Valerian e la città dei mille pianeti

Valerian e la città dei mille pianeti

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Film che segna la produzione più costosa nell’intera storia del cinema francese, flop considerevole al botteghino, Valerian e la città dei mille pianeti si inserisce perfettamente nell’attuale, poco esaltante corso della carriera registica di Luc Besson.

Mille mondi soporiferi

Valerian e Laureline, agenti speciali del governo dei territori umani, sono in procinto di partire per Alpha, metropoli galattica in continua espansione, popolata da 17 milioni di abitanti provenienti dai quattro angoli dell’universo. Forze oscure sembrano al lavoro per minare la tranquillità di Alpha: un virus avrebbe infatti infettato il centro della stazione, mentre le truppe precedentemente inviate sul posto per contenere il contagio non hanno mai fatto ritorno. Il comandante Flitt, in procinto di recarsi su Alpha per discutere la crisi, assegna ai due agenti il compito di proteggere la sua sicurezza… [sinossi]

Che il Luc Besson regista avesse mantenuto, allo stato attuale, ben poco dell’approccio, in equilibrio tra spettacolo e autorialità, che lo impose all’attenzione del grande pubblico negli anni ‘90, era cosa da tempo nota. Il cineasta francese, dopo la fondazione della sua factory, e l’avvio di una produzione chiaramente occhieggiante a modelli produttivo/estetici hollywoodiani, ha parallelamente adeguato il suo stile registico, avvicinandosi a una tipologia di blockbuster rivolta prevalentemente a un pubblico di giovani e giovanissimi. In questo senso, prodotti come la serie di Arthur e il popolo dei minimei, l’inoffensivo Adèle e l’enigma del faraone, e persino lo scombinato pastiche visionario di Lucy, erano perfettamente coerenti con questo proposito, e la sua conseguente scelta di target.
Qualche curiosità in più, tuttavia, l’aveva suscitata almeno sulla carta questo nuovo Valerian e la città dei mille pianeti, essenzialmente per due ordini di ragioni: in primo luogo, col suo budget di oltre 197 milioni di euro, il film rappresenta in assoluto il prodotto più costoso della storia del cinema francese (il precedente record, detenuto da Asterix alle Olimpiadi, si attestava sui 78 milioni di euro), segnando per Besson un salto di qualità se non altro nelle ambizioni produttive; secondariamente, quest’opera rappresenta il ritorno del regista al genere della science fiction, vent’anni dopo il discutibile ma ambizioso esperimento de Il quinto elemento.

Basta, tuttavia, la visione di pochi minuti di Valerian e la città dei mille pianeti per spazzare via ogni dubbio, così come ogni possibile ambiguità sulle reali intenzioni del regista: nel suo elaborato e ipertrofico coté visivo, tutto basato su un uso ubriacante e debordante del digitale (appesantito da un 3D superfluo) il film si inserisce perfettamente nell’attuale corso della carriera di Besson, abbracciando in toto l’usuale target adolescenziale, con una strutturazione conseguente. È abbastanza curiosa (seppur non nuova per il regista) la derivazione fumettistica di quest’opera, tratta da una nota serie francese di strisce risalenti addirittura al 1967: curiosa perché, dell’approccio vintage alla sci-fi, e di un intrattenimento fumettistico di stampo europeo, nel film c’è di fatto ben poco.

Si ritiene che la serie a fumetti originale sia stata fonte d’ispirazione per George Lucas per la creazione del suo universo di Guerre stellari: una parentela di cui, nel film di Besson, si coglie un’eco consistente ma superficiale, limitata alla creazione di un vasto, elaborato universo, qui usato tuttavia in chiave esclusivamente esornativa. Al regista francese, che ha personalmente scritto la slabbrata e scollatissima sceneggiatura del film, bastano i pochi minuti del prologo (furbescamente sovrastati dalle note di Space Oddity di David Bowie) per introdurre la “mitologia” della storia, in un didascalico e per larghi tratti superfluo incipit; per il resto, i mondi attraversati dai protagonisti Dane DeHaan e Cara Delevigne sono trattati alla stregua di fondali digitali di uno shoot ‘em up (l’estetica videoludica è abbracciata a più riprese dal film) di cui non si ha neanche il tempo di cogliere i dettagli, tanto rapidamente si avvicendano sullo schermo.

L’esile filo narrativo della storia, introdotto e maldestramente perso di vista per larghi tratti di film, sovrastato da subplot scarsamente incisivi (ne è esempio quello relativo alla mutante Bubble, interpretata, nella sua forma umana, dalla cantante Rihanna) e soffocato dall’incontrollata attitudine alla magniloquenza e all’ipertrofia visiva, trova un minimo di compattezza e giustificazione solo negli ultimi tre quarti d’ora, su un complesso inutilmente e gratuitamente dilatato nella durata (in tutto 137 minuti). Per tutto il resto del film, la narrazione procede in modo rapsodico, a singhiozzo, scontando la dilatazione oltre ogni misura delle sequenze d’azione, prolungate in modo ridondante e inutile (ne è un esempio il lungo flashback che mostra la distruzione del pianeta Mül) e tutte tese a evidenziare il rinnovato innamoramento del regista per il digitale e il green screen (che qui sconfina sovente oltre i limiti del kitsch). Una regia, quella di Besson, che oltre all’inutile e incontrollata ipertrofia, si segnala per un’assenza di fisicità (non usiamo il termine violenza, vista l’ovvia distanza del film da questo concetto) che va ben oltre i limiti di un prodotto destinato a un pubblico di teenager: sul volto, quasi sempre incredibilmente pulito e pettinato, di Dane DeHaan, solo in una scena si intravede una minuscola macchia di sangue.

L’edificante morale pacifista che chiude il film appare tanto posticcia da sfiorare il ridicolo, mentre le prove del cast si segnalano per un’inconsistenza abbastanza condivisa: se la coppia protagonista è accomunata dal legnoso approccio ai rispettivi personaggi (e da schermaglie amorose che vengono a noia dopo pochi minuti), interpreti come Clive Owen e Rutger Hauer scontano la monodimensionalità dei loro caratteri, i cui tratti appaiono un po’ più definiti solo nei minuti finali; in quella frazione, cioè, in cui Besson sembra ricordarsi che per un film di genere sia in certa misura necessaria (anche) una sceneggiatura.
Questo Valerian e la città dei mille pianeti fallisce, invero, anche sul versante del confronto con le più recenti saghe young adult, e sulla sua eventuale potenzialità di generare un nuovo franchise: gli Hunger Games e derivati, pur nella standardizzazione della loro struttura, avevano infatti ben altra capacità di creare narrazioni appetibili e (potenzialmente) proiettate altre i confini del singolo film. Qui, gli stessi disastrosi riscontri del film al botteghino statunitense (il flop sembra sia stato considerevole) rendono invece ben poco probabile la produzione di eventuali, e parimenti poco auspicabili, sequel.

Info
Il trailer di Valerian e la città dei mille pianeti su Youtube.
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