La lupa mannara

La lupa mannara

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Sospeso fra l’horror, l’erotico e il revenge movie, La lupa mannara di Rino Di Silvestro è una rilettura psicologica e patologica della licantropia che mette al centro la donna e non può prescindere dal suo schizofrenico desiderio. Perfetto esempio di sexploitation a basso costo che non ha paura di cadere nel grossolano, nel demenziale e nel kitsch pur di essere libero nel suo frullato di generi, è stato proiettato ai Mille Occhi 2017 nell’ambito dell’omaggio a Dagmar Lassander.

La mangiatrice di uomini

La contessa Daniela Naseri, affetta da disturbi mentali in seguito a uno stupro subito a 15 anni, si convince tramite il ritratto di un’antenata finita sul rogo di averne ereditato la licantropia. Inizierà ben presto a sedurre e uccidere gli uomini e le donne che troverà a fare sesso. Fra violenti omicidi, fughe dall’ospedale psichiatrico, sfioramenti, furti di vestiti, l’inaspettato innamoramento per uno stuntman cinematografico e un nuovo attacco da parte di una banda di bruti, Daniela non potrà che cadere nuovamente vittima del suo destino e delle sue psicosi. [sinossi]

È una lupa mannara bizzarra, quella messa in scena nel ’76 da Rino Di Silvestro. È una lupa mannara che non è mai belva, priva di peli e dal corpo formoso, nuda e provocante, seducente e fuori controllo. È una lupa mannara la cui natura animale nasce allo stesso modo dal folklore popolare, dal trauma e dal desiderio, e che oltre alla classica luna piena ha bisogno di assistere a momenti di aperto erotismo per trasformarsi, da donna sessofobica, in affamata omicida. È una lupa mannara sanguinaria, feroce, eppure fragile, vittima dei suoi incubi e delle sue paure, dei suoi squilibri mentali e dell’ineluttabilità del destino, ma soprattutto della propria autosuggestione, spinta oltre i limiti dell’isteria dalle icone del passato e dalle coincidenze del presente.
Fra la sfera onirica e gli attacchi a morsi, La lupa mannara non cerca però più di tanto l’orrore, quanto i corpi e i loro fremiti: più che il Thanatos, la morte in cui la donna licantropo farà piombare le sue numerose vittime, il film di Di Silvestro cerca e trova l’Eros, innestandosi alla perfezione in quel filone erotico, dalla commedia sexy all’horror passando per l’operetta morale, riportato sugli schermi festivalieri e finalmente ridiscusso e rivalutato grazie a Sergio M. Grmek Germani, alla sedicesima edizione del “suo” Festival I Mille Occhi di Trieste (il cui sottotitolo quest’anno è non certo a caso Eros e Priapo) e all’omaggio da lui fortemente voluto all’attrice/icona erotica tedesca Dagmar Lassander, qui impegnata in un importante supporting role come sorella della protagonista. Già, la protagonista. Perché La lupa mannara, ben al di là della generosa performance della Lassander, è in tutto e per tutto l’attrice francese Annik Borel, che dona alla protagonista Daniela Naseri tutta se stessa, tutto il suo volto spigoloso, tutti i suoi sguardi più animaleschi, tutte le sue grida contorte e tutto il suo corpo burroso, caratterizzando una donna/licantropo schizofrenica e capace di mutare, senza trucco, con la sola mimica facciale.

È un personaggio complesso, quello delLa lupa mannara, che odia ogni uomo in seguito a uno stupro subìto durante l’adolescenza ma non può fare a meno di sfiorarsi quando spia attraverso la porta socchiusa la sorella che fa l’amore con il giovane marito, che trova il sesso schifoso ma non può che sedurre (e sbranare) chiunque trovi intento ad amoreggiare nelle notti di luna piena, che non sopporta di essere toccata ma che finirà per mostrarsi in sostanza gelosa nei confronti del piacere altrui, e che solo quando troverà un (im)possibile amore che la renderà incapace di uccidere saprà virare verso un’illusoria felicità. Salvo poi, quando il cerchio sarà chiuso da un’altra aggressione e dall’omicidio del “suo” stuntman, tornare ai suoi istinti più animaleschi, canalizzandoli nella vendetta di chi ha amato e ha perso il suo unico uomo. Uccidendo fino al rogo, se necessario, pur di compiere un ultimo atto di amore e giustizia.

