La rivoluzione (im)possibile del cinema italiano

La rivoluzione (im)possibile del cinema italiano

Ha davvero senso auspicare una “rivoluzione” nel cinema italiano? Esistono le condizioni minime perché questo mondo si democratizzi e si apra realmente a tutti coloro che vi si vogliono avvicinare? Domande legittime, soprattutto nell’anno della discussa legge Franceschini. In attesa di indire gli Stati Generali, forse, in epoca di centenari rivoluzionari…

Nell’anno della discussa (e in parte discutibile) legge Franceschini, che tanta parte avrà nel dibattito sull’audiovisivo e di conseguenza sulla creazione dell’immaginario futuro, è possibile rendersi conto di alcune criticità evidenti, ma che con troppa facilità si tende a escludere o a minimizzare. È idea comune, nella vulgata che ha più facilità di accesso ai media nazionali – in particolar modo ai quotidiani, moralizzatori del sistema e loro principali difensori – che la “colpa” attribuibile al cinema italiano sia da rintracciare nel suo rapporto con lo Stato, quasi che la cosa pubblica dovesse guardarsi dal generare cultura. Gestori, non creatori. Lo Stato amministra, nulla di più. Un’idea che trova conforto e si vivifica in quei settori della nuova sinistra borghese che somigliano sempre più alla destra storica, moderata e reazionaria. L’impressione forte è quella di un intellighenzia di sistema, del tutto propedeutica alla gestione di un potere a suo modo egemonico. Un microcosmo che vive in sé, crea anticorpi per difendersi, si protegge. Il mondo che ruota attorno al cinema italiano si è trasformato anno dopo anno (decennio dopo decennio) in élite, e oramai trova giustificazione nella sua stessa esistenza. Una élite di cui tutti vorrebbero fare parte, dai produttori agli autori, dai distributori ai programmatori, fino ai critici e persino a certe fasce di spettatori, magari attraverso l’utilizzo sistem(at)ico dei social network.

Ha davvero senso auspicare una “rivoluzione” nel cinema italiano? Esistono le condizioni minime per proteggere un sottoproletariato artistico da quella che può essere definita classe dominante? Da anni, decenni, rimbalza da una parte all’altra l’idea (ma sarebbe più appropriato definirlo desiderio) di una supposta rinascita della produzione italiana. In molti hanno proposto soluzioni: ripartire dalla produzione di genere, per esempio; cercare un posizionamento nel circuito festivaliero europeo e internazionale; rinnovare il concetto di commedia, storicamente il cuore pulsante della filmografia nazionale. In molti hanno proposto soluzioni, dimenticando però come un settore produttivo, in crisi o meno che sia, non può esistere al di fuori del sistema economico di cui fa parte. Alla fine, messe da parte tutte le speranze e le ipotesi, l’unico dato che resta possibile da analizzare riguarda la presenza in sala di film italiani e la loro capacità di guadagnare soldi al botteghino. Ripagare i costi. In un sistema industriale questo dovrebbe essere il vulnus della questione. In un sistema industriale… Mai come in questi anni il dibattito attorno al cinema italiano si è fatto acceso e centrale: si parla di quote televisive da rispettare, di ridurre il peso dello Stato nella protezione della produzione, di imparare a vendere meglio all’estero. In questa cornice, che sta vedendo partecipare al gioco anche i rappresentanti dei media – per la maggior parte impegnati purtroppo ad attaccare la res publica, ma questo è un tema delicato che meriterebbe un approfondimento a latere – hanno espresso pareri e preso posizione anche registi, come dimostra per esempio il caso di Luca Guadagnino, che si è autoproclamato “nemo propheta in patria”.

Con il trascorrere del tempo c’è un’evidenza che si fa strada, ed è lo scollamento tra il tracciato istituzionale e quel microcosmo indipendente che appare sempre più distante, lasciato sullo sfondo, quasi completamente abbandonato. Al grido belluino di “modernità” ci si è dimenticati della questione di classe. Ci si è dimenticati del conflitto di classe. Un conflitto sperduto nelle narrazioni (a parte eccezioni sempre più rare) e lasciato in disparte nella lettura reale delle cose. Il cinema si sta trasformando in una élite sociale ed economica staccata dal tessuto di cui dovrebbe fare parte. Un’élite culturale, che ambisce ai privilegi e agli agi tipici di un organismo di potere in un sistema oligarchico. Nulla di sorprendente, in fin dei conti: perché il cinema dovrebbe comportarsi in maniera diversa rispetto all’universo letterario, a quello giornalistico o a quello teatrale? In un momento di debolezza, soprattutto perdurante, meglio arroccarsi su posizioni di difesa. Ma può una cinematografia in cui diventa sempre più difficile accedere al sistema produttivo (a meno di non far parte della già citata élite culturale ed economica) pensare davvero di rinnovarsi? È ipotizzabile per una rivoluzione concretizzare il proprio percorso se non si democratizza la base di partenza? Perché non può esistere un cinema ideato e fatto da proletari, attraverso cui le fasce più basse della popolazione possano esprimersi senza diventare solo oggetto dello sguardo, per quanto nobile esso sia? Si è discusso ampiamente di ius soli, in questi ultimi anni, per di più nella veste temperata cucita dal governo Renzi prima e Gentiloni poi (ma l’iter è iniziato in realtà venti anni fa), ma in quanti si sono presi la briga di difendere e promuovere un film come Per un figlio di Suranga Katagumpala, regista che ha raggiunto da bambino l’Italia dallo Sri Lanka per congiungersi alla madre, colf nel viterbese prima e a Verona poi? Si parla di integrazione, di “dover riflettere” sull’impatto migratorio, ma poi quale destino è concesso alle opere di Andrea Segre o Jonas Carpignano? L’esempio di quest’ultimo è emblematico: dimenticato per strada al momento della realizzazione di Mediterranea, è stato resuscitato a nuova vita dall’inaspettata candidatura di A Ciambra come film italiano per l’Oscar – il film era uscito a sua volta in sordina, sul finire di agosto, dopo la presentazione in anteprima a Cannes.

Ma sotto la crosta di una produzione/distribuzione sempre più ingolfata (e infatti in molti lamentano i troppi film prodotti) si agita un intero universo fatto di registi che lavorano dal basso senza sentirsi in dovere di provare vergogna alcuna: nomi come quelli di Federico Francioni e Yang Chen, Danilo Monte, Daniele Pezzi, Claudio Romano (il suo splendido ultimo lavoro, Incanto, è stato sistematicamente rifiutato da tutti i festival nazionali negli ultimi dodici mesi), Maria Giovanna Cicciari, CaneCapovolto, Pasquale Marino (solo per citarne alcuni) sono costretti a farsi la guerra per ottenere la minima visibilità dovuta, oppure trovano sollievo in quelle poche aree protette che rischiano però come sempre di fungere anche da recinto. Se non ci fossero alcune realtà festivaliere – in primis Pesaro con lo spazio denominato “Satellite”, ma anche Italiana.doc a Torino e soprattutto il neonato contenitore FuoriNorma, presentato proprio ieri a Roma dall’ideatore Adriano Aprà – o manipoli di fieri resistenti quali Angelo La Pietra e il gruppo di lavoro con cui allestisce a Casalnuovo di Napoli operazioni come “Trame – Cinema e periferia” e “Sguardi ostinati”, tutti questi registi sarebbero mandati al macello. Dimenticati. Repressi per noncuranza e per volontà a non squilibrare l’ordine sistemico delle cose. Per non parlare di tutti i difensori a parole del genere, che poi non muovono un muscolo in difesa delle opere di Federico Sfascia, de I Licaoni, di Paolo Gaudio, Sebastiano Montresor, Lorenzo Bianchini, Michele Pastrello. Perché il gruppo di lavoro capitanato da Giordano Giulivi, dopo essere stato dimenticato dai più con il gioiellino Apollo 54, deve riscontrare il disinteresse pressoché totale di una nazione di fronte ai successi internazionali dell’opera seconda Il demone di Laplace (già un prestigioso premio vinto al Fantasia e in questi giorni unico film italiano in programma allo Screamfest di Los Angeles)? O ancora: perché il collettivo Amanda Flor, nonostante gli applausi ricevuti negli anni per La rieducazione e Ad ogni costo, vede passare in sordina Il codice del babbuino, che dovrebbe raggiungere le sale nei prossimi mesi con Distribuzione Indipendente?

Di fronte a un sistema che alla prova dei fatti non dimostra un interesse particolare per tutto ciò che non è direttamente sistemico – perché non ne possiede le potenzialità, o in alcuni casi direttamente la volontà –, e che nasconde dietro l’illusione della par condicio la propria grettezza auto-protettiva, l’unica soluzione è l’organizzazione dal basso. La costruzione di quadri in grado di valorizzare e dare voce alle proposte che non assumono una forma codificata, o se lo fanno non si curano di passare per la via istituzionale. Si può parlare quanto si vuole di rivoluzione dello stato attuale delle cose, ma non è nella storia delle rivoluzioni quelle di nascere direttamente dal sistema. La democratizzazione della cultura passa attraverso il dibattito sulla “cosa culturale” e sulla “cosa pubblica”. È pronto questo mondo a fare rete, per utilizzare un termine in voga negli ultimi tempi? È pronto al suo Giuramento della Pallacorda? È pronto a esporre le sue “tesi d’aprile”? Solo da questo passo si potrà cercare di aprire un dibattito che sia partecipato sia da chi ha sede nel cuore della produzione sia da chi ha continuato a vivere alla periferia dell’impero. Forse, in epoca di centenari rivoluzionari (sbiaditi, e per molti da dimenticare in fretta) sarebbe il caso di ripartire dagli Stati Generali, auspicando una volta di più che il clero e la nobiltà si ritrovino in minoranza. Perché vorrebbe dire che finalmente il Terzo Stato – ancora esistente, anche in campo culturale – ha di nuovo permesso d’ingresso alle riunioni…

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