Le complexe de Frankenstein

Le complexe de Frankenstein

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Presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2017 il nuovo documentario di Gilles Penso Le complexe de Frankenstein che, dopo aver omaggiato Ray Harryhausen in un suo precedente lavoro, insieme ad Alexandre Poncet ora si occupa di quei maestri degli effetti speciali che hanno sostituito la stop-motion nella realizzazione di mostri cinematografici. A loro volta caduti in declino con l’avvento della CGI.

The Monster Show

Da King Kong ad Avatar, passando per Terminator, Robocop e Alien. Grazie alle interviste ai maghi degli effetti speciali potrete vedere all’opera i Frankenstein di oggi. Come l’eroe di Mary Shelley, instaurano con le loro creature un rapporto profondo e… sconcertante. Perché questo non è un film su Yoda, Ed-209, un lupo mannaro americano o Gwangi, ma sugli uomini che li hanno creati. [sinossi]

Nei primi anni ’80, dopo aver realizzato le sue ultime animazioni in stop-motion per il film Scontro di titani, il grande creatore di effetti speciali Ray Harryhausen annunciò il suo ritiro dal cinema, riconoscendo che non c’era più spazio ormai per la sua arte, che non aveva più nulla da dire nel campo della science fiction cinematografica ormai dominata da nuove tecnologie. Ritroviamo una simile ammissione di resa, successiva, da parte di Carlo Rambaldi che tuonava contro i nuovi effetti digitali, senza anima. Sono i corsi e ricorsi degli effetti speciali. E così anche Phil Tippett, perfezionatore della stop-motion pensava che fosse finita un’era con l’avvento della CGI, salvo poi ricredersi e abbracciare questa nuova tecnica. Tippett è uno degli intervistati del documentario Le complexe de Frankenstein (Creature Designers The Frankenstein Complex è il titolo scelto per la vendita internazionale), presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2017. Ne sono autori Gilles Penso e Alexandre Poncet, critici specializzati nel settore, il primo dei quali aveva già realizzato Ray Harryhausen: Special Effects Titan, documentario sul maestro della stop-motion, cui peraltro è dedicato Le complexe de Frankenstein.

Era l’epoca, negli anni ’70-’80, in cui la vecchia tecnica a passo uno appariva obsoleta, per i suoi movimenti non fluidi, e soprattutto lo erano le sovrapposizioni, di cui era evidente il carattere posticcio. Così le nuove tecnologie di effetti speciali andavano nella direzione di ricreare il reale, di piazzare davanti alla macchina da presa cose vere, lavorando nel profilmico, e non con effetti ottici. Meccatronica, animatronica, trucco prostetico: erano le tecniche sviluppate a quel periodo. Lo squalo di gomma de Lo squalo, il nuovo King Kong, la trasformazione esibita del licantropo in Un lupo mannaro americano a Londra sono gli esempi più tipici. Gilles Penso e Alexandre Poncet riescono a trovare insieme ai loro intervistati, i grandi protagonisