A ciascuno il suo

A ciascuno il suo

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Ai Mille Occhi 2017 è stata proiettata anche un’eccellente copia in 35mm di A ciascuno il suo, adattamento dall’omonimo romanzo di Sciascia che segnava nel ’67 la prima collaborazione fra Elio Petri, Gian Maria Volonté e lo sceneggiatore Ugo Pirro. Un’opera probabilmente minore nella filmografia del regista romano, ma ancora oggi sorprendente nella sua messa in scena, nella sua complessità narrativa e nella sua viva intelligenza nell’attacco alle ambiguità della potente Chiesa.

Lettere anonime d’Osservatori Romani

In una calda estate siciliana Manno, il farmacista del paese, riceve una lettera anonima che lo minaccia di morte. Il giorno dopo, durante una battuta di caccia, verrà ucciso insieme a un suo amico, il dottor Roscio. Gli inquirenti ipotizzano il delitto d’onore per via della relazione di Manno con una cliente della farmacia, ma il professor Laurana, da poco trasferitosi in Sicilia per insegnare, dimostrerà l’inconsistenza della pista seguita dai carabinieri e inizierà a indagare personalmente… [sinossi]
Avvertenza per il lettore: il film del quale si sta per scrivere è un giallo/poliziesco, nel quale gli assassini (o meglio, la soluzione di un intrigo ben più complesso dei semplici omicidi) vengono, come genere prevede, svelati solo poco prima della conclusione, quando tutti i pezzi del puzzle si sono ormai incastrati. In questo testo, tuttavia, tenendo conto del mezzo secolo già compiuto dal film, della sua notorietà, della sostanziale assenza di colpi di scena e soprattutto del ben preciso significato politico e sociale che si nasconde fra le righe narrative del suo svolgimento e del suo finale, non ci faremo alcuno scrupolo a rivelare dettagli fondamentali della trama. Fra i quali, necessariamente, la soluzione dell’enigma.

“Quando sullo schermo appariranno i preti, Rosello, i contabili, l’Osservatore Romano, tu credi che il film non sarà politico?”. Così scriveva nel ’67 Elio Petri all’amico Leonardo Sciascia, in un carteggio conservato presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino, rassicurandolo su quello che sarebbe stato il reale impegno sociale della versione cinematografica di A ciascuno il suo, omonimo romanzo poliziesco a forti e chiare tinte politiche pubblicato l’anno precedente dallo scrittore siciliano. Rispetto al testo di Sciascia, lucido quanto esplicito nel suo attacco frontale alla Chiesa e ai suoi poteri oscuri ramificati all’ombra della politica, della malavita e dell'(in)giustizia, l’A ciascuno il suo cinematografico, tornato in pellicola sullo schermo del festival I Mille Occhi 2017, preferisce infatti essere più cauto e ammiccante, meno diretto e ancor più ragionato, forse meno lampante nei suoi messaggi sociopolitici, ma non per questo meno schierato o potente. Petri, nella sua versione, preferisce lasciare gli influssi delle autorità religiose più sullo sfondo, al di sotto di una complessa superficie narrativa, meno appariscenti e forse proprio per questo ancora più subdoli, stimolando lo spettatore a riflettere collegando allusioni e metafore anziché tesi e paradigmi. Il suo obiettivo era quello di fare un film politico che non fosse in alcun modo didascalico, ma nel quale, nemmeno troppo fra le righe, fosse possibile leggere come sotto la calda coperta di protezione della Chiesa il crimine paghi, mentre la ricerca della scomoda verità equivalga a una sostanziale (auto)condanna a morte.

Sarà proprio l’avvocato Rosello, importante notabile del paese e nipote di autorità religiosa, brillante nello sviare i sospetti dal suo conto prendendo la difesa dei primi accusati per il duplice omicidio che apre la vicenda, a rivelarsi il vero mandante, a rivelarsi l’uomo le cui attività illegali il dottor Roscio stava per denunciare a Montecitorio, e a rivelarsi come l’amante di Luisa, consolabilissima vedova del dottore, a sua volta complice nella catena di intrighi e delitti aperta con quelli del marito e del farmacista e chiusa con quello di Laurana. Gli assassini, cospiratori, traditori e mandanti non solo rimangono impuniti, ma possono permettersi il lusso di prendersi apertamente gioco della giustizia, di smettere di dissimulare la loro colpevolezza e anzi nei fatti di esplicitarla, una volta ottenuta l’autorizzazione ecclesiastica per sposarsi fra parenti, nei sorrisi in Chiesa per un atroce e sfarzoso matrimonio al quale partecipa tutto il paese. Un paese che ormai, della catena di intrighi e omicidi, ha ovviamente capito tutto, ma saprà continuare a tacere, a fare finta di nulla, a lasciar vivere come unica via per poter vivere. Chi invece stava faticosamente indagando nelle loro torbide bugie, quel “cretino” che non ha saputo evitare di pestare i piedi sbagliati né è stato in grado di rimanere lucido e impermeabile al desiderio e ai sentimenti fatali, giace ormai senza vita in una catapecchia distrutta da una frana, ridotto all’eterno silenzio dall’esplosivo. Il professor Laurana, interpretato da un Gian Maria Volonté che inaugurava così quello che sarà il suo immortale sodalizio artistico e militante con Elio Petri, perisce per la sua curiosità, per il proprio ossessionato senso di giustizia, per il suo non essere nativo del luogo, per il suo non essere realmente inserito nel sottobosco sociale della Sicilia dei primi anni Sessanta, e quindi per il suo non sapere quando è meglio girarsi dall’altra parte, fare finta di nulla, non rovistare nel cassetto sbagliato scoperchiando un nuovo vaso di Pandora. Laurana è un uomo profondamente onesto, ma troppo ingenuo ed emotivo per riuscire nella propria impresa, e finisce quindi inevitabilmente per fidarsi di quelli che saranno i suoi carnefici, finisce per innamorarsi dell’assassina e delle sue ipocrite menzogne, finisce per scoprire con lei le carte del bluff che stava portando avanti con Rosello, aprendosi in sostanza da solo le porte dell’obitorio.

Laurana cerca una verità che non deve e non può emergere, una verità nella quale la Chiesa, se non proprio mandante dei delitti, è per lo meno quel tappeto sotto cui i cospiratori, nipoti dell’arciprete, riescono a nascondere i loro inganni e i loro omicidi, i loro amori segreti e le loro conoscenze criminali, i loro intrighi che strisciano sibilanti fra le maglie del placido scorrere della vita paesana e i loro piani minuziosamente studiati allo scopo di sviare le indagini. A partire, ovviamente, dalle lettere anonime inviate al farmacista Manno pochi giorni prima che trovasse la morte insieme al dottor Roscio, vero obiettivo del duplice omicidio, durante l’iniziale battuta di caccia. Ma anche nell’accurata premeditazione si può nascondere l’errore: le missive anonime vengono forgiate usando lettere ritagliate dai titoli de L’Osservatore Romano, giornale che in paese ricevono solo i due rappresentanti del clero, ovvero il curato di Sant’Amo e, appunto, l’arciprete, zio della vedova Luisa e dell’avvocato Rosello. La famiglia di contadini analfabeti inizialmente arrestata per il doppio omicidio, non certo avvezza a simili letture, non può quindi in alcun modo essere colpevole, e da qui inizia l’ossessione per la verità che sarà fatale a Laurana, così come da qui si dipana la critica di Petri, via Sciascia, a una società che non vede, non sente e non parla, a una società corrotta e ipocrita, a una società silente e convenientemente “distratta”, protetta oppure impaurita dal potere trasversale e a volte criminale della Chiesa. Una società che appare come un’inestricabile foresta di verità e bugie, di storture e di tradimenti, di ambiguità e di connivenze, di corruzione e di paura; una società di filtri e segreti, nella quale è in sostanza impossibile uno sguardo chiaro e obiettivo sulla realtà.

Certo, non erano ancora i tempi della piena maturità che Petri saprà poi dimostrare negli anni Settanta, non erano ancora i tempi dell’esplicito impegno e della straordinaria complessità politica e concettuale che saranno propri della trilogia della nevrosi (verso il potere in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, verso il lavoro in La classe operaia va in paradiso e verso il denaro in La proprietà non è più un furto), così come non erano ancora i tempi di Todo Modo, altro adattamento da Sciascia che Petri saprà rendere meno fedele rispetto a questo, ma più libero e molto più personale, trovando probabilmente il suo assoluto capolavoro. Eppure, pochi anni prima e con diverse modalità, A ciascuno il suo anticipava già tutto questo, con una narrazione complessa, ramificata e oscura come quella Sicilia in cui si svolge la vicenda, con un montaggio costantemente pronto a cambiare ritmo facendosi improvvisamente serrato, e soprattutto con una geniale messa in scena letteralmente fondata sull’uso insistito degli zoom, come se i punti di vista della macchina da presa, dello spettatore e del protagonista Laurana in un certo senso coincidessero, in quanto sguardi che si posano su una realtà inizialmente dall’esterno per poi continuare ad avvicinarsi progressivamente, a esserne attratti fino a non poter più tornare indietro, a rimanerne invischiati, a esserne totalmente risucchiati e magari, come nel caso del protagonista, uccisi, come un Icaro che non può più fermare il suo volo verso il Sole.

Quella di A ciascuno il suo è una verità mosaicale, una verità che non è difficile da scoprire, ma che non deve in alcun modo emergere. È una verità nella quale Luisa, un cugino da sempre nel letto, un marito mai amato già seppellito non certo senza colpe nella congiura che lo ha ucciso, e ora un professore troppo curioso da sedurre, ingannare e abbandonare alla mercé dei suoi carnefici, non può che porsi come fatale catalizzatore dell’inganno, della menzogna interessata, della fiducia malriposta. Il film di Petri è una matassa apparentemente inestricabile di intrighi e diari segreti, di appuntamenti a Roma e cassette di sicurezza, di viaggi in incognito a Palermo e (dis)simulazioni della realtà, che alle “semplici” prove del tradimento che Roscio avrebbe potuto/voluto usare per travolgere la moglie fedifraga e il famigerato Rosello ipotizzate da Sciascia preferisce sostituire una qualche non meglio precisata attività illegale dell’avvocato, con tanto di conclamato bandito più volte visto al suo fianco, scoperta da Laurana grazie al suo passato di militanza comunista e all’amicizia che ancora lo lega ai deputati. In questo modo, (in)direttamente, la Chiesa – quella stessa Chiesa nella quale, nel migliore dei casi, il curato di Sant’Amo alla Fede preferisce di gran lunga il commercio di oggetti artistici a tema religioso – finisce per uccidere un marxista, un intellettuale di sinistra, un materialista, uno scettico, che ai dogmi preferisce l’indagine, che alla legge preferisce la giustizia, che alla versione ufficiale preferisce la verità. Che al silenzio della connivenza preferisce la purezza dell’amore, a costo di illudersi, a costo di credere alla donna sbagliata, a costo di morirne, abbandonato da Luisa e raggiunto dai suoi sicari sulle scogliere che si tuffano in mare. E pensare che Sciascia era sinceramente preoccupato che il film, adattato per lo schermo, potesse non essere abbastanza politico.

Info
Il trailer di A ciascuno il suo.
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