Aelita

Aelita

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Tra melodramma borghese, realismo sociale, detective story, commedia proletaria e film di fantascienza, Aelita è uno schizofrenico – e anche per questo estremamente affascinante – mix di generi girato da Yakov Protazanov nei primi anni del cinema sovietico. Alle Giornate del Cinema Muto per la rassegna sul Canone rivisitato.

Com’era bella la vita prima della rivoluzione…

Mosca, 1921: l’ingegnere Los sogna di trovare il modo per arrivare su Marte, ma allo stesso tempo viene roso dalla gelosia per i facili costumi della moglie. Su Marte la regina Aelita sogna proprio Los e spera di poterlo incontrare. [sinossi]

Della grande stagione del cinema sovietico degli anni Venti si tende a dimenticare che, accanto ai magnifici capolavori rivoluzionari e avanguardisti di cineasti come Ejzenstejn e Vertov, vi era anche almeno un’altra corrente, quella di un cinema popolare e commerciale rivolto al grande pubblico e promosso principalmente dalla casa di produzione Mezhrabpom-Rus, interessantissimo esperimento di società russo-tedesca (da parte tedesca era stata fondata dal comunista Willi Münzenberg). Anche qui l’obiettivo era quello di promuovere un cinema autenticamente rivoluzionario, usando però una chiave di lettura di opera per le masse e prendendo a modello certi spunti – anche di grandeur produttiva – del cinema hollywoodiano. D’altronde erano in molti a sostenere che le troppo concettose fatiche di Ejzenstejn e compagni fossero in realtà comprensibili solo agli intellettuali e non allo spettatore medio. Qual era più comunista dei due, un film come Ottobre o uno come Aelita? Nel dubbio, a partire dagli anni Trenta, Stalin affossò sia l’una che l’altra tendenza.
Oggi ovviamente non vi possono essere incertezze sulla risposta da dare, visto che Ottobre resta a imperitura memoria come uno dei pochissimi esempi di cinema autenticamente rivoluzionario, mentre rivisto alla 36esima edizione delle Giornate del Cinema Muto, per la sezione del Canone rivisitato, Aelita di Yakov Protazanov ci appare come un film che – per usare un termine che all’epoca valeva come insulto – potrebbe benissimo essere tacciato di socialdemocrazia, pregno com’è di umori timidamente progressisti.

Tra i fondatori del cinema russo pre-bolscevico, Protazanov nei primi anni Venti si era trasferito in Europa occidentale, muovendosi tra Parigi e Berlino. Venne convinto a tornare in Unione Sovietica proprio dalla Mezhrabpom-Rus e il suo primo film del rimpatrio fu per l’appunto Aelita, tratto dall’omonimo romanzo del ‘conte rosso’ Aleksej Tolstoj (da non confondersi con Lev Nikolàevič). Girato nel 1924 ma ambientato nel ’21, in un momento storico ancora di grande confusione in Russia dove imperversava la guerra civile, Aelita racconta schizofrenicamente più cose senza sceglierne una precisa: la gelosia dell’ingegnere Los nei confronti della moglie, gli sforzi dell’uomo per raggiungere il pianeta Marte e il suo sognare la regina Aelita che a sua volta sogna lui e spera di incontrarlo, la vita rivoluzionaria di una coppia di sempliciotti (lei fa l’infermiera, lui il militare e suona sempre la sua fisarmonica), il rimpianto della stagione pre-rivoluzionaria da parte di alcuni personaggi (messi comunque in ridicolo), l’indagine di un poliziotto a proposito di un omicidio. Di conseguenza il film passa in maniera sfrenata da un genere all’altro: turbamenti psicologico-esistenziali da dramma borghese, atmosfere fantascientifiche (le cui scenografie sono debitrici dell’espressionismo tedesco; si pensi solo a un film come Algol. Tragödie der Macht, proiettato qui a Pordenone lo scorso anno), realismi da dramma proletario e improvvise virate da detection story. In più, non solo Protazanov non sembra in grado di gestire questo mix micidiale in poderoso anticipo rispetto alla post-modernità, ma anche il controllo della coralità del racconto pare sfuggirgli di mano in continuazione: personaggi che spariscono e poi ritornano, intermezzi con altri personaggi che non si sa bene a cosa servano, ecc.

Eppure, alla lunga, questo umorale sbandamento di toni si rivela come l’elemento di maggior fascino di Aelita, quasi l’espressione del tentativo di sondare quale stile fosse più adatto per il nuovo mondo sovietico. Così Protazanov prova uno stilema, poi un altro e un altro ancora, vagheggiando fughe nell’altrove e finendo piuttosto per arrendersi – come il suo protagonista – alla realtà un po’ grigia di un presente-futuro in cui bisogna comportarsi bene, contribuire alla crescita economico-produttiva della patria ed eliminare tutti i vecchi vizi, dai balli decadenti ai furenti attacchi di gelosia.
In questo Protazanov riesce ad assestare alcune zampate magari ideologicamente confuse ma simbolicamente pregnanti: si pensi ad esempio alla scena del ballo segreto dove ci si presenta vestiti da straccioni perché sotto sono celati degli sgargianti abiti da sera. Questa sequenza, che da un lato mette sotto accusa il personaggio della moglie di Los perché si lascia andare al lassismo borghese, dall’altro ci descrive un paese dittatoriale dove giustappunto il ballo di gala è stato vietato dalle autorità.
Con spirito caustico, Protazanov sembra voler ironizzare su tutto. Anzi, vuole essere il primo a non prendere sul serio la storia (e le storie) che racconta e, forse, persino, si fa beffe del sistema produttivo in cui si è ritrovato a lavorare. Ce lo suggerisce un momento furbescamente meta-cinematografico in cui un personaggio esalta in maniera grottesca il fatto che da adesso in poi bisognerà lasciare al loro destino gli attori professionisti e far recitare la gente comune, parodiando così l’ingenua – ma sanamente comunista – ossessione del teatro e del cinema bolscevichi verso il non-professionismo.

Inoltre Aelita è stato un creatore di immaginario, almeno per la sua parte fantascientifica. Non solo il vestito scollato della regina sembra anticipare il bikini della principessa Leila, ma anche i soldati meccanici marziani paiono i progenitori degli stormtrooper sempre di Star Wars; per non parlare dell’aria di oppressione dittatoriale che si respira nella Marte di Aelita, molto simile al regime imposto dall’Impero galattico nella saga di Lucas.
E, infine, forse la cosa più sorprendente e geniale di tutte: una frase in codice (“Anta…Odeli…Uta”) che all’inizio del film si ipotizza essere stata diffusa via radio dagli alieni, mentre nel finale viene svelato che si trattava della bieca operazione pubblicitaria di un costruttore di pneumatici. Una gag come questa è la conferma dell’approccio ‘laico’ di Protazanov su qualsiasi argomento, dalla rivoluzione al progresso scientifico passando naturalmente per il capitalismo. Ma ci ricorda anche qualcos’altro: il codice alieno “Klaatu, Barada, Nikto” di Ultimatum alla Terra, titolo capitale della fantascienza americana degli anni Cinquanta, dove erano proprio i sovietici ad essere diventati i minacciosi nemici provenienti dal Pianeta Rosso. Corsi e ricorsi della storia (e delle storie). Paradossi temporali, ideologici e cinematografici…

Info
La scheda di Aelita sul sito delle Giornate del Cinema Muto.
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