Forest People

Forest People

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Quasi mezzo secolo prima che Akira Kurosawa ricostruisse le spedizioni geografiche ed etnografiche di Vladimir Arseniev nelle terre di Dersu Uzala, Alexander Litvinov in Forest People documentava la vita e le tradizioni degli Udege nel momento della sovietizzazione per ragionare sul mezzo cinema. Alle Giornate del Cinema Muto 2017.

Suntsai l’Udege

La famiglia Amulenk, appartenente al minuscolo ceppo etnico degli Udege, vive nel suo villaggio nella foresta a sud-est della Siberia secondo tradizioni antichissime e (im)mutabili. Gli uomini vanno a caccia e a pesca, le donne cucinano e partoriscono in rigorosa solitudine, gli sciamani sono pronti a danzare e ad andare in estasi, le canoe si costruiscono insieme e il cibo va rigorosamente condiviso con il vicino. Con l’aiuto dell’esploratore Vladimir Arseniev gli indigeni otterranno dal Comitato del Nord aiuti e utensili e con l’aiuto del cinema otterranno dignità eterna… [sinossi]

Ben al di là dell’indubbio interesse antropologico ed etnografico sugli Udege, minuscola popolazione composta già al tempo da meno di 1500 persone, e probabilmente anche al di là dell’aspetto politico che evidenzia come la loro cultura fosse destinata a modificarsi e forse sparire di fronte alla sovietizzazione su cui Stalin a fine anni Venti stava iniziando a forzare la mano, Forest People è uno straordinario testo teorico sulle funzioni e le modalità di un mezzo cinema che si stava andando costantemente perfezionando. Sta tutto nel finale, quando Suntsai, il delegato inviato dagli Udege a Vladivostok presso l’esploratore Vladimir Arseniev – dai testi autobiografici del quale Akira Kurosawa trarrà nel 1974 quell’assoluto capolavoro che è Dersu Uzala – per esporre, e far mettere per iscritto, le richieste di aiuto inviate dalla minoranza etnica al Comitato del Nord.
Subito dopo aver forgiato la lettera, Arseniev accompagnerà l’aborigeno per la prima volta in una sala cinematografica, nella quale Suntsai si riconoscerà sullo schermo nel film di Litvinov Attraverso la regione dell’Ussuri, rendendosi conto da solo di quale fosse la portata di un mezzo in grado, semplicemente restituendo la realtà, di dare dignità e memoria imperitura agli esseri umani.

Nel 1928, un anno prima delle teorizzazioni di Dziga Vertov e del suo L’uomo con la macchina da presa, e ben quattordici prima che Orson Welles cogitasse i geniali titoli di coda “parlati” della sua opera seconda L’orgoglio degli Amberson, il regista e geografo sovietico Alexander Litvinov si immergeva con Forest People nel metacinema, innanzitutto mostrando gli effetti che lo schermo provoca in chi lo vede per la prima volta, e poi chiudendo orgogliosamente il film sulla macchina da presa e su chi ne girava la manovella. Perché il cinema è di per sé un atto eroico, è il resoconto fedele di un viaggio, è memoria che rimane imperitura. È un modo per conoscere uomini, fatti e tradizioni, è un’inesauribile occasione di discussioni, è un veicolo insostituibile per mostrarsi e portare avanti le proprie istanze, la propria storia, la propria cultura.

Ma il cinema è anche illusione, ricostruzione, inganno. È, appunto, lo sguardo entusiasta di chi si vede sullo schermo per la prima volta. È il rito sciamanico che ha smesso di avere valenza mistica ed è diventato una sorta di danza eseguita a pagamento per divertire un pubblico pagante. È la caccia grazie alla quale gli Udege forgiano le tradizionali pellicce di cinghiale non più per indossarle, ma per venderle e usarne i profitti per comprare altri beni. Nel suo scorrere, Forest People si rimette costantemente in discussione, e costantemente ridiscute tutto ciò che ha precedentemente mostrato, fra realtà catturata e rimessa in scena. Dopo le due parti di tesi e antitesi fra uno sguardo intimo e sincero sulla tradizionale vita indigena per molti versi assimilabile al Robert Flaherty di Nanook l’Eschimese (con istanti già in odor di Jean Rouch quando gli sciamani entrano in estasi) e un improvviso ribaltamento nella realtà della sovietizzazione, non poteva che essere il (meta)cinema il punto di arrivo finale, non poteva che essere il dispositivo svelato l’ultima e definitiva chiave di lettura, l’unico possibile punto di sintesi di un film teso a mostrare al contempo il passato e il futuro, la tradizione di cacciatori e la progressiva trasformazione in comunità sedentaria, i riti antichissimi e i colpi di spugna dell’avanzare del regime di Stalin.

