Brutti e cattivi

Brutti e cattivi

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Brutti e cattivi è l’esempio paradigmatico di un cinema che si adegua alle supposte necessità del genere senza produrre mai uno scarto estetico, o di senso, che ne giustifichi l’esistenza. Cosimo Gomez firma un elogio solo di superficie al cattivo gusto e non eleva mai la sua crudeltà al di sopra del mero esercizio dello sguardo, e della sua vacuità. Ingiustificata la sua presenza, per di più in concorso, nella sezione Orizzonti a Venezia.

Sgorbi

Quattro outsider senza arte né parte, mutilati nell’aspetto e nella dignità da una società che li vede Brutti e Cattivi, si improvvisano rapinatori per il colpo che cambierà la loro vita. Il Papero non ha le gambe, sua moglie Ballerina è senza braccia, Il Merda è un rasta tossico e Plissé un irascibile nano rapper. Gli evidenti ostacoli fisici non sono che un alibi per la sgangherata banda criminale, unita e compatta per realizzare l’improbabile sogno comune. Dopo il colpo però le cose si complicano: ciascuno dei componenti pretende di tenere per sé il malloppo, e tutti sembrano avere un piano per riuscirci. La caccia al tesoro si trasforma in una girandola di inseguimenti, cruente vendette, esecuzioni sanguinose e tradimenti incrociati. [sinossi]

Se nel 2017 ci si ferma a qualificare i “brutti e cattivi”, quaranta anni fa Ettore Scola non aveva dubbi sul fatto che i suoi personaggi, a partire dal capofamiglia guercio Giacinto Mazzatella, fossero anche sporchi. Un dettaglio da poco, si potrebbe pensare. Forse. Ma l’impressione forte, nell’approcciarsi all’opera prima di Cosimo Gomez, cinquantenne scenografo che arriva alla regia dopo essere passato per la vittoria del Premio Solinas proprio con lo script di Brutti e cattivi, è che tutto ciò che conta, l’unica cosa che davvero conta, è “mostrare”. Tutto, in questo caleidoscopico viaggio nella criminalità romana di periferia, balza immediatamente agli occhi: come si fa a non notare che il Papero – cui presta corpo e voce Claudio Santamaria, paladino dei nuovi vagiti di genere dopo il successo ottenuto con Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti – non ha le gambe, o che alla sua infida consorte Ballerina mancano le braccia? Come si può non puntare l’occhio sul nano rapper Plissé, o sulla pletora di deformi che irrompe sullo schermo? Nulla di nuovo, a ben vedere, ma sembra davvero che Tod Browning qui sia passato invano…
Per quanto appartengano in tutto e per tutto alla genia dei freaks (ma Serraiocco e Santamaria solo grazie agli effetti speciali digitali), i protagonisti di Brutti e cattivi non sono altro al di là di ciò che sembrano. Il mostruoso non accede a nessun passaggio ulteriore, non esiste alcuna riflessione che si muova oltre l’apparenza immediata. Mostri. Deformi. Per di più, come recita il titolo, brutti e cattivi. Ma non sporchi, non davvero, perché Gomez ripulisce il film e lo ammanta di un apparato tra il retro-pop e il pulp cui è difficile, molto molto difficile, assegnare alcuna credibilità. Si resta fuori, da questo Brutti e cattivi, e mentre i personaggi compiono qualsiasi nefandezza – si tradiscono, si ammazzano, rubano, e chi più ne ha più ne metta – ci si siede in una zona in penombra della sala, sempre più distaccati. Il rutilante succedersi di avvenimenti sullo schermo appare per quel che forse è: inerte, privo di spinta e di reali idee, gioco al massacro spericolato solo nelle intenzioni, ma in realtà calcolato, freddo, asettico.

Non c’è vita, in Brutti e cattivi, ma solo sguaiata messa in scena di vite che per primo non interessano a Gomez, anche sceneggiatore insieme a Luca Infascelli: quale che sia il destino dei balordi che hanno deciso di rapinare la filiale di una banca per mettere da parte quattro milioni di euro, l’unico interesse è mostrarne lo squallore, morale e fisico. Non si tratta neanche di apologia dello schifo, che potrebbe innalzare un’opera così sguarnita di pregi dalle parti di eroi della controcultura quali John Waters, Lloyd Kaufman e Brian Yuzna; tutto qui resta legato a una visione del noir immersa in umori che devono venire a galla, per prendere parte al gioco.
Non è forse un caso che i pochi e brevi passaggi in cui Brutti e cattivi sembra non girare a vuoto si raccolgono attorno a pochi dettagli, in grado di inserire la normalità all’interno di uno schema così volutamente fuori dalla prassi: Ballerina che si passa un piede tra i capelli per sistemare la riga, per esempio. Il resto è invece ridondante messa alla berlina dei propri protagonisti, al grido di una lotta al politcamente corretto che rivela però una vacuità e una noncuranza tutta borghese, elitaria, giudicante. Non partecipa, Gomez, osserva dall’alto di una supposta posizione intellettuale che non trova conforto nelle immagini. Così, arrancando dietro uno script pieno di buchi, ellissi arrangiate alla bene e meglio e ripetizioni ai limiti del sopportabile (possibile che ogni volta che viene inquadrato Plissé l’attore Simoncino Martucci debba replicare il gesto del cunnilingus, con tanto di effetto sonoro di supporto?), Brutti e cattivi racconta una storia prevedibile, né immorale né amorale né morale ma solo priva di mordente. Una storia che ci ricorda che tutti siamo mostri, in un modo o nell’altro, ma così fumettistici e privi di fantasia da non interessare un granché. L’Italia ha bisogno di una riscoperta del genere, ma proprio per questo è necessario sottolineare come quella scelta da Gomez, nonostante la presenza nel concorso di Orizzonti all’ultima Mostra di Venezia, non sia la via da percorrere.

Info
Il trailer di Brutti e cattivi su Youtube.
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