La lupa mannara, fra appostamenti, attacchi, seduzioni, omicidi, ospedali e set cinematografici western eletti a dimora, è un ribollente calderone di generi che continua a correre dall’orrore all’erotismo, dalla vendetta al melodramma, dall’azione alla medicina, dalla leggenda popolare al gioco aperto con il metacinema, fra colpi di pistola a salve e controfigure che cadono indenni con volo plastico sulla paglia, fra tentativi di stupro e lotte all’ultimo sangue. C’è il gotico dell’apertura, c’è l’horror contemporaneo, c’è la commedia dell’equivoco fra vestiti rubati e improbabili denunce, c’è un melodramma amoroso fatto di corse sulla battigia e di appassionati baci in riva al mare, c’è quasi il Fernando Di Leo di Milano calibro 9 fra stuntmen, automobili e poliziotti che discutono, così come ci sono violente scazzottate a metà strada fra gli spaghetti western e il gangster movie.
C’è poi il dramma di solitudine di chi ha compiuto la sua vendetta e aspetta il castigo, e ovviamente c’è, ad abbracciare e amalgamare tutto questo, una costante tensione erotica di corpi esposti e di desideri, di perdita dell’autocontrollo e di natura animale dell’uomo, messa in scena da Di Silvestro con stacchi rapidi e movimenti a schiaffo, cambi di focale e giochi con il fuoco, seni esposti e “Origini del mondo” sui letti d’ospedale e d’obitorio.

Non è tanto l’aspetto soprannaturale della licantropia ciò in cui si vuole addentrare La lupa mannara, quanto la psicologia di chi è vittima di una passione dolorosa e ancestrale, di un trauma giovanile atroce e radicato, di una patologia psicotica e fisica sempre più inarrestabile, o meglio, arrestabile solo dall’amore, purché non venga violentemente strappato via. C’è un (onirico) incipit quasi settecentesco nei suoi attacchi animaleschi e nella sua orgiastica caccia alle streghe, c’è un medaglione raffigurante un’ascendente pressoché identica a Daniela che la leggenda vuole finita al rogo per licantropia come innesco dell’identificazione e nuova crisi della protagonista, c’è l’insospettabile e inizialmente insospettata contessina che sbrana suo cognato, e poi ci saranno a ogni plenilunio altri ripetuti attacchi mortali, comprese una pugnalata con le forbici a una paziente lesbica del suo stesso reparto psichiatrico, la testa di un vecchio lubrico sbattuta con violenza su un comò e le tre violente vendette del prefinale.

Quello che interessava maggiormente a Rino Di Silvestro, però, non era tanto la tenuta narrativa – non mancano di certo forzature e “spiegoni” fra chi riesce, ipotizzando dopo un’autopsia, a ricostruire alla perfezione una catena di eventi impossibile e soprannaturale, né cadute in un overacting di grida possedute che spesso sconfina apertamente nel kitsch –, ma era rileggere la licantropia al femminile innestandola nella sexploitation del tempo e nei continui cambi di genere, nella dimensione patologica-psicologica delle terapie d’urto e dei legacci per i pazienti inquieti, fino al dramma quasi intimista di chi, più che paura, finisce per suscitare compassione, tenerezza, empatia.
Certo, il risultato è magari ondivago, forse confusionario nel voler mettere troppa carne al fuoco, forse a tratti grossolano nei suoi sbalzi e non particolarmente originale nei suoi assunti, ma non sono di sicuro pochi i pregi di un prodotto che, con costi di produzione bassissimi, ha saputo scommettere e osare, fra le autopsie sulle vittime e un padre disperato, fra il rogo dell’antenata e la disumanizzazione della protagonista, fra un’infermiera che rifiuta di sciogliere i nodi che tengono ferma Daniela e uno sfasciacarrozze che sarà luogo perfetto per la resa dei conti.

È lo stesso folle coraggio che, sempre nel 1976 ma con modalità quasi totalmente diverse, Rino Di Silvestro mise anche nel suo nazixploitation d’evirazione Le deportate della sezione speciale SS, e probabilmente non è un caso che Rob Zombie, quando nel 2007 Quentin Tarantino e Robert Rodriguez lo chiamarono in causa per girare uno dei falsi trailer proiettati negli Stati Uniti fra i due Grindhouse, abbia in sostanza unito i due film più noti di Di Silvestro tirando fuori il magnifico Werewolf Woman of the SS (qui il trailer).
Semmai, il rimpianto e la preoccupazione riguardo La lupa mannara riguardano il suo deterioramento. La copia in 35mm proiettata a Trieste, di proprietà della Cineteca di Bologna, è stata una visione magari affascinante nelle sue cadute fisiche che finiscono in un certo senso per dialogare con le doppiezze e sfocature del film, ma è ormai assolutamente bisognosa di un restauro che la salvi dalla sua natura ormai ectoplasmica, ai limiti dell’improiettabilità fra sfocature, caducità dei colori, arrossamenti da ossigeno e, probabilmente, troppa umidità sopraggiunta durante la (difettosa) conservazione nel corso degli anni.
Perdere un film come quello di Rino Di Silvestro, così onesto nel suo voler semplicemente intrattenere e sorprendere senza artifici né pretenziosità, così follemente anarchico nella sua rilettura del mito, sarebbe semplicemente un delitto ben più grave degli attacchi licantropici della sua protagonista. E parrebbe non essere molto il tempo rimasto a disposizione per intervenire prima che questo succeda.

Info
La pagina Wikipedia di La lupa mannara.
Il sito di I Mille Occhi.
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