metterà spalle al muro… [sinossi]

L’equilibrio è una dote naturale, e permette a un organismo di organizzare i movimenti del proprio corpo in relazione alle forze esterne con cui deve confrontarsi, a partire ovviamente sulla Terra dalla gravità. Un essere umano, fin da bambino, impara a stare in equilibrio, per poi rispettarlo, assecondarne i dettami. L’equilibrio è il compromesso tra l’essere in quanto tale e l’universo nel quale si trova a muoversi, e a vivere. In natura, nulla di cui ci si possa lamentare. In natura… Ma l’uomo è un animale sociale, ha sovrastrutturato il proprio rapporto con la natura: e non è detto che l’equilibrio sia qualcosa di cui andare particolarmente fieri.
L’ultima Mostra di Venezia, oltre a ospitare una trentina di opere di produzione italiana, un numero inusuale (ed esagerato), ha sottolineato al di là di ogni dubbio la centralità nello sguardo contemporaneo del cinema battente bandiera tricolore della città di Napoli. Era dagli anni Novanta, dall’esplosione di quella scuola di cineasti che vide dialogare le visioni di Mario Martone con quelle di Pappi Corsicato, Antonio Capuano, Stefano Incerti e Antonietta De Lillo, che Napoli non irrompeva con una tale forza sul proscenio nazionale. Quella Napoli era narrata da uno sguardo autoctono, orgogliosamente campano, mentre oggi l’impressione è che se Roma continua a rimanere il fulcro del mainstream – con una lettura troppo spesso virata in direzione della commedia, o al massimo screziata di malavita à la Romanzo criminale e Suburra –, Napoli appare come una terra misteriosa e gravida di frutti dai gusti e dai colori più diversi, spesso sgargianti e cangianti. In molti, non solo napoletani o campani, voltano lo sguardo verso il golfo, le mille contraddizioni e le storture di una terra che ha sempre attirato la classe intellettuale. Chissà, forse lo “sterminator Vesevo” potrebbe assumere nella filmografia nostrana il valore che i giapponesi attribuiscono al Fuji, profilo inconfondibile tanto da dominare il logo della Shōchiku. Intanto alla Mostra la città che deve uno dei suoi nomi alla sirena Parthenope si è presentata nelle fogge più disparate: i Manetti l’hanno cantata in un noir neomelodico, Ammore e malavita; le canzoni riecheggiano anche nell’animazione di Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, rilettura molto libera della fiaba di Giambattista Basile e dell’opera teatrale di Roberto De Simone; la De Lillo con Il signor Rotpeter vi ha trasportato nientemeno che Kafka, mentre Bruno Oliviero con Nato a Casal di Principe ha raccontato la storia vera di Amedeo Letizia; un tentativo di narrare un territorio e soprattutto l’umanità che vi si muove che prorompe con forza sia da Il cratere di Luca Bellino e Silvia Luzi, sia da Veleno di Diego Olivares, entrambi alla Settimana Internazionale della Critica, così come l’affascinante cortometraggio Le visite. Sempre Di Pace, con Walter De Majo, Giovanni Dota e Matteo Pedicini, è tra i registi de La chimera, preludio a un lungometraggio girato tra le Vele di Scampia per la produzione tra gli altri di Gianluca Arcopinto, uno che a Napoli è legato, e che riflette da anni sui modi in cui la città debba essere raccontata per immagini.

Non è dunque un caso che anche ne L’equilibrio, nuovo film di Vincenzo Marra che esce in sala dopo essere stato presentato a Venezia nelle Giornate degli Autori, ci sia lo zampino di Arcopinto, il produttore a cui Marra è legato fin dai tempi di Estranei alla massa, documentario che nel 2001 focalizzava l’attenzione su un gruppo di giovani ultras del Napoli. Come ne La prima luce, il suo precedente lungometraggio che aveva trovato spazio sempre al Lido, anche L’equilibrio nasce dall’esigenza di portare sullo schermo fatti “di verità” uscendo dal campo del documentario per muoversi all’interno della finzione drammaturgica: se però l’autobiografismo de La prima luce, unito a una tendenza mélo un po’ raffazzonata, finivano con l’inficiare il potenziale emotivo del film, L’equilibrio si orchestra in tutt’altra maniera, e con esiti senza dubbio più felici.
La storia è quella di un parroco che, per avvicinarsi alla sua terra d’origine (e fuggire dall’affetto per una donna che sta diventando sempre più compromettente) si fa spostare da Roma in una delle zone campane afflitte dal dramma delle scorie sotterrate in maniera illegale dalla camorra con la connivenza del potere politico. Lì il precedente parroco ha condotto una battaglia civile all’arma bianca. Almeno all’apparenza… Ruota tutto attorno alle apparenze, L’equilibrio: l’apparenza di una quotidianità “normale”, di una netta contrapposizione della Chiesa nei confronti dei signorotti locali, di una voglia di emancipazione che in maniera solo occasionale invece investe la popolazione. Nell’avvicinarsi alla storia di don Giuseppe, intenzionato a non assecondare i soprusi di chi gestisce l’attività illegale nella zona – a partire da una capretta che bruca indisturbata in un campo di calcetto impedendo ai bambini di entrarvi e costringendoli a giocare a pallone in mezzo alla strada, tra le macchine – Marra sceglie volontariamente di estraniarsi, di raggelare gli elementi climatici, di abbassare idealmente il volume. Mimmo Borrelli riveste dunque il suo personaggio di una calma che trascende nell’apatia, quasi che l’umano con le sue pulsioni non abbia più diritto di accesso là dove ogni diritto dell’umano viene calpestato ogni giorno, sia da chi compie gli illeciti sia da chi preferisce non intromettersi, come le forze dell’ordine che non vogliono creare dissesti a un equilibrio costruito sulla sopraffazione, ma in qualche modo destinato a resistere.

Tra la fede verso i suoi superiori – l’amato vescovo interpretato da Paolo Sassanelli – e quella verso i suoi doveri Giuseppe non ha dubbi su quale vada ottemperata, e il film è il disvelamento di un percorso di apprendistato. Apprendistato alla libertà, al libero arbitrio, alla necessità di agire anche se si è soli. Soprattutto se si è soli. Dimesso canto senza troppa speranza, L’equilibrio è un’opera che non può essere forse percepita fino in fondo a chi non ha la voglia e il coraggio di mettersi da parte, di rinunciare al peso della presenza, di sostare in attesa a metà del guado. Non perché non si sappia che strada intraprendere, ma perché la tragedia è quella di un microcosmo in cui nulla può sopravvivere: si muore sparati per aver disatteso i propri compiti, si muore in un letto di ospedale nella più totale indifferenza, si muore ogni giorno, in ogni momento, in un mondo che avrà anche trovato il suo equilibrio, ma l’ha fatto costruendolo sopruso dopo sopruso. Mai il cinema di Marra era apparso così chiaro e netto, così rigoroso a suo modo, così spoglio di qualsiasi orpello inutile. L’equilibrio è un film che sfrutta la retorica per aprire il fianco a una lunga serie di riflessioni, e di dibattiti, ma sa anche evitare facili populismi: don Giuseppe è un uomo tormentato, che è stato forse abituato a fuggire di fronte alle difficoltà, ma sa ora di doverle affrontare, fianco a fianco anche a un popolo che probabilmente non lo vuole lì. Perché una volta condotta la battaglia contro chi ha impestato il terreno – “sono tutti in galera o pentiti”, sentenzia un parrocchiano, sottolineando come oramai la battaglia non comporti più rischi – qualcuno dovrebbe prendersi la briga di aprire gli occhi anche su tutte le altre storture, sul traffico di droga? Perché? La risposta è tutta negli occhi di don Giuseppe, nel suo tremare composto, nel suo tentativo di essere un uomo, anche se questo può condurlo a un personale martirio. Tra le sorprese più piacevoli regalate dal cinema italiano a Venezia, L’equilibrio, proprio per la sua postura ieratica e spoglia, rischia di passare in silenzio nelle sale, per poi fare la sua ricomparsa solo in qualche sparuta arena estiva. Sarebbe davvero un peccato.

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Il trailer de L’equilibrio.

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  1. Trackback: L’equilibrio, un prete contro la maledizione dei rifiuti tossici | Bandini Casamenti

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