Dove non ho mai abitato

Dove non ho mai abitato

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Dubbi, rimpianti e tensioni dell’alta borghesia sabauda animano Dove non ho mai abitato di Paolo Franchi, un ritorno in grande spolvero del cinema d’autore nostrano, pervaso di un avvolgente e sincero sentimentalismo.

Amor di borghesia

Francesca, cinquant’anni, è l’unica figlia di Manfredi, famoso architetto che abita a Torino e che lei va a trovare solo in rare occasioni. Francesca vive infatti a Parigi con la figlia adolescente e con il marito Benoît, un finanziere sulla sessantina. In seguito a un infortunio domestico, Manfredi, chiede alla figlia di restare al suo fianco e di fare le sue veci nel progetto di una villa su un lago per una giovane coppia. Francesca si ritroverà così a collaborare con il ‘delfino’ del padre, Massimo, un cinquantenne che ha basato tutta la sua vita sulla sua carriera di architetto, tanto che il legame con la sua compagna, Sandra, prevede che entrambi mantengano i propri spazi. Dopo un primo approccio difficile, tra Massimo e Francesca nasce una grande sintonia professionale e un sentimento che li porterà, forse per la prima volta, a confrontarsi veramente con se stessi. [sinossi]

Da diversi anni oramai, l’unico genere mainstream nostrano, ovvero la commedia, insegue stancamente il “grande pubblico”, una chimera sempre più evanescente, sforzandosi di raffigurare un proletariato odierno che invece costantemente tradisce, inserendolo nell’edulcorato benessere di graziose e standardizzate soluzioni abitative. Intraprende tutt’altra direzione Paolo Franchi con Dove non ho mai abitato, rifiutando l’imperante (iper)realismo da catalogo “Ikea” per puntare la macchina da presa su una borghesia altolocata ricusata di recente dai nostri schermi. Senza sforzarsi di voler compiacere nessuno, elemento d’altronde estraneo alla sua carriera, il regista dell’acclamato La spettatrice e dei sin troppo vituperati (soprattutto il secondo) Nessuna qualità agli eroi e E la chiamano estate con Dove non ho mai abitato riporta infatti in auge un cinema d’autore che da tempo sembrava appannaggio di una generazione a lui precedente (Bellocchio, Bertolucci) o, peggio, relegato tra le pagine di un manuale di storia del cinema, con tutti i suoi gloriosi blasoni (Antonioni, Zurlini, Germi). A Paolo Franchi d’altronde il coraggio non è mai mancato ed è anche per questo che si è guadagnato, negli anni, la fama poco invidiabile di autore controverso, magari anche protervo; eppure, viene da pensare in maniera sempre più consistente nel corso della visione di Dove non ho mai abitato che di queste figure di “intellettuali scomodi”, pronti anche a esporsi allo scherno della critica pur di mantenersi saldi nella direzione intrapresa, c’è sempre più bisogno. E forse c’è bisogno oggi anche di qualcuno che ci ricordi che il cinema è in fondo un’arte borghese, e che anche i borghesi sono dei sentimentali.

Scricchiola l’intarsiato parquet in Dove non ho mai abitato, c’è un Capogrossi in salotto e dialoga con un fumettoso Lichtenstein, primitivismo e Pop art si confrontano apertamente, mentre gli architetti progettano case interstellari o ristrutturano ville sul lago, con stanze sospese tra la terra e il cielo. Ma il centro di tutto resta inesorabilmente l’uomo, con i suoi impulsi (più o meno primitivi), le sue scelte, la stasi nell’alveo tiepido delle abitudini sempre pronta a scontrarsi, come in un moto perpetuo di particelle, con la forza del cambiamento, una legge fisica anch’essa ineluttabile. Ingessata in un candido cappotto, intrappolata in attillati tubini o adorna di golfini di cachemire, Francesca (una come sempre superlativa Emmanuelle Devos, perfettamente a suo agio con le cadenze del nostro idioma) incarna tutto ciò, senza neanche saperlo. Ha fatto delle scelte, come lasciare la professione di architetto, trasferirsi da Torino a Parigi, sposarsi con un esemplare dell’alta finanza e allevare una figlia, ora adolescente. La sua vita sembra scorrere placida, finché, un po’ faustianamente, la luciferina figura paterna, ovvero l’archistar Manfredi (Giulio Brogi), non decide di elargire alla figlia una seconda chance. Nel corso di un breve soggiorno di Francesca a Torino, Manfredi ha infatti un incidente domestico (probabilmente da lui stesso provocato) che lo costringe all’immobilità, nonché a usufruire delle prolungate cure della figlia. Ma non sono le attenzioni familiari che lui ricerca, tutt’altro, spingerà infatti Francesca ad occuparsi di un suo progetto – il restauro di una villa sul lago per una giovane coppia – affiancandola al suo “delfino” Massimo (Fabrizio Gifuni). Solo così la donna potrà finalmente riscoprire l’amore per la sua professione, e magari anche l’amore tout court.

Ha un incipit un po’ farraginoso Dove non ho mai abitato, che ci introduce quasi bruscamente in un ambiente altolocato, dove imperano dialoghi esplicativi attorno a tavolate conviviali ed emerge persino qualche straniante arcaismo nei dialoghi, come l’utilizzo della locuzione “non essere così rompi” (grossomodo è questo che ascoltiamo), insieme a tutta una serie di informazioni di cui non è semplice comprendere di primo acchito la ragione. Che i dialoghi siano a tratti faticosi lo si nota soprattutto dallo sforzo che gli attori compiono per far entrare in un’unica emissione di fiato l’intera battuta. Ma proprio dal palesarsi di questo “sforzo”, dall’epifania dunque di un elemento considerevole del lavoro attoriale, si finisce via via per trarre un inatteso piacere spettatoriale. Gli interpreti sono lì, e lavorano per noi. Ci si accorge da subito d’altronde che questo è un film in cui si fa caso al roteare delle pupille degli interpreti, alla lacca nei capelli, al già citato scricchiolio del parquet. E riscoprirsi così attenti è anch’esso un piacere aggiuntivo di cui si era persa la memoria. Prende il suo tempo Dove non ho mai abitato, per costruire un frammento temporale, una estemporanea presentificazione delle vite dei suoi personaggi, che è significativa soprattutto per loro e soltanto in seconda battuta, nel corso del tempo, per lo spettatore, immerso in una detection che richiede attenzione costante per cogliere tutti gli indizi. Indizi umani, prevalentemente, perché è questo l’oggetto principale del film e della storia di Francesca, attorno alla quale vanno a incastonarsi, come lucenti frammenti di un caleidoscopio – e il fascino dello stile registico di Franchi ha un ruolo importante anche in questo – alcuni temi portanti che stanno evidentemente a cuore al regista.
La casa, principalmente, analizzata da un punto scientifico, molecolare, architettonico, interstellare, utopistico. E poi l’eterna dicotomia tra restare o fuggire, dalla famiglia, dalle responsabilità, dai legami, dal proprio talento. Infine la paternità, di sangue o meno, l’eredità come memoria di sé, come impronta del proprio passaggio su questa terra. Tutto converge in Dove non ho mai abitato, e ogni personaggio contribuisce a declinare a suo modo queste argomentazioni sventagliate dall’accorta sceneggiatura del film, come avviene ad esempio nel breve momento in cui Francesca dialoga con Giulia (Giulia Michelini), futura abitante con il fidanzato della casa in fase di restauro, e la ragazza le rivela che avrebbe desiderato viaggiare, ma ora si è innamorata e tutto è cambiato, magari però un giorno insegnerà a suo figlio come veleggiare sulle placide acque del lago. È solo un breve frammento, ma colpisce duro allo stomaco e lascia l’impronta indelebile del portato che magari avranno, o magari no, i rimpianti futuri del personaggio.

Ma non è un film serioso né meditabondo Dove non ho mai abitato e a tal riguardo contiene un turning point dove dalla tensione da thriller psicologico si va a virare nel grottesco, con una scena in acsensore dove convergono alcuni personaggi, e i relativi fantasmi del passato, e nella tensione di muscoli e sguardi si alza innocente la voce di un infante in grado di indicare, essa sola, cosa guardare: le ridicole scarpe di un astante. Da qui in avanti il film di Franchi esplode, insieme ai tumulti dei suoi personaggi. C’è un party in onore della casa oramai terminata, dove è possibile osservare borghesi ballare, mentre Paolo, il fidanzato di Giulia, biascica frasi senza senso e Naike Rivelli canta “Paradise” su un palco. Si percepisce netto il sentore che Francesca sta per dismettere quella “patina da borghese frustrata” tanto detestata da suo padre, e la via per la liberazione si sa, è una sola: il sesso.

È un film borghese sui borghesi Dove non ho mai abitato, e non lo nasconde, a tratti sembra di stare di fronte ad una pellicola degli anni ’80, una di quelle co-produzioni tra Italia e Francia che allora andavano per la maggiore, magari ombelicali, apparentemente oziose nei temi, ma dove diverse scuole attoriali avevano modo di confrontarsi e il regista dava la netta impressione di potersi esprimere liberamente per raccontare esattamente ciò che voleva, senza badare al risultato al botteghino, che poi magari arrivava pure. Ecco il film di Paolo Franchi sollecita anche un certo rimpianto perché, a prescindere da quale sarà il suo incasso, porta alla luce quanto il nostro cinema, dopo decadi di berlusconismo, sia bloccato nella morsa di quel famigerato “con la cultura non si mangia” che sta sacrificando almeno un paio di generazioni di registi sull’altare di un obbligo di monetizzazione che ne congela le possibilità e il talento.
Sarà anche “autoriale”, decadente, a tratti difettoso o autocompiaciuto eppure, Dove non ho mai abitato è un film pieno d’amore, per il cinema e i suoi ingredienti, gli attori, i personaggi, l’arte, l’uomo in ultima istanza. Ma soprattutto, questo è esattamente il film che il suo regista, con dedizione e dispendio di sé voleva fare, senza filtri, né preconcetti, in piena, profonda libertà.

Info
La pagina dedicata a Dove non ho mai abitato sul sito della Lucky Red.
Il trailer del film.
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2 Commenti

  1. Liliana 16/10/2017
    Rispondi

    Per me il film è stato magnifico, come magnifica è stata l’interpretazione degli attori. Leggere le emozioni sul viso degli attori, al di là delle parole, è stata un’esperienza commovente.

  2. Rosa 27/10/2017
    Rispondi

    Film molto bello, di sentimenti ed emozioni profondi , con poche parole, quelle necessarie e giuste, e di fondo musica colori dettagli che fanno da sfondo ma completano e raccontano . Come un dipinto. Proprio bello
    Coinvolgente ,commovente e realistico. Attori perfetti. Bravi tutti

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