Il rossetto

Il rossetto

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Folgorante esordio di Damiano Damiani, Il rossetto rifletteva con acume sul cambiamento dei costumi nell’Italia dei primi anni Sessanta e sul rischio di degenerazione morale. Alla 16esima edizione de I Mille Occhi.

I diabolici

La tredicenne Silvana è innamorata di Gino, un giovane suo vicino di casa che fa il rappresentante di commercio. Lei tenta in tutti i modi di parlare con lui, finché finisce per trovare la scusa – e in qualche modo un principio di ricatto – nel momento in cui gli dice di averlo visto uscire dall’appartamento di una prostituta che è stata assassinata… [sinossi]

Si è detto più e più volte – a partire da Lino Micciché – che il biennio tra il ’58 e il ’60 ha rappresentato il momento di svolta e allo stesso tempo di maturazione del cinema italiano, preambolo all’unica stagione – che dura poco più di un quindicennio e si chiude alla fine dei Settanta – in cui sia davvero esistito un sistema cinematografico nazionale produttivamente funzionante.
Lo conferma un film come Il rossetto, presentato alla 16esima edizione de I Mille Occhi per la sezione dedicata alla corrispondenze di cineasti italiani.
Esordio di Damiano Damiani, Il rossetto nasceva proprio sull’onda di una necessità produttiva: il tentativo di dare in qualche modo seguito al successo commerciale di Un maledetto imbroglio (1958) di Pietro Germi, che infatti qui – come nel film ispirato al Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – interpreta di nuovo il ruolo di un commissario di polizia, impegnato nella caccia a un assassino. Ma non solo. In questo film, come in quello di Germi, assistiamo ai prodromi di quello che poi diventerà un glorioso genere nazionale: il giallo poliziesco, che sarà perseguito con costanza dallo stesso Damiani (da Il giorno della civetta a La piovra), oltre ad essere centrale in tante diverse diramazioni del cinema di quegli anni (dalla nascita del poliziottesco di La polizia ringrazia di Steno, all’autoparadosso del cinema civile di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri, passando per l’ecatombe del sentire e della moralità nazionale in Cadaveri eccellenti di Rosi).

Qui, visto che siamo esattamente all’inizio degli anni Sessanta, Damiani non affonda ancora il colpo in quello che poi diventerà il suo filone elettivo – il cinema giallo di denuncia, per l’appunto – ma trascolora piuttosto l’indagine con delle finissime notazioni di costume, che fanno sì che il suo film per certi aspetti possa essere apparentato, ad esempio, a una qualsiasi opera di Pietrangeli di quegli anni (si pensi a La parmigiana).
Il rossetto infatti mette in scena il rischio di degenerazione morale nel contesto sovrappopolato di uno dei tanti quartieri alla periferia di Roma che nascevano in quegli anni come funghi: sullo sfondo si vedono i palazzoni, le strade sterrate e finanche le baracche, dove trovavano rifugio i migranti dal centro e dal sud che ancora non erano riusciti ad avere una casa.

Damiani però non affronta di petto la povertà e la difficoltà di sussistenza – come ad esempio invece avveniva in un film geniale quale Il tetto, diretto da De Sica e scritto, al solito, da Zavattini, che co-sceneggia insieme a Damiani proprio Il rossetto – quanto l’apparente superamento delle difficoltà del quotidiano e il periglioso tentativo di entrare a far parte della piccola borghesia.
Nel personaggio di Gino, rappresentante di commercio con un passato di suonatore ambulante, leggiamo infatti il ritratto di un giovane che deve essere nato e cresciuto circondato dalla miseria e che – ora che ha raggiunto un certo status sociale – fa di tutto per potersi affrancare dal suo passato.
Così, allo stesso modo, nel personaggio della tredicenne Silvana – che è l’effettiva protagonista di Il rossetto – vediamo incarnata una figura cresciuta rispetto al totem neorealistico de “i bambini ci guardano”, ma ancora non abbastanza da essere donna; una bambina che – in assenza di modelli positivi – anela a essere già attraente come certe figure del cinema. È questo ovviamente il personaggio più zavattiniano del film e anche quello sociologicamente più rischioso; eppure, grazie alla sempre felicissima penna dello scrittore di Luzzara, ci si palesa un carattere raffinatissimo, stretto tra innocenza e colpa, ingenuità e furbizia.

Quel che capita è che, di fronte all’omicidio di una prostituta, Silvana prova bambinescamente a ricattare Gino – lo ha visto uscire dall’appartamento della donna – sperando di legarlo a lei, visto che ne è innamorata. Il ‘maledetto imbroglio’ che combinano finirà sotto il giudizio della polizia, capitanata – come detto – dal commissario interpretato da Pietro Germi, che ha la dolenza malinconica del Louis Jouvet di Legittima difesa. E se il riferimento al noir francese traspare non solo attraverso i riecheggiamenti del film di Clouzot, ma anche nel soprannome che si era guadagnata la prostituta uccisa, Grisbì, va detto che comunque Il rossetto è tipicamente italiano, ed è per l’appunto una delle prime e fondamentali testimonianze di giallo nazionale, e anzi romano.
Inoltre, Damiani mostra di avere già le idee chiarissime nella capacità di leggere le trasformazioni in ambito sociale: il commissariato di polizia diventa infatti una sorta di palcoscenico dove viene messo a giudizio l’eccessivo avvicinamento tra un uomo (Gino) e una minorenne (Silvana) ventilando l’ipotesi della pedofilia – che poi sarà il tema di un film successivo dell’autore friulano, Girolimoni, il mostro di Roma. E il rossetto del titolo è quello che spinge tutti a vedere il comportamento della protagonista con crudele severità: così piccola, ha osato metterlo e dunque – secondo il commissario e secondo la madre – potrebbe aver voluto furbescamente adescare quel ragazzo più grande di lei. Insomma, grazie a Il rossetto, siamo già, se vogliamo, nell’ambito della perfetta descrizione di un pericolosissimo crinale: quello della meschinità e dell’ipocrisia sociale, della volgarità piccolo-borghese, dell’orrore del quotidiano
E allora, non è un caso che, oltre alle raffinate notazioni di costume, Damiani voglia regalarci anche degli improvvisi guizzi horror, capaci di gelare il sangue: il movimento di macchina all’indietro dalla tv accesa al volto della prostituta con il viso insanguinato, e poi il dettaglio delle scarpe della ragazza zoppa che era stata circuita dallo stesso Gino. Un’altra conferma di come Il rossetto sia un esordio coraggioso e già molto personale, in grado di anticipare con nettezza i lineamenti dell’opera successiva dell’autore di Io ho paura.

Info
La pagina Wikipedia di Il rossetto.
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