The Dupes

The Dupes

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Pilastro neorealista pan-arabo e profondamente umano, The Dupes di Tewfik Saleh è uno straziante affresco d’emigrazione e disperazione, innestato sugli strascichi di miseria della diaspora palestinese del ’48 e sugli squilibri economici, politici e sociali degli anni successivi. Fino all’ancestrale amarezza del suo sublime e atroce finale. Ai Mille Occhi 2017.

Viaggio nel sole

A poco più di dieci anni dalla nakba, il grande (e violento) esodo palestinese dai territori diventati israeliani nel ’48, tre rifugiati in Iraq sognano di fuggire anche da Bassora, dove non trovano lavoro, verso la ricchezza e la prosperità del Kuwait. Fra trattative, fiducia malriposta, rimpianti, dolorose perdite e ripetute umiliazioni, riusciranno a trovare chi è disposto a trasportarli clandestinamente oltre il confine, ma dovranno passare le dogane chiusi in un’autocisterna vuota, attraversando il deserto infuocato dal sole con una temperatura insostenibile… [sinossi]

“Chi non ha patria, non ha nella terra una tomba”. Eppure a volte, semplicemente, quella patria che non andrebbe mai abbandonata non esiste più, trasformata in qualcos’altro dai trattati internazionali e dalla guerra. Ci si ritrova incolpevoli ma lo stesso soli, perseguitati, impotenti, apolidi, nullatenenti, eternamente tristi, tormentati dai ricordi di una felicità perduta per sempre. Viaggiare verso l’ignoto diventa una scelta obbligata, indispensabile, mossa da motivi imprescindibili, da fattori esterni più grandi, imprevedibili anche per la saggezza di un padre che aveva sempre sconsigliato di abbandonare la propria terra. Emigrare è una necessità dettata dalla disperazione, dalla fame, dalla povertà, ma anche dall’ultimo residuo barlume di speranza di chi, nonostante tutto, è ancora vivo, e per seguire il suo sogno di una vita normale è disposto alla clandestinità, a indebitarsi, a rischiare, attraversando di nascosto le frontiere e il deserto infuocato dal caldo più atroce. E a perdere tutto, se necessario anche la vita, pur di avere l’occasione per rialzare la testa e ricominciare, pur di cavalcare fino in fondo il proprio sogno di una normalità (im)possibile.
Il 14 maggio 1948 venne ufficialmente istituito lo Stato di Israele, e nei mesi successivi, nel procedere dell’avanzata sionista con armi e carri armati, oltre 700mila arabi della Palestina – o meglio, oltre 700mila sopravvissuti alla sostanziale pulizia etnica impunemente attuata da Israele nei loro confronti – furono costretti alla fuga o legalmente espulsi dalle loro case, dalle loro terre e dalle loro vite.

In questo sottobosco di miseria e devastazione (mirabile in questo senso la potente metafora delle case che non si possono permettere nemmeno il tetto), nasce e prende forma The Dupes, (capo)lavoro del regista egiziano Tewfik Saleh tratto nel 1972 dal romanzo Men in the sun, partorito undici anni prima dalla penna dello scrittore e attivista palestinese Ghassan Kanafani. Il libro, così come il film, non è tanto sulla nakba, letteralmente “catastrofe, cataclisma”, termine con cui gli arabi chiamano l’esodo palestinese del ’48, ma è uno sguardo neorealista, al contempo apertamente politico e amaramente poetico, su che cosa la nakba stava continuando a significare molti anni dopo il conflitto, quando nei campi profughi iracheni era ancora impossibile trovare un lavoro e ricostruire la propria vita, e nel frattempo le successive generazioni, guardando al futuro, non riuscivano a scorgere alcuno spiraglio di luce in fondo al tunnel.

Nelle dinamiche d’emigrazione e disperazione messe in scena da Saleh in una struttura che svela a poco a poco, fra flashback, zoom, fotografie, brevi istanti di riposo nell’illusoria ombra dell’unico albero, corse contro il tempo e sudore, i pezzi del suo mosaico storico, politico, umano ed emotivo, ci sono le trattative diffidenti per organizzare il viaggio, ci sono le false rassicurazioni e le bugie “sull’onore” dei contrabbandieri di professione, e poi ci sarà l’incontro con chi deve riportare un’autocisterna in Kuwait, e offrirà un passaggio ai tre clandestini per un prezzo minore e con un’affidabilità leggermente maggiore rispetto a quella dei criminali conclamati, promettendo di aiutarli a espatriare superando le varie dogane nascosti nella sua cisterna.
Gli “uomini al sole” di The Dupes appartengono a tre generazioni unite dal dolore e dalla povertà, mosse dalla speranza di una nuova vita nel ricco Kuwait e allo stesso modo irrise dal destino. C’è chi ha avuto e ha perso una casa, una moglie, un figlio, un’istruzione, un lavoro, e ora riguarda al passato palestinese dalla sua mezza età in un costante cammino che sembra eterno nella canicola asfissiante del sole desertico. C’è chi è giovane e non può permettersi alcuna certezza, ma sogna un futuro migliore, magari approfittando dell’opportunità di sconfinare all’estero per sfuggire a un matrimonio combinato dai genitori e non certo gradito. C’è chi è giovanissimo e vorrebbe tanto continuare a vivere spensierato, ma si ritrova a capo della famiglia dopo l’abbandono del padre, diventando responsabile del mantenimento della madre e dei fratelli.

