Story from a Housing Estate

Story from a Housing Estate

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Forse il capolavoro di Věra Chytilová della fase della normalizzazione sovietica succeduta alla fine della Primavera di Praga: Story from a Housing Estate che si è potuto vedere nella personale alla regista di Doclisboa ’17. Una satira del sistema, da un lato, ma anche un’ulteriore messa in scena delle forze distruttive che presiedono al suo cinema.

Ruspe e asfalto

Tante microstorie di vita, uomini, donne, bambini, si mescolano in un grande casermone prefabbricato. [sinossi]

La carriera di Věra Chytilová subì un duro colpo, e un’interruzione lunga, con la fine della Primavera di Praga e della Nová vlna, che era fiorita in seno a quel periodo di fermento politico e culturale. Con la normalizzazione sovietica, e dopo lo stop che le era stato imposto, la regista di Le margheritine ha continuato a produrre film. Story from a Housing Estate è universalmente considerato come il capolavoro di questa seconda fase, nonché come satira del socialismo reale, anche se la satira della regista va ben oltre. È stato possibile vedere questo film nell’ambito della personale dedicata alla regista da Doclisboa ’17.

Il sole sorge su un agglomerato di grandi edifici alveare, prefabbricati, tutti uguali. Sono palazzi appena edificati, abitati, anche se alcuni appartamenti devono ancora trovare inquilini. A essere ancora in alto mare sono i servizi, le infrastrutture di collegamento, strade, marciapiedi, aiuole. Tra i vari palazzoni si estendono spazi interstiziali fatti di cantieri, trincee, voragini, tubature, blocchi di cemento, macerie, discariche, cassonetti, pozzanghere. Spazi di degrado urbano dove giocano i bambini e le mamme portano i piccoli in carrozzina. Una location straordinaria come quella che aveva saputo cogliere Marco Ferreri, per un’opera diversissima, si intende, quale Non toccare la donna bianca, nelle fondamenta in costruzione del complesso di Les Halles. E il degrado che mostra le regista ceca è anche negli interni, in tavoli da cucina caotici e disordinatissimi.

Un montaggio serratissimo, tipico della regista, segna l’incipt del film con la luce del sole nascente che si insinua e illumina i palazzi. Il film terminerà con il tramonto e la notte a suggerire che tutto è avvenuto in un’unica giornata. Tante microstorie di vita sono l’oggetto di Story from a Housing Estate, di bambini e anziani, mariti, mogli e amanti. Věra Chytilová usa sempre una spiazzante e destabilizzante macchina a mano per seguire queste storie e sottolinea subito la dimensione voyeuristica da finestra sul cortile, naturale in queste condizioni abitative, mentre si focalizza sull’amplesso di una coppia che si scorge dalla finestra. Usa il montaggio anche se non più serrato, come quando due personaggi, in posizioni diverse, cadono in simultanea, dando l’idea dell’estrema precarietà di questi luoghi, o non luoghi, dell’assenza di una forza di gravità.

Un uomo in macchina sta cercando un numero civico, un numero altissimo, il 27886. Nessuno dei passanti conosce il posto, molti lo indirizzano verso il blocco E. In questa situazione è subito chiara la dimensione alienata, la spersonalizzante della vita di queste persone. Il che equivale anche a una metafora del socialismo reale e dell’omologazione che vede gli uomini come massa. Ma lo sguardo della regista – che aveva concepito quella meravigliosa scena di distruzione di un banchetto aristocratico in Le margheritine – è impietoso anche su quegli abbozzi di capitalismo o di borghesia, che non mancano neppure nei sistemi sovietici. La coppia capricciosa ed esigente sulle rifiniture del nuovo appartamento, l’attore belloccio e impenitente dongiovanni, l’assicuratore imbonitore, le banconote in gran quantità esibite da una protagonista che poi si nasconde nel seno, il figlio che accusa i genitori di essere intenzionati a usare l’eredità del nonno per una nuova casa più bella, la fila di negozi di parrucchieri e manicure dove si affollano le signore “per bene” ed eleganti. Tutte cose che non ci si aspetta in un sistema collettivizzato. “Non si fa così nel socialismo”, sbraita una donna che viene fatta uscire da due operai da un appartamento che occupa abusivamente. La situazione è il massimo dell’ambiguità. La donna, nel rivendicare case per tutti, di fatto difende una proprietà privata che si è arrogata con arbitrio. Chytilová poi riprende anche i suoi discorsi femministi, nel far vedere una coppia dove la moglie è palesemente asservita al marito, o una ragazza che si ribella.

Sono gli stessi muratori, la gente del popolo, a lamentarsi davanti a una birra dell’orrore architettonico cui sono, loro malgrado, coinvolti. “Siamo costretti a costruire questo finto villaggio Potëmkin”, dicono. Il riferimento, colto, è a quei villaggi idilliaci ma finti, di cartapesta, fatti costruire dal principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, leggenda vuole, lungo le rive del fiume Dnepr, nei territori strappati all’Impero Ottomano, per fare impressione a Caterina II di Russia. E il nome Potëmkin potrebbe anche essere un richiamo di Chytilová al capolavoro di Ėjzenštejn come confermato da una scena successiva di una carrozzina che cade da una collinetta. Se di riferimento voluto si tratta, allora non può che essere per contrasto e in opposizione. Tanto è formalista il regista sovietico, tanto è “sformata” in questo film la regista ceca che filma in macchina a mano, una realtà essa stessa senza forma, caotica.

Il cinema di Věra Chytilová è molto spesso la messa in scena di una distruzione. Nel caso di Story from a Housing Estate, non ci sono le due Marie, le due monelle, le agenti che alla demolizione sono preposte. Qui la disgregazione è intrinseca negli uomini, è portata avanti dagli stessi personaggi nella dissipazione delle loro vite e da un sistema che si sgretola proprio quando celebra i suoi fasti nella costruzione di grandi edifici. Asfalto e ruspe vanno di pari passo.

Info
La scheda di Story from a Housing Estate sul sito di Doclisboa.
Il trailer di Story from a Housing Estate su Youtube.
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