Diadikasia

Diadikasia

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La tragedia dell’Antigone è il passaggio obbligato dell’intera poetica di Dimos Theos, e così un film come Diadikasia si dimostra fondamentale per comprendere la riflessione sulla libertà, la scelta, la condanna del potere. Il film viene presentato al triestino I Mille Occhi nella retrospettiva dedicata al regista greco.

La sentenza iniqua

1400 a.C. Su un’isola dell’Egeo, due fratelli, Polinice e Eteocle, trovano la morte l’uno per mano dell’altro, combattendo su due fronti opposti: Eteocle è un eroe per la città, Polinice muore combattendo da avversario del fratello e dunque da avversario della città stessa. Per Eteocle vengono celebrati funerali da eroe; per Polinice, invece… [sinossi]

Diadikasia è la traslitterazione in caratteri occidentali del termine greco Η Διαδικασία, traducibile letteralmente con “la procedura”: va in effetti segnalato come nei pochi festival internazionali che negli ultimi anni hanno proiettato il film di Dimos Theos compaia di quando in quando il titolo anglofono Proceedings. Un dettaglio non particolarmente rilevante, perché il film per il microcosmo cinefilo che ha avuto modo di avvicinarsi al cinema di Theos continua a esistere solo con il titolo originale: Diadikasia, dunque. Il film dell’apparente disgelo. Quando il regista greco inizia a lavorare sul set la Dittatura dei Colonnelli che ha insanguinato le strade di Atene, Salonicco, Corinto e via discorrendo è da poco andata in frantumi, dopo sette anni di dominio incontrastato sullo Stato. La nazione-Grecia esce da uno stato di sottomissione. Esce da una guerra fratricida, la stessa che venne combattuta a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale per decidere a quale dei due blocchi – l’ovest statunitense o l’est sovietico – la Grecia dovesse “appartenere”. Non ha mai avuto scelte di libertà il popolo greco nel secondo dopoguerra. Non ha mai potuto esprimere il proprio pensiero fino in fondo. Quando nel 1976 Diadikasia iniziò a fare il giro per i festival (su tutti la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, forse la destinazione più ovvia e doverosa per un’opera di questo tipo), per poi uscire nelle sale greche a settembre, il popolo si stava appena abituando a quella che venne chiamata la Terza Repubblica Ellenica: la monarchia era stata superata attraverso un plebiscito referendario, e in patria stavano rientrando le figure nel corso degli anni costrette all’esilio, a partire da Andreas Papandreou, destinato a dominare la scena politica per oltre un decennio con il “Panellinio Sosialistiko Kinima”, noto ai più come PaSoK.
Anche Theos era un revenant: per finire il montaggio di Kierion, il suo primo rivoluzionario lungometraggio, si era dovuto rifugiare in Gran Bretagna. L’atmosfera ad Atene nel 1967 si stava facendo incandescente, e non sarebbe stato saggio rimanere. Sorta di figura errante, Theos teorizza attraverso lo sguardo della macchina da presa il suo disagio, la sua incapacità di accettare e comprendere lo stato delle cose. Kierion è un atto di ricerca e libertà, di ricerca della libertà attraverso la verità di una finzione esibita, giocata attraverso il campo protettivo del genere, il perimetro del giallo e dell’investigazione. Ma in quella Grecia moderna, anche troppo moderna, si avverte il seme di un archetipo, le radici dell’arcaico, il retaggio di una tragedia che sovrasta i cieli. E che prende corpo ulteriormente, e forse in maniera definitiva, proprio in Diadikasia.

Come potrà apparire evidente anche solo gettando un’occhio alla breve sinossi che si trova in apertura di questo articolo, Diadikasia altro non è che una rilettura di Antigone di Sofocle, primo capitolo della trilogia tragica che verrà completata da Edipo re ed Edipo a Colono, che pur essendo redatte in epoca più tarda (Antigone venne rappresentata nel 442 A.C., le altre due rispettivamente una quindicina di anni più tardi e addirittura nel 401 A.C., con l’autore morto da un lustro) raccontano avvenimenti precedenti. È fin troppo evidente quali forme metaforiche abbia assunto il testo di Sofocle nella rilettura di Theos: la ribellione di Antigone, che rifiuta la legge di uno stato dittatoriale, quello di Creonte, perseguendo l’idea di mettere in atto la legge morale, è l’immediato contrappunto alla situazione politica greca sotto il regime della Giunta. Contrariamente alla scelta compiuta per Kierion, dove i fatti del 1948 (l’assassinio del giornalista statunitense George Polk da parte di estremisti di destra) venivano traslati al 1967 senza che questo alterasse minimamente la portata politica del discorso, in Diadikasia il regista greco decide di ambientare i fatti proprio nell’Ellade del V secolo A.C.
Duemila anni non possono in alcun modo scalfire la potenza del discorso sofocleo, che di fatto anticipa e ispira le speculazioni hegeliane sulla contrapposizione tra legge di famiglia e legge dello Stato; ma laddove in molti nel Ventesimo Secolo sfruttarono questa potenza per modernizzarne il discorso – si pensi alla rappresentazione curata nel 1989 da Andrzej Wajda per lo Stary Teatr di Cracovia, o i bombardamenti che subisce Tebe nella lettura del Living Theatre, per non parlare delle interpretazioni di Bertolt Brecht e de I cannibali di Liliana Cavani – Theos comprende come il tempo sia solo un dettaglio. La metafora è insita nello sguardo, nella semplicità delle scelte di campo e controcampo, in una scenografia ridotta all’osso, con una gran parte del film che si svolge en plein air, sulla spiaggia in riva a quel mare che non porta mai con sé eroi o salvatori.

Evitando di immergersi in un cinema di primi piani – che sposterebbero l’attenzione dalla tragedia collettiva a un dramma intimo e privato, prima metastasi del cancro dello sguardo imborghesito – Theos lavora piuttosto sulle profondità possibili del campo, sull’azione dei corpi all’interno di uno spazio definito, un proscenio sovente naturale che è sempre e solo testimone. La terra, quella agognata dai porcari, dagli ultimi degli ultimi, dagli umili. La terra, che viene loro promessa solo per avere in cambio dei vantaggi politici. La terra, a cui l’uomo e la donna appartengono. La terra che vuole sepolto Eteocle ma non Polinice, reo di aver scelto la “parte sbagliata” della barricata. In uno sguardo solo all’apparenza ieratico si nasconde in realtà un cinema tattile, materiale, pulsante di uno spirito vitale che ne rinvigorisce i tratti, pur non dispensando allo spettatore facile ottimismo.
La tragedia non può far altro che compiere il suo corso naturale, duemila anni fa come negli anni che vanno a concludere il “secolo breve”. Movimenti di macchina scarni ma carichi di eleganza, stacchi di montaggio arditi eppure sempre privi di vuoto artificio estetico; Diadikasia è un’opera fuori dal tempo eppure così urgente e attuale da far rimbalzare nella mente quell’interrogativo finale destinato, come sempre in Theos, ad aleggiare tra gli spettatori, di occhio in occhio. “Quando è stata persa la rivoluzione dei porcari? Hanno mai avuto la possibilità di fare una radicale rivoluzione sociale? E se sì, quali presupposti gli mancavano?”

Info
Diadikasia sul programma de I Mille Occhi.
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