E poi ovviamente c’è l’altro lato della clandestinità, quello dei contrabbandieri di uomini pronti a pretendere cifre folli e rigorosamente anticipate per trasportare i disperati oltre confine, salvo magari ingannarli (da cui il The Dupes, “gli ingannati” del titolo), tradirli, abbandonarli a metà strada nel deserto, condannandoli a morte certa. Ma non è questo, per quanto suggerito e anzi apertamente affrontato nei dialoghi, l’inganno a cui andranno incontro i protagonisti. La loro atroce morte non sarà per colpa umana, o per lo meno non per intenzione umana. Sarà semplicemente il fato a uccidere “gli ingannati”, sarà il caso, sarà la sfortuna, sarà l’ultima frontiera nella quale l’autocisterna in cui si nascondono verrà bloccata per più tempo del dovuto, mentre in un camion nero e arroventato, diventato un forno, i palestinesi si spengono in silenzio per il caldo insostenibile. Non è nemmeno una questione doganale a ucciderli, non è un reale controllo, non è un motivo “serio”: l’autista viene bloccato alla frontiera amichevolmente, per una questione di donne, solo perché preceduto dalla notizia di una sua conquista amorosa. Il destino, a volte, nient’altro è che una grande beffa.

Mentre nei primi anni Settanta la diseguaglianza sociale stava continuando ad allargare la forbice fra la miseria del sottoproletariato pan-arabo (palestinese, ma anche iracheno, iraniano, algerino, tunisino, egiziano come il regista o siriano come la produzione del film) e l’opulenza dell’aristocrazia saudita, sempre più ricca in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e ovviamente in Kuwait, The Dupes tornava indietro di qualche anno per immergersi con lo sguardo apertamente marxista del suo autore in quella realtà, in quella disperazione, in quell’umanità crepitante che continuava a sopravvivere e sperare nei campi profughi installati sulle rive dello Shatt el Arab, il fiume nel quale a Bassora, in territorio iracheno, confluiscono il Tigri e l’Eufrate. The Dupes è un film di viaggio, di lotte contro il tempo, di miraggi, di ricordi, di sofferenza, di (dis)illusione. È un film di sudore, immerso nel calore del deserto al sole, narrativamente impeccabile nella sua poetica ancestrale quanto tecnicamente straordinario nel creare tensione emotiva quando il montaggio si fa serrato fra chi è costretto all’attesa e chi sta morendo, fra chi è a pochi metri/minuti dall’impresa e chi, dall’interno della cisterna, bussa sulle sue pareti come ultimo vagito di vita e come monito verso un Popolo che doveva necessariamente rialzare la testa. Non è stata certo casuale la scelta dei Mille Occhi di proiettarlo subito dopo il magnifico Il cammino della speranza di Pietro Germi, con il quale, non solo per le tematiche di povertà e di emigrazione, il dialogo appare costante.
Ci sono gli stessi uomini senza scrupoli pronti ad arricchirsi sui sacrifici del proletariato, c’è la stessa miseria dilagante, c’è la stessa disperazione, c’è la stessa necessità di partire, c’è lo stesso orgoglio di classe, c’è lo stesso afflato umano e poetico. Ma quello che nel film di Germi, sospeso fra il neorealismo e il melodramma, era l’epilogo di tenerezza, umanità e salvezza nel gelo delle nevi sul confine fra Italia e Francia, in The Dupes viene ribaltato nella tragica morte sotto il sole, nel caldo insostenibile della cisterna, nello strazio devastante dell’ultima inquadratura sui corpi ormai arsi, abbandonati, privati persino di una tomba sulla quale piangerli. Con una mano ancora, e per sempre, stretta in un pugno.

Info
La pagina Wikipedia inglese di The Dupes.
Il sito de I Mille Occhi.
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