Love’s Crucible

Love’s Crucible

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Sospeso fra la tragedia di marca shakespeariana, il dramma di coscienza, la necessità di pentimento, espiazione e perdono, alle Giornate del Cinema Muto 2017 torna a brillare Love’s Crucible, miracoloso capolavoro di Victor Sjöström pervaso di quello stesso misticismo nordico che sarà cifra stilistica di Dreyer e Bergman.

Chi può giudicare?

In una città rinascimentale, Ursula è intrappolata in un matrimonio infelice con Anton, un anziano scultore. L’uomo, debole di cuore, adora sua moglie e la prende a modello per una statua raffigurante la Madonna. Ursula è però innamorata del giovane Bertram, figlio del vicino di casa sindaco della città, e vorrebbe vivere il proprio amore tanto da comprare un mortale veleno per uccidere il marito da un frate mendicante venuto a vendere i prodotti del monastero. Di nascosto, il religioso sostituisce il veleno con un’innocua pozione. Anton scorge la moglie allo specchio mentre versa la polvere nella sua tazza e ne è così sconvolto che ha un infarto e muore. Ursula viene accusata di omicidio, ma il frate la scagiona spiegando che la tazza non poteva contenere veleno. Quando l’enorme crocifisso nella cattedrale inizia a piangere lacrime di sangue, il sospetto attanaglia nuovamente la città e la folla esige che Ursula venga sottoposta al giudizio di Dio attraverso la prova del fuoco… [sinossi]

Il giudizio di Dio è il giudizio della coscienza. È la necessità di un vivo e sincero pentimento come unica via per attraversare indenni le fiamme, redenti e purificati nell’anima e nel corpo, fino ad abbracciare la figura di Cristo posta dall’altra parte. Love’s Crucible, strabiliante capolavoro da sempre sottovalutato di Victor Sjöström proiettato per la prima volta in Svezia con il titolo Vem Dömer e noto principalmente con quello francese L’épreuve du feu, “La prova del fuoco”, è prima di tutto l’attesa di un miracolo, è il perdono impossibile che giunge da quel marito (in)consapevolmente ucciso che, come in una transustanziazione inversa, appare alla moglie pentita – e solo alla moglie pentita – a trasfigurare l’enorme crocifisso della Cattedrale per scortarla indenne fuori dalle fiamme del giudizio.
Sin dall’incipit, folgorante nella figura del Cristo che si staglia dal buio e che quasi sembra guardare Ursula in preghiera di fronte all’altare della chiesa, Love’s Crucible sembra condensare già nel 1922 tutto quel misticismo nordico che renderà grande il cinema scandinavo nei decenni successivi. Dalla tragedia di stampo shakespeariano fatta di tradimenti, veleni, omicidi, sensi di colpa, perdono, e redenzione scritta da Hjalmar Bergman e messa in scena da Victor Sjöström con straordinario rigore nella composizione e con una stupefacente modernità nelle dissolvenze incrociate, negli audaci raccordi di montaggio e in una fotografia inedita e sconvolgente, c’è già tutto “Il silenzio di Dio” che Ingmar Bergman porterà sullo schermo nei primi anni Sessanta nell’omonima trilogia composta da Come in uno specchio, Luci d’inverno e Il silenzio, e soprattutto c’è già quella stessa Fede in attesa del miracolo che nel ’55 renderà, nella vicina Danimarca, l’Ordet dreyeriano uno dei più grandi film di ogni tempo. C’è il fuoco, elemento distruttore ma anche purificatore, ci sono le mani giunte, c’è l’impossibilità di giudizio umano in una folla inferocita che più che alla giustizia tende al linciaggio e alla vendetta, mentre solo Dio può leggere nell’anima e valutare colpa e pentimento, perché non c’è crimine che la penitenza non possa espiare.

Proiettato alle 36me Giornate del Cinema Muto di Pordenone nella magnifica copia in 35mm stampata nel 1969 di proprietà della Svenska Filminstitutet di Stoccolma e musicato dal vivo con pianoforte e batteria da Neil Brand e Frank Bockius, Love’s Crucible risplende ancora oggi nei suoi simbolismi e nella sua profonda religiosità, fatta di crocifissi usati come uno scudo per placare la folla oppure ostesi a protezione del miracolo, fatta di uomini disposti a sacrificarsi al posto dell’amata pur di credere fino in fondo alla sua buona fede e fatta di mariti che muoiono di delusione e crepacuore, magari componendo nella porta la stessa posizione del Cristo in croce, dopo aver visto riflessa nello specchio (quasi ad anticipare di cinquantatre anni il finale di Profondo rosso) la moglie fedifraga che versa il (non) veleno nella tazza.
Quello di Ursula con Mastro Anton è un matrimonio infelice, con lo scultore che adora la moglie al punto di usarla come modella per una statua della Madonna, mentre la donna si sente invece incastrata in un’unione e in uno stile di vita non suoi, innamorata dell’aitante vicino di casa al punto di elaborare, non appena il frate si presenterà per vendere i prodotti del suo convento fra i quali un letale veleno, un piano per sbarazzarsi del legittimo sposo. Ma il frate, al contempo Iago e Puck di shakespeariana memoria, si renderà conto del motivo della richiesta, e sarà rapido a sostituire il veleno nell’anello di Ursula con una sostanza innocua. Questo la scagionerà dalle accuse di omicidio umane e terrene, ma non da quelle divine, con il crocifisso della Cattedrale che inizierà a sprizzare sangue come a chiedere udienza e giustizia sul caso, rinfocolando il sospetto dei paesani.
Sarà proprio il popolo, accecato dall’odio, a chiedere che Ursula venga sottoposta alla prova del fuoco. Quello stesso popolo che manda i prigionieri a raccogliere la legna per l’enorme pira, quello stesso popolo che, torce e forconi alla mano, si agita e sbraita di fronte a Ursula che con enorme dignità, quasi come il Giulio Cesare di Shakespeare quando riceve la coltellata da Bruto, rimane ferma nel ribadire la propria innocenza. Solo nell’ultimo atto, ricostruendo gli avvenimenti della sera dell’omicidio e rendendosi conto di essere stata vista allo specchio, Ursula capirà di essere stata realmente responsabile della morte del marito pur non avendolo avvelenato, si renderà conto che l’odio può portare alla morte, e sarà lei stessa a fermare il giovane Bertram, ormai pronto a sostenere la prova del fuoco al suo posto, per sottoporsi personalmente al giudizio divino. E per esserne salvata, perdonata per la sincerità della sua costrizione, glorificata per i suoi sensi di colpa, presa per mano da quello stesso uomo innamorato al quale aveva di fatto tolto la vita. Perché l’amore è più grande della morte, la può sconfiggere, e forse la può annullare, nei sogni come nelle visioni, nella coscienza come nel pentimento.

Love’s Crucible, fra illuminazioni a occhio di bue che reiventavano nella fotografia l’apertura a iride e geniali raccordi di montaggio che dissolvono la lana da filare nel fuoco nel camino e poi in quello che sormonta la torcia del boia, è un trattato di messa in scena in cui ogni singola inquadratura è rigorosamente composta come un quadro caravaggesco, in cui alla costruzione e perfezione tecnica di ogni sequenza riesce a corrispondere una poetica sublime di strazio e sensi di colpa, in cui persino i cartelli scritti con stile vicino al gotico riportano alle stesse atmosfere suggerite dai colossali set e dalla loro penombra, dalla profusione di dettagli e di primi piani, dal montaggio alternato fra i due amanti chiusi in casa mentre la folla inferocita abbatte il cancello.
Fotografato con straordiariamente espressive silhouette dei protagonisti e figure che emergono dall’ombra e dalle fiamme, quello di Sjöström è un film profondamente simbolico ed evocativo, intriso di una Fede incrollabile quanto critico quando questa sfocia nella superstizione e nella cieca rabbia, sempre pronto a suggerire fra fuoco, fumi e nebbie, come le figure umane nient’altro siano che creature fantasmatiche, costrette a un’eterna e immutabile provvisorietà anche nelle convinzioni più radicate di chi sapeva di non aver ucciso, ma scopre di averlo fatto con la sola intenzione. Scandagliando il divino, Sjöström tiene sempre al centro l’uomo, o meglio la donna, e proprio nel suo sottoporsi al giudizio di Dio la rende vera artefice del proprio (e altrui) destino.

Mentre la superstizione è destinata a confondere la giustizia con la rabbia e ad aprire a un odio pronto a giungere, devastante, sotto un tetto già coabitato da amore e morte, solo l’autocoscienza può essere la via per la salvezza eterna, solo la sincera penitenza può permettere il perdono, e solo il miracolo finale può evitare di versare altro sangue (ormai) innocente su sangue innocente. Ursula, nel camminare volontariamente attraverso la pira per verificare la raggiunta purezza del suo cuore, si sottopone alle torture medievali verso la stregoneria, si sottopone al probabile martirio, perché solo attraverso l’espiazione la sua colpa può essere annullata, solo attraverso un percorso psicologico e morale si può giungere alla reale consapevolezza, solo attraverso una reale professione di Fede si può giungere alla redenzione. Del resto, chi siamo noi – chiunque fra noi – per giudicare un’altra persona?
Con Love’s Crucible, anticipatore di tanta parte del buon cinema che verrà, Victor Sjöström portava sullo schermo il giudizio di Dio, che poi è il giudizio della coscienza, il riscatto mediante la sincera penitenza dell’uomo, la consapevolezza della nostra fallibilità, dei nostri più tragici errori, ma anche della nostra profonda dignità. Centrando un capolavoro straordinario per messa in scena e per modernità di linguaggio, per tematiche e per profondità, per afflato e per lucidità, per emotività e per poetica, per narrazione e per fotografia. Sin dagli albori del mezzo cinematografico, quando i nordici diventano mistici non possiamo fare altro che togliere il cappello e ringraziare. E forse, anche da inguaribili agnostici, può capitare di ritrovarci per qualche minuto a credere a qualcosa. Miracolo del grande cinema, fabbrica di sogni, fabbrica di emozioni, fabbrica di meraviglia. Vagito di onnipotenza. Come il giudizio di Dio, che poi è il giudizio della coscienza.

Info
La scheda di Love’s Crucible sul sito delle Giornate del Cinema Muto.
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