Quello contestualizzato dal metacinema di Forest People è uno dei paradossi del mezzo cinematografico, ovvero come sia a volte necessario “mentire”, o per lo meno ricostruire, rimettere in scena, per poter portare sullo schermo la più pura realtà. Come sia a volte necessario essere ambigui, illudere, emozionare anche con la finzione, per essere credibili e creduti. Esattamente come è necessariamente ambiguo, se non altro per una mera questione di sopravvivenza nell’Unione Sovietica del ’28, il resoconto della stalinizzazione sugli Udege. Nel portare sullo schermo il modificarsi della vita degli indigeni, Alexander Litvinov è estremamente intelligente a inserire una doppia e contrastante chiave di lettura, che da un lato porta a termine il proprio “dovere” di glorificare la perfezione della macchina statale sovietica pronta a costruire robuste case di tronchi al posto delle tradizionali capanne e ad accogliere ragazzi Udege nelle proprie università per alfabetizzarli nell’ambito della politica di indigenizzazione, ma dall’altro è più che velatamente critica nel fare apertamente intuire come questo processo nient’altro fosse che una volontà accentratrice di fidelizzazione. Fino a suggerire quasi come il regime, ormai già imbarbarito e pesantemente stalinizzato e dal quale da lì a poco sarebbero partite le purghe, nient’altro fosse che una maschera sul volto di piovra del capitalismo (di Stato, ma pur sempre capitalismo), che compra il frutto del lavoro per vendere il frutto di altri lavori, che invade una realtà, che impone la propria cultura a chi ne ha un’altra. Calpestando, nei fatti, la dignità di un piccolo popolo, le cui richieste verranno sì accolte dai soviet, ma accorpandoli come minoranza a un altro ceppo culturale, e quindi finendo per non riconoscere gli Udege in quanto tali.

Per realizzare Forest People, proiettato alle 36me Giornate del Cinema Muto di Pordenone in una copia in DCP che, seppur digitale, ha saputo conservare righe, sbalzi, imperfezioni, salti e tremolii del supporto originale in 35mm con tanto di tre o quattro splendidamente filologici fuori quadro, Litvinov ha convissuto a lungo con gli Udege, ha viaggiato nelle loro terre, è entrato in intimità con loro, e di sicuro è rimasto per primo affascinato dalla loro minuscola eppure perfetta civiltà, fatta di capanne e di tronchi d’albero usati come pali di sostegno, fatta di pipe e di tabacco fumato indifferentemente da uomini, donne e bambini, fatta di canoe forgiate direttamente dai tronchi abbattuti, fatta dall’equità nella divisione dei compiti e dallo spirito di cooperazione, fatta di riti sciamanici e di partorienti in quarantena, fatta di battute di pesca con la lancia appuntita e di fortissimo senso della famiglia.
È una cultura che può sembrare primitiva, magari eccentrica, eppure si mostra profondamente umana, intelligente, acuta, proprio come qualche anno prima era apparso il “vero” vecchio Dersu Uzala a Vladimir Arseniev, pronto a salvargli la vita, pronto a continui scambi e viaggi, e pronto a essere ucciso proprio per sottrargli quel fucile che l’esploratore aveva regalato, con le migliori intenzioni, all’amico. Arseniev, qui, non solo appare nel finale del film, ben felice di aiutare gli Udege a portare avanti presso Stalingrado le loro richieste, ma è stato fondamentale consulente per Litvinov e per la sua minuscola troupe di viaggiatori/cineasti, composta esclusivamente dal regista, dall’operatore Pavel Mershin e dall’assistente Yefim Feldman.

Forest People si inoltra, per la prima volta con una macchina da presa, nei territori da lui in precedenza esplorati e fra gli uomini da lui conosciuti. Restituendone i riti, i matrimoni, i parti, i cambi delle stagioni, gli alberi abbattuti, le battute di caccia e di pesca, i cinghiali macellati in riva al fiume, i cani, i bambini, le cerimonie, la vita quotidiana di una comunità. E costituendosi, per questo, come un documento storico di importanza e umanità inestimabili, in grado di far rivivere ancora oggi, a 89 anni di distanza, quello che già nel ’28 stava rischiando di sparire. Un qualcosa che poteva/può essere salvato, forse, solo grazie al cinema, perché il cinema è volti, è situazioni, è memoria, è riflessione, è manipolazione, è realtà, è ambiguità, è “vero”. E soprattutto è immortalità, fissata per sempre sulla nobiltà del nitrato d’argento.

Info
La scheda di Forest People sul sito delle Giornate del Cinema Muto.

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