And Then There Was Light

And Then There Was Light

di

Dramma virato in noir sui generis, irregolare, ostico e poco consolatorio, And Then There Was Light è un interessante viaggio nel lato oscuro della memoria, e nel sempre presente legame tra amore, ossessione e morte. Alla Festa del Cinema di Roma.

Irregolari ossessioni

L’adolescente Nobuyuki, che vive nell’isola di Mihama, è amico di Tasuku, un ragazzino costantemente maltrattato dal padre; Nobuyuku ama inoltre la sua compagna di classe Mika, che ne ricambia l’affetto. Una notte, Nobuyuki commette un crimine violento per proteggere Mika, poco prima che un violento tsunami si abbatta sull’isola, spazzandone via gran parte degli abitanti. Venticinque anni dopo, i tre hanno preso strade diverse, abbandonando l’isola: ma, a un tratto, Tasuku riappare nella vita dell’ex amico, dicendo di avere le prove del suo crimine, e tentando di ricattarlo… [sinossi]

Sono state ben poche, finora, le autentiche “scosse” di questa dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, che si muove all’insegna di una convenzionalità ormai assurta a norma per la selezione della manifestazione capitolina. Tra queste, pur tradotta in un’opera in sé non perfetta, va annoverato sicuramente questo And Then There Was Light, nuovo dramma virato in noir (ma la classificazione, qui, è più che mai sfuggente e complessa) del regista nipponico Tatsushi Ōmori. Quello che Ōmori mette in scena, ispirandosi a un romanzo della scrittrice Shion Miura, è un complesso e obliquo triangolo, protratto attraverso 25 anni di storia e di vita, interrotto da una catastrofe naturale e resuscitato con la forza dell’ossessione. Una tessitura che coinvolge tre personaggi e la memoria dell’isola in cui sono cresciuti e hanno sviluppato la loro amicizia, un omicidio sepolto nel passato e letteralmente spazzato via dagli eventi (uno tsunami che ha cancellato la vita sull’isola, così come i tre l’avevano conosciuta), oltre a una testimonianza e a un ricatto portato avanti in nome di un amore trasformato in ossessione. Su tutto, l’inevitabile violenza, fisica e psicologica, autentica moneta con cui si valutano e quantificano i sentimenti, sbocco obbligatorio per un legame che ha portato in sé i germi di una incancellabile contaminazione.

Il modo in cui Ōmori tesse la sua partitura attraverso le vite dei tre protagonisti, cogliendone tanto gli scarti quanto l’impossibile aspirazione alla normalità, è irregolare e rapsodico. Dei 138 minuti del suo film, solo i primi 20 sono destinati a raccontare l’adolescenza di Nobuyuki, Mika e Tasuku, e a delineare la realtà di una comunità che nutre e alimenta il loro legame. Il resto del film è narrato come un lento e diseguale crescendo verso il parossismo autodistruttivo, sublimato dall’idea costante della morte, quella già sperimentata (l’omicidio compiuto dal protagonista) e quella auspicata (la fine del violento padre di Tasuku), disseminato di un erotismo crudo e viscerale, sempre pronto a tradursi in controllo e violenza. La grammatica cinematografica, così come le convenzioni del cinema narrativo, interessano relativamente poco al regista nipponico, che pone i titoli di testa dopo la parte introduttiva ambientata nel passato, complica e dilata (in direzioni pure, apparentemente, poco attinenti con la storyline principale) una vicenda in sé piuttosto lineare, seguendo una logica dettata più dalla psicologia deragliata dei tre personaggi che da un’ordinata successione di eventi. Le giustapposizioni sono la norma, nel film di Ōmori, quelle tematiche come quelle estetiche: un ossessivo motivo elettronico contrappunta e violenta le bucoliche immagini (o memorie) dell’isola, in modo analogo a come lo tsunami ne ha violentato la geografia.

Ipnotizza a dispetto delle sue asperità di scrittura, And Then There Was Light (citazione biblica che suona come beffarda, in quello che è in realtà un percorso – a ritroso – verso l’oscurità), mostrando un approccio ben più consapevole di quanto un primo, distratto sguardo possa far ipotizzare. La regia di Ōmori sembra essere quella di uno Shinya Tsukamoto che si mimetizza in un guscio ingannevolmente più convenzionale, giungendo alle sue tematiche (alcune sono effettivamente comuni) attraverso una strada più classica e apparentemente facile da imboccare. Il ragionamento sulla memoria, sulla forza di un legame primario (quello possibile solo in una piccola comunità) che si contamina alla base con la violenza, la sua perpetuazione nel mondo adulto di una metropoli, destinato alla sublimazione attraverso l’atto violento, è portato avanti con una certa lucidità, nonostante gli occasionali deragliamenti verso l’autocompiacimento. Proprio riguardo a questi ultimi, si può obiettare su alcune scelte di messa in scena, su singole immagini che fanno nascere (a tratti) il sospetto di una provocazione studiata, su qualche ridondanza, specie nei dialoghi, che rende il racconto a volte più ostico del dovuto da seguire. Limiti ascrivibili in parte alle peculiarità del soggetto, in parte a una obiettiva difficoltà nel gestirne al meglio la complessità: la natura di luogo malato e contaminato dell’isola, ad esempio, più volte evocata dalla sceneggiatura, poteva essere meglio sviscerata nella parte di racconto ambientata nel passato, magari dilatandone un po’ la durata.

And Then There Was Light resta comunque un prodotto dall’innegabile fascino, un’opera “sporca” e poco conciliatoria che sedimenta a lungo nella memoria (e non è un caso che proprio la memoria – e il suo lato oscuro – sia uno dei suoi temi principali). La sua efficacia, fatta di contrasti e giustapposizioni anche violente, è ben riassunta da una conclusione che, nel suo forte impatto (così come nella sua ricercata ambiguità) ne conferma la complessità e l’irriducibilità a facili categorizzazioni, o a singoli generi.

Info
La scheda di And Then There Was Light sul sito della Festa del Cinema di Roma.
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-1.jpg
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-2.jpg
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-3.jpg
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-4.jpg
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-5.jpg
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-6.jpg
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-7.jpg
  • And-then-there-was-light-2017-Tatsushi-Omori-8.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Roma 2017

    La Festa del Cinema di Roma 2017, dal 26 ottobre al 5 novembre, giunta alla dodicesima edizione. Torna la kermesse diretta per il terzo anno da Antonio Monda, tra anteprime, retrospettive, documentari, animazione e il consueto “festival nel festival” di Alice nella città.
  • Roma 2017

    Birds Without Names

    di Ispirato a un recente bestseller nipponico, capace di disorientare lo spettatore col suo plot spezzettato, involuto e a tratti oscuro, Birds Without Names è un’opera imperfetta e affascinante.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento