Hostages

Il tentato dirottamento di un aereo in Georgia nel 1983, attraverso il quale sette giovani dell’élite del paese tentarono la fuga dall’URSS verso l’Occidente, viene raccontato in Hostages in modo desolatamente maldestro. Alla Festa del Cinema di Roma.

Georgia out of my mind

Georgia, 1983. Fumano sigarette occidentali, ascoltano i Beatles e il loro unico obiettivo è quello di volare oltre la cortina di ferro. La storia vera di un gruppo di giovani che nel 1983 dirotta un aereo civile con l’intento di fuggire in Turchia. Quando un imprevisto costringe l’aereo ad atterrare senza varcare i confini della Georgia, il loro piano fallisce sfociando nella violenza di una tragedia nazionale. [sinossi]

Per raccontare la ribellione attraverso la fuga dalla Georgia del 1983 di sette ragazzi appartenenti all’élite del paese, Rezo Gigineishvili deve aver sicuramente visto Nocturama, passato lo scorso anno proprio qui alla Festa del Cinema di Roma, ma qualcosa deve averlo digerito male visto che il suo Hostages, presentato alla dodicesima edizione della kermesse capitolina nella sezione Tutti ne parlano, non è neppure lontanamente paragonabile al film di Bonello.
I ragazzi di Nocturama mettevano a ferro e fuoco Parigi senza una motivazione apparente, guidati da un nichilismo assoluto; quelli di Hostages provano lo stesso odio verso la loro madre patria ma non riescono ad esprimerlo se non attraverso goffi spiegoni.

L’unica sequenza azzeccata di Hostages è l’incipit: i protagonisti si tuffano in mare, mentre uno di loro li riprende con una Super8, poi vengono rimbrottati dai militari perché secondo le regole del paese è proibito farsi un bagno di sera. La posta in gioco così diventa subito chiara: nella Georgia ancora sotto il dominio dell’Unione Sovietica è impossibile espatriare e, a tal proposito, vi sono leggi ferree e grottesche. La paura è che qualcuno voglia provare a fuggire in Turchia per poi raggiungere il bramato Occidente, come effettivamente – si scoprirà a breve – stanno tramando da tempo i giovani. Ma il cinema di Hostages finisce là, il resto è solo sinossi: Gigineishvili affastella sequenze senza capo né coda, che servono a mostrarci dettagli inutili (l’incontro nel bosco per reperire delle pistole, l’addestramento della ragazza che poi neppure spara un colpo), prima giocando a tenerci all’oscuro sulle macchinazioni dei personaggi (e facendo per l’appunto il verso a Nocturama), poi spiattellando tutto improvvisamente con dialoghi grossolani. Tanto che tutto va secondo sinossi, per via di un’illustrazione pedissequa e pedestre dei fatti, senza un minimo di articolazione e di messa in forma, e senza neppure la precisione cronachistica di certi film d’inchiesta.

Eppure la vicenda è di quelle forti e ancora per larga parte misteriosa: basta dire che i corpi dei ragazzi sopravvissuti al tentativo di dirottamento e poi fatti giustiziare da un tribunale militare sono stati seppelliti in un luogo segreto dalle autorità; oppure basta dire che probabilmente i 108 colpi sparati da un’unità speciale sovietica contro l’aereo nella pista di Tbilisi hanno finito per uccidere anche ostaggi e membri dell’equipaggio e non solo alcuni dei terroristi (e non c’è mai stata, a tal proposito, un’indagine vera). Non solo, la vicenda del dirottamento del 1983 del Aeroflot Flight 6833 poneva questioni morali altamente significative: i sette ragazzi erano perlopiù artisti (tre pittori, un attore), erano dunque la futura classe dirigente del paese che, in un gesto disperato e sconsiderato, ha tentato di darsi alla fuga. Simbolicamente, se chi si dovrebbe farsi carico della responsabilità di dare una rappresentazione del proprio paese (l’arte, per l’appunto, come rappresentazione) scappa a gambe levate, siamo di fronte al fallimento di un sistema.
Ma questo fatto – così come gli altri – Gigineishvili lo sente oscuramente, senza però riuscire a spiegarcelo. Non vediamo mai ad esempio uno dei pittori dipingere, se non tardivamente quando viene fatto un ritratto già in aereo, non vediamo mai l’attore recitare; ci viene solo detto che quella è – dovrebbe essere – la loro occupazione. E non basta insistere lungamente su un disco dei Beatles, prima acquistato in una sorta di mercato nero e poi requisito dalle autorità; bisognerebbe anche sentirlo questo disco, magari a basso volume per non farsi sentire, magari costruendoci intorno una sequenza di fremente attesa per l’incipiente fuga.
Gigineishvili non prova nemmeno un momento a identificarsi con i suoi personaggi. Non ci provava d’altronde neppure Bonello, ma per costruire ben altro discorso: l’agghiacciante silenzio di fronte all’orrore, l’eyes wide shut di fronte al disvelamento del nulla. Qui Gigineishvili mette in scena i giovani puntando ora al fastidio (bevono, sono un po’ violenti e non rispettano gli anziani), ora allo psicologismo più vieto (nei dialoghi casalinghi con madri opprimenti e querule o con padri rassegnati e rinunciatari).

Di fronte a tale sbalestramento di toni, non resta che aspettare la scena clou, quella per l’appunto del dirottamento. Almeno lì – si pensa – ci sarà un po’ di movimento, un po’ di action. Ma, se possibile, Gigineishvili riesce a fare persino di peggio: non motiva bene la decisione di sparare da parte dei ragazzi che si trasformano improvvisamente in crudeli assassini e non gestisce bene spazi e tempi delle colluttazioni, in particolare attraverso un montaggio troppo ellittico il cui unico obiettivo è quello di provare a nascondere sotto il tappeto le incertezze della regia e l’immotivato sviluppo delle situazioni.
Infine, in ossequio a una malintesa idea di dover specificare ogni tratto di cronaca cercando di metterlo in scena sotto forma di racconto e di non provare mai a scegliere una precisa chiave di lettura, Gigineishvili ci fa vedere anche sprazzi di dolore dei genitori attentatori, lacerti di processo, frammenti di ulteriori ingiustizie (il prete ortodosso cattivo maestro che, improvvisamente, ma giusto per un paio di minuti, diventa protagonista della scena), e via dicendo.
Come dire, al cospetto di una così forte pregnanza simbolica del reale e del fatto storico, di fronte alla flagranza della realtà, Gigineishvili è riuscito a segnare con Hostages una sconfitta clamorosa del mezzo cinematografico. Più utile leggersi la pagina su Wikipedia a questo punto…

Info
La scheda di Hostages sul sito della Festa del Cinema di Roma
La pagina Wikipedia inglese in cui viene raccontato il tentativo di dirottamento dell’Aeroflot Flight 6833.
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