Black Cat

Black Cat

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Presentato ai Mille occhi nell’ambito dell’omaggio a Dagmar Lassander, Black Cat è un horror del 1981 di Lucio Fulci, uno dei tanti finti adattamenti della novella di Edgar Allan Poe. Fulci costruisce una perfetta atmosfera gotica, avvalendosi di tanti attori del cinema di genere dell’epoca, ma anche del grande Patrick Magee.

L’ultimo nastro del dottor Miles

Strani fatti avvengono in uno sperduto villaggio inglese, dove abita Robert Miles, un medium e un cultore del soprannaturale dedito a registrare le voci dei morti tramite microfoni che posiziona sulle loro lapidi nel cimitero. Una fotografa americana, Jill, che lavora in coppia con un poliziotto di Scotland Yard, scopre che vicino ai cadaveri al momento della morte c’è sempre un gatto nero… [sinossi]

Un classico dell’horror all’italiana, Black Cat, del 1981, firmato da un Lucio Fulci non grandguignolesco e semmai grande maestro nel creare un orrore d’atmosfere, con scene che sfiorano appena il cruento, senza effettacci gore, senza amputazioni e macelleria. Come tutti o quasi gli adattamenti cinematografici del celebre racconto di Edgar Allan Poe, la storia ha ben poco a che vedere con quella originale del grande autore. A parte il finale che, come del resto anche la pur discordante versione di Roger Corman, torna a evocare la conclusione dell’opera letteraria, con qualcuno che viene murato e poi rinvenuto per i miagolii di un gatto.
Rimane centrale l’ingrediente del felino, della creatura malefica, dell’animale stregato quanto elegante, quel gatto nero dal passo felpato che passeggia sui tetti e si insinua silenzioso ovunque facendosi carico di catalizzare tutti i malefici. Una delle figure del gotico per eccellenza, simbolo di sventure e stregoneria fin dal medioevo, un archetipo che Fulci sa filmare e rendere con sufficiente carica di inquietudine. Con le soggettive perfette, fluide del suo punto di vista, dal basso, con risultati da steadycam, anche se non risulta che la magica apparecchiatura, da poco inventata, potesse essere a disposizione di un regista artigianale come Fulci. Il gatto nero con i suoi sguardi magnetici e i close up degli occhi dalle pupille alte e strette. Con la sua presenza da demiurgo ogni qual volta avviene un omicidio. Nemmeno serve il whodunit, tutto porta subito a identificare il gatto come l’assassino, più scontato di un maggiordomo. Il mistero resta sul ruolo del sinistro dottor Miles, ma Fulci non è interessato a costruire una detective story solida, quanto appunto a creare un horror di atmosfera gotica e soprannaturale. Poco importano quindi le incongruenze – chi, per esempio, e come ha fatto sparire le foto di Jill? – o le scene narrativamente gratuite, come quella in cui la stanza di Jill è come invasa da spiriti che fanno anche lievitare il letto, scena che poi non è più ripresa.

Lucio Fulci inserisce la vicenda nella vecchia Inghilterra, patria della letteratura gotica, dove il perturbante si insinua in quei prati verdi, in quei cottage dai tetti spioventi e dai mattoni a vista, in quei vecchi cimiteri con le grandi lapidi di pietra coperte di muschio che spuntano dall’erba. La perfida Albione, decadente e fatiscente, costellata di rovine, è il contesto perfetto per questo film, mentre per altri risultati, in film come Paura nella città dei morti viventi, …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero, Fulci preferisce un’ambientazione americana. È lo stesso agente, quando l’americana Jill gli dice che credeva che i poliziotti non fossero superstiziosi, a dire, in risposta: “Forse in America, ma qui in queste cose ci crediamo tutti”.
Il gotico è fatto di occultismo, scheletri coperti di ragnatele, nebbia fitta e dalla casa-maniero alla Addams del dottore misterioso piena di antichi dipinti e specchi. Un mondo poroso dove tante cose si annidano in spazi segreti, cunicoli, cripte, catacombe. Siamo in un villaggio in qualche ‘shire’ della verde Inghilterra, una sorta di Twin Peaks ante litteram, dove arriva l’ispettore dal centro, da Scotland Yard, ad affiancare lo sceriffo locale per risolvere i misteriosi episodi che coinvolgono la comunità locale. Ispettore stereotipato, che indossa, sopra il dolcevita, impermeabili e cappotti cammello, mentre il suo collega porta l’immancabile pipa. A loro si aggiunge la detective improvvisata, la turista fotografa americana, portatrice di una mentalità più razionale – riesce a difendersi dal gatto nero abbagliandolo con il flash della sua macchina fotografica – che cerca di risolvere il caso da dettagli delle sue fotografie come il protagonista di Blow-Up. Ma qui la soluzione è, come si è detto, ovvia, se i cadaveri presentano tracce di graffi.

Lucio Fulci usa tutto un pantheon di volti del cinema di genere dell’epoca. Oltre a Dagmar Lassander, celebrata ai Mille occhi, troviamo l’altrettanto perturbante Mimsy Farmer, che tutti si ricordano per quel suo argentiano medaglione di mosche; David Warbeck, grande interprete del cinema di genere italiano di cui restano indelebili quei flashback idilliaci irlandesi di Giù la testa.
Ma soprattutto troneggia la figura del grande Patrick Magee, noto come attore kubrickiano, in Barry Lyndon e Arancia meccanica, ma che prima di tutto è stato un mattatore dei palcoscenici britannici, l’attore feticcio di Samuel Beckett.
Tutti coloro che possono aver considerato come uno scadimento nella sua carriera la partecipazione a un B-movie italiano, non sanno che Lucio Fulci è stato l’unico regista cinematografico a omaggiare il volto e il corpo per cui l’autore del teatro dell’assurdo scrisse L’ultimo nastro di Krapp. Il professor Miles, con quei suoi grandi nastri che contengono le registrazioni dei defunti raccolte al cimitero, che come Krapp evoca la sua vita passata, qui in un dialogo con i suoi vecchi amici defunti, rappresenta un’ultima propaggine, in variante gotica, del personaggio beckettiano. E di suo Patrick Magee rende una straordinaria figura gotica, del compassato professore dedito a pratiche esoteriche, misterioso, sinistro, carico di inquietudine.

Info
La pagina Wikipedia di Black Cat.
Il trailer di Black Cat.
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