Also Known as Jihadi

Also Known as Jihadi

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Vincitore al 58° Festival dei Popoli, Also Known as Jihadi di Eric Baudelaire è la storia di un jihadista che ha combattuto in Siria, ed è stato catturato e processato in Francia. Il documentario riprende i principi della “teoria del paesaggio”, elaborata in Giappone alla fine degli anni ’60 tra gli altri da Masao Adachi.

I paesaggi visti dallo jihadista

La storia possibile di un uomo, Aziz, raccontata attraverso i luoghi in cui ha vissuto: la clinica dove nacque nel sobborgo parigino di Vitry, il quartiere in cui è cresciuto, le scuole che ha frequentato, i luoghi di lavoro. Poi la partenza verso l’Egitto, la Turchia e la strada verso Aleppo, dove è entrato nelle file del Fronte al-Nuṣra. Questo viaggio è raccontato anche attraverso quanto emerge dall’archivio giudiziario: interrogatori di polizia, intercettazioni, relazioni di sorveglianza. Documenti che si intrecciano con immagini e suoni per comporre un film che racconta tanto Aziz quanto i paesaggi architettonici, politici, sociali e giudiziari in cui la sua storia si è dipanata. [sinossi]

Nel solco del suo precedente lavoro, L’anabase de May et Fusako Shigenobu, Masao Adachi et 27 années sans images, il filmmaker francese Eric Baudelaire mostra di aver assimilato i principi della “teoria del paesaggio”, elaborata in Giappone a fine anni ’60 tra gli altri dal regista Masao Adachi, oggetto del precedente film girato in pellicola Super 8 dove pure aveva applicato quei principi. Concepita, oltre che da Adachi, anche da Nagisa Oshima e alcuni fotografi, questa dottrina si fonda sul concetto chiave di paesaggio (fukei) che sostituisce quello di situazione (jokyo) nell’analisi sociale marxista. Il paesaggio che si è profondamente cambiato negli anni ’50 e ’60 per arrivare a a quell’omologazione di grovigli di strade intasate, palazzoni anonimi, periferie urbane, non luoghi che si ripetono monotoni in tutto il mondo. Una tesi vicina a quello che in Italia denunciava Pasolini, l’omologazione del potere della civiltà dei consumi, per esempio nell’intervista-documentario Pasolini e… la forma della città (1974).

A fronte di un’ansia smodata di documentare il mondo, che ha come risultato un proliferare ormai eccessivo di film documentari, rispolverare la teoria del paesaggio serve a Eric Baudelaire come riflessione sulla pratica stessa del documentario. Così nel film Also Known as Jihadi, premiato al Festival dei Popoli, la vicenda di Abdel Aziz Mekki, francese di famiglia algerina, aggregatosi a un gruppo jihadista in Siria, viene seguita attraverso due binari paralleli, secondo una scomposizione, e una dissociazione, di testo e immagini.
Ci sono anzitutto i documenti scritti, i verbali, gli atti, ripresi tali quali, sui fogli con tanto di timbro che autentifica. Segno dell’ufficialità, della verità come accertata dalle istituzioni. Il verbo, la parola scritta. Ci sono le trascrizioni delle intercettazioni, dei verbali di perquisizioni, dei vari verbali delle forze dell’ordine, delle perizie psichiatriche. E poi ci sono le immagini che scorrono, quelle che, in ossequio alla teoria del paesaggio, ha visto il protagonista nel corso della sua vita.
Il modello è quello del film di Adachi A.K.A. Serial Killer. Sono paesaggi anonimi, di città industriali con agglomerati urbani senza stile e ciminiere sullo sfondo o di quartieri residenziali o universitari moderni, riqualificazioni di stampo razionalistico. Piattumi urbanistici a volte ravvivati da murales molto belli. Potrebbe essere il nostro circondario. Luoghi molto tranquilli che sembra impossibile possano aver incubato terroristi pericolosi. Sono le periferie del mondo contemporaneo, che compongono una continuità tra Francia, Turchia, Siria. Quell’omogeneità che Adachi, Oshima e Wakamatsu (e Pasolini) vedevano come risultato di un potere economico pervasivo e dominante.

Il punto di vista è quello di una mdp che non ha mai fissità, non si è mai usato neanche un cavalletto. Se la definizione dell’immagine digitale è molto buona, contrastando così le pellicole consunte tanto dei film di Adachi, quanto del precedente film di Baudelaire, l’immagine ha sempre un senso di precarietà. Anche quando l’inquadratura è in posizione fissa, traballa sempre un minimo, fa dei minimi movimenti su e giù, si deve assestare. È quella ricerca di un punto di equilibrio che permea tutto il film.

In Also Known as Jihadi immagini e parole si rincorrono, si cerca invano un’intersezione. E per un momento una figura di sfuggita, in un complesso edilizio, dà l’illusione di visualizzare finalmente in volto il protagonista, che in realtà non verrà mai ripreso. Il quadro che emerge, della vicenda del personaggio Abdel Aziz Mekki, è coerente. Le varie testimonianze messe a verbale coincidono, non si contraddicono. La ricostruzione funziona anche nella rispondenza con i luoghi filmati. Ma rimane un’ambiguità etica di fondo, che ancora una volta viene dalla figura di Adao Masachi, che ha passato quasi trent’anni della sua vita in Libano, aderendo al Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP). L’ultima parte della filmografia del regista giapponese, da Prisoner/Terrorist ad Artist of Fasting, ruota attorno al concetto di terrorismo e al suo relativismo, sul come sia una facile etichetta da affibbiare. Il profilo di Aziz è quello di tanti jihadisti. Non un disperato, di cultura e di reddito medi. E anzi la sua figura non esce male, anche la perizia psichiatrica lo ammette. E nell’interrogatorio riconoscerà tutto, tranne la definizione di terrorismo, rivendicando l’appartenenza a un esercito libero siriano.

Info
Il trailer di Also Known as Jihadi su Youtube.
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