Il principe studente

Il principe studente

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Chiude le Giornate del Cinema Muto 2017, Il principe studente, il classico film-operetta di Lubitsch. Un Lubitsch già ambientatosi a Hollywood, ma che continua a guardare alla vecchia Europa, mettendo in scena ancora una volta la decadenza della classe aristocratica, e del potere, per l’esaltazione della vita semplice, delle bevute di birra conviviali, dei balli popolari.

Gaudeamus igitur

Karl Heinrich, giovane principe ereditario, ha sempre vissuto la vita asettica e formale di corte, sotto la tutela del suo precettore, il dottor Jutter. Ora che ha compiuto 18 anni, deve recarsi a Heidelberg per completare la propria educazione. Qui conosce una vita diversa da quella dell’etichetta, e si innamora di Kathi, la figlia del tenutario della locanda dove alloggia. Ma giunge la notizia che il vecchio re, suo padre, sta morendo. E per ragioni dinastiche il futuro re dovrà unirsi in un matrimonio combinato con una principessa… [sinossi]

È già un regista affermato, Ernst Lubitsch, quando nel 1919 crolla sotto i suoi occhi l’Impero austro-ungarico. In quell’anno realizza uno dei suoi film più belli dell’epoca tedesca, La principessa delle ostriche, dove già offre un quadro impietoso dell’aristocrazia, uno spettacolo di decadenza che porterà avanti in tutta la sua carriera, pur in chiave di commedia sofisticata.
Solo otto anni dopo Lubitsch si trova ormai a Hollywood, il suo famoso ‘touch’ è stato brevettato, ed è conteso dalle varie major. Continua e continuerà a guardare all’Europa con i suoi film operetta che non possono che essere ambientati nel vecchio continente. Così è per Il principe studente (The Student Prince in Old Heidelberg), prodotto dalla MGM, per il quale il regista fa realizzare una ricostruzione grandiosa, alla Stroheim, delle città tedesche, Karlsburg ed Heidelberg con tanto di castello sullo sfondo. Ma ancora una volta mette in scena il teatro di un’aristocrazia al suo tramonto, secondo il facile modello narrativo del passaggio di classe, del far provare a un membro di un ceto sociale elevato la vita, più semplice ma più felice, del popolo. Siamo negli Stati Uniti dove non esiste nobiltà, ma per Lubitsch è tutto metafora, e quando arriverà a trattare il contemporaneo, nel corto If I Had a Million, non mancherà di spernacchiare letteralmente i padroni, i vertici del sistema capitalistico, equivalenti centri di potere.

In Il principe studente, proiettato alle Giornate del Cinema Muto 2017, Lubitsch fa provare al suo protagonista, un erede al trono, l’ebrezza della vita semplice che si celebra all’aperto tra i tavolini e le panche dei biergarten, dove scorre birra a fiumi consumata in quei tipici boccali bavaresi con coperchio metallico, o nelle balere dove trionfano le danze popolari. Esaltazione del piacere della vita, che sta nelle piccole cose, in quella torta fatta in casa che il principe mangia tagliando fette sempre più grandi. La dimensione popolana si identifica con la vita universitaria, con lo spirito dei goliardi in una delle più antiche università tedesche, dove si viene iniziati bevendo un boccale di birra tutto d’un fiato. L’inno Guaudeamus igitur (ripreso peraltro nell’accompagnamento musicale di Mark Fitz-Gerald alle Giornate), porta avanti lo spirito libero dei clerici vagantes, celebra il cogliere l’attimo, l’energia giovanile, “iuvenes dum sumus”, che dura un attimo, che svaporerà nella vita adulta, che per il protagonista vorrà dire ereditare il trono del regno. L’irriverenza dei goliardi è quella stessa che guiderà lo spirito di Lubitsch in tutta la sua filmografia.

Da subito Lubitsch guarda con simpatia al suo protagonista, Karl Heinrich. Da quando lo mostra da bambino ridere al popolo, quando sfila in strada, mentre non provava le stesse emozioni al cospetto degli aristocratici. Da quando nelle prime lezioni commette errori proprio sulle materie dinastiche. La purezza del suo animo si manifesterà alla fine, dopo l’esperienza della vita popolare a Heidelberg, quando aiuterà il suo ormai anziano ex-tutore, in difficoltà a cibarsi di un pollo, preparandogli piatto e posate fino a esortarlo a mangiare con le mani, a discapito dell’etichetta. Il popolo lo vede però solo in vetrina, nei ritratti esposti nei negozi. Segno di una commercializzazione dell’immagine monarchica veicolata attraverso quella classe borghese di bottegai cui Lubitsch appartiene, e che ritrarrà nel suo cinema, per esempio in Scrivimi fermo posta. L’iconografia è subito esibita nella prima scena, nello zoom verso il ritratto del re che poi diventerà l’immagine vera del sovrano.

Il Lubitsch Touch è già predominante in questo film, e arriva all’apice in una di quelle scene licenziose del regista, che racconta di un innamoramento. Karl e Kathi corrono sotto un porticato a volte, seguiti da un carrello laterale, con le colonne che a tratti li nascondono. Ma dopo l’ultima colonna la camera va avanti e i due non escono più, la volta rimane vuota: si sono quindi appartati. L’amore è poi sottolineato con soluzioni creative, i caratteri dei cartelli che si ingrandiscono, il trionfo dei fiori nel prato. E ancora Lubitsch dispiega tutto il suo apparato scenografico di porte, finestre, specchi e la composizione di immagini con specularità e continui rimandi interni. Dalla porta del palazzo reale che si apre e da cui esce il corteo reale, che si specchia nella portiera del treno da cui esce il principino. Tutti i dignitari si tolgono il cappello a cilindro davanti al sovrano perfettamente coordinati. La stessa precisione coreografica degli studenti di Heidelberg ma nel brindare con i loro boccali, sulle due file parallele nella lunga tavolata all’aperto. Le separazioni sociali simboleggiate prima dalle sbarre e poi da quel muro dalle cui parti opposte Karl e Kathi giocano a lanciarsi un sottobicchiere, finché lui, e non potrà che essere il principe ad abbassarsi al rango più basso, non lo scavalcherà. Le porte chiuse che aprendosi disvelano, come quando il tutor scopre la tresca tra i due ragazzi. Magistrale è anche come orchestrata la scena che segna l’inizio dell’innamoramento. Lei bussa alla porta di lui, che in realtà non si trova nella stanza ma è dietro a spiarla divertito. E tutti e due si sistemano davanti allo specchio prima di incontrarsi (come fa il tenente interpretato da Maurice Chevalier in La vedova allegra, prima di entrare nella stanza della regina, in una delle più celebri sequenze di Lubitsch). E poi ci sarà una seconda porta da varcare, quella della camera da letto, come un passaggio successivo di avvicinamento e intimità.
Domina nel film la specularità tra i due ambienti, il palazzo reale e la locanda. Il primo governato dai formalismi, con i muri stuccati, le grandi porte decorate, i maggiordomi, i signori con cappello a cilindro. La seconda è invece un ambiente semplice, in mezzo alla natura. E alla fine la parabola discendente passa per quello stesso prato dell’innamoramento, una volta rigoglioso e traboccante di fiori, ora spoglio e visto di notte.

Una dissolvenza raccorda due inquadrature delle ruote della carrozza del re. La prima volta è quella della partenza dopo l’addio struggente a Kathi. E la seconda è invece un corteo regale, dove Karl sfoggia una divisa piena di decorazioni, e la folla inneggia. “Deve essere meraviglioso essere re”, dicono due vecchi alla finestra, ripetendo ancora quel refrain che accompagnava la pubblicistica della monarchia, all’esposizione del ritratto regale in vetrina. Una frase amara e beffarda, epitaffio lubitschano del film e di un’epoca.

Info
La scheda di Il principe studente sul sito delle Giornate del Cinema Muto.
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