Cure a domicilio

Cure a domicilio

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Per Lab80 arriva in sala Cure a domicilio di Slávek Horák, opera prima che già raccolse apprezzamenti in vari festival e che ha raccolto il premio per la migliore attrice a Karlovy Vary 2016. Commedia sobria e crudele, che riflette in modo intelligente su corpo (della donna) e presenza sociale.

“C’era quando c’ero” (iscrizione attribuita a Dante Alighieri, Pieve a Nievole, provincia di Pistoia)

Infermiera a domicilio, Vlasta è una donna di mezza età che ha dedicato tutta la sua esistenza agli altri, nel lavoro e in famiglia. Quando le viene diagnosticato un tumore al pancreas, Vlasta misura l’indifferenza e imbarazzo del marito Lada, e al contempo si mette in cerca di risposte, anche tramite il contatto con un gruppo di autocoscienza gestito da una sorta di guru ciarliera e discutibile…[sinossi]

C’è un nucleo doloroso in Cure a domicilio del ceco Slávek Horák, interessante opera prima in lungometraggio di un autore che già fu assistente alla regia di Jan Svěrák per Kolya (1996), vincitore a suo tempo dell’Oscar a miglior film straniero.
È il nucleo doloroso dell’altruismo, e l’illusione ad esso sottesa. In un’ottica laica l’altruismo viene da sé, eppure in certe figure di madri e mogli assume tratti di scomparsa del sé, un atto quasi dovuto e “naturale”, che la stessa madre e moglie mai per prima si sognerebbe di mettere in discussione.
La protagonista Vlasta, donna di mezza età, fa pure l’infermiera a domicilio, per cui il donarsi agli altri è per lei una sorta di naturale inclinazione. Abituata a vivere con una certa leggerezza a fianco del dolore, non ne riscontra pressoché alcuno, specie nel marito Lada, quando tocca a lei disgraziatamente il ruolo della malata terminale. Non trova calore, cerca risposte pure in rinnovate forme di ricerca interiore e medicina alternativa, ma restando innanzitutto coi piedi piantati nella necessità di trovare un senso alla vita terrena, al suo presente e al futuro di chi rimarrà dopo di lei. Un bisogno profondo di risposte alla realtà dell’al-di-qua, al contingente, sia pure tramite un viaggio condotto anche nella spiritualità.

Nulla di nuovo, sia chiaro; l’abbinamento di abnegazione e malattia non è certo moneta freschissima al cinema. Tuttavia, tramite l’adesione a un linguaggio filmico fatto di sottili nervosismi (per lunghi tratti l’immagine non sta ferma un attimo, sia pure rifiutando i tremolii da macchina a mano), Horák conduce un discorso sulla scomparsa del corpo di particolare intelligenza. Corpo inteso, secondo il linguaggio di Pierre Bourdieu, come oggetto attraversato da relazioni sociali, prodotto di interazioni socio-culturali, che in quanto tale, specie se di donna, lascia un vuoto tecnico nel momento della sua dissoluzione.
Mantenendosi su un registro narrativo spesso di commedia, che nel suo gusto per il paradosso ricorda certe felici stagioni della Nová vlna, Horák si muove in realtà con sguardo spesso crudele, mettendo in contrapposizione nelle sequenze più forti i sintomi della malattia sul corpo di Vlasta con la piena trascuratezza da parte soprattutto del marito, che a un certo punto finge addirittura di dormire per non doversi confrontare con dialoghi tanto scomodi come quelli scaturiti dal confronto con l’imminenza della morte (o magari per evitare di fare sesso con un corpo in via di estinguersi).
Eccessi grotteschi, tenuti comunque a briglia cortissima, che smarginano spesso e volentieri dal dato reale verso il surreale, ma che tradiscono una vena umilmente feroce.

Nell’ottica crudele di Horák la malattia porta per lo più imbarazzo, silenzio, evitamento fobico, o nelle sue punte più grottesche pura trascuratezza. Horák ha dichiarato di aver voluto “infondere umorismo nel dramma, per raccontare una storia che ricorda agli spettatori la loro mortalità, per far meglio apprezzare le persone che amano”, secondo uno spirito più vitale e ottimistico di quanto non traspaia nei fatti dal film.
Senza particolari enfasi e quindi probabilmente al di là delle proprie coscienti intenzioni, Cure a domicilio sembra invece assumere venature “politiche”, ben sottolineate da quell’ultima inquadratura, durante il matrimonio della figlia Marcela, in cui Vlasta si assenta lasciando, nella festa, una sedia vuota. Sparisce l’occupante di una sedia, un dentello di un ingranaggio sociale. Il marito Lada pare colto da vera malinconia, per la prima volta. Tale adesione a un universo fortemente terraceo emerge anche dalle pratiche da sbrigare per Vlasta prima della sua dipartita: riorganizza cose, oggetti, ridà ordine e direttive per il futuro della casa senza di lei, con estrema sobrietà e asciuttezza, come se si trattasse di un’assenza temporanea. In questo movimento finisce per essere rimosso lo stesso oggetto-morte, ridotto a un puro e semplice elemento di disturbo col quale si deve scendere a patti.

Funzionale a tale impostazione risulta anche la disperazione di Vlasta di fronte alla mancata risposta della ricerca interiore; nemmeno la “guru” può darle risposte concrete, può solo accompagnarla dolcemente nel viaggio.
Ma nell’universo estremamente fattuale evocato da Horák non c’è alcuna morte dolce; la morte resta tale, un dolore, un passaggio obbligato e disperato, che getta nello sconforto per l’assenza di se stessi (e dei propri compiti sociali) nei confronti di chi rimane in questa vita dopo di noi.
Sguardo laico, divertito, sulfureo ma senza eccessi marcati, che spesso accetta la sfida di mettere in imbarazzo chi vede, tanto appare crudele farsi scappare una risatina sul dibattersi grottesco di Vlasta nel tentativo di dare senso a un’esistenza nel futuro dell’assenza. Ne sia prova la mortificante sequenza del tentativo di Vlasta di dedicarsi a se stessa, dopo aver saputo della malattia, partecipando a un gruppo di danza. Scoordinata nei movimenti e persa nei suoi cupi pensieri, prima Vlasta ci fa sorridere, un attimo dopo ci fa sentire squallidi per il nostro sorriso. Così come suscita risate colme di pentimento la caduta nella fossa aperta per un altro funerale in cui Vlasta sperimenta una sorta di anticipazione del suo prossimo destino. Resta forse una certa debolezza e prevedibilità nella costruzione narrativa e nel linguaggio filmico adottato, così come a una prima occhiata il film può sembrare animato da stanche e risapute riflessioni sulla condizione della donna, ma in generale Cure a domicilio, portato adesso in sala da Lab80, è un buon recupero. Ed è più che meritato il premio alla migliore attrice, raccolto al Festival di Karlovy Vary del 2016, per la protagonista Alena Mihulová, corpo che si dibatte nel presente, che rivendica se stesso, disorientato dal proprio illogico esserci nel momento in cui è già sancito il suo non-esserci. Disperatamente incredulo che il suo mondo, un domani, non abbia più bisogno di lei. L’inganno dell’altruismo. L’inganno dell’annullamento negli altri.

Info
La scheda di Cure a domicilio sul sito di Lab 80 Film.
Il trailer del film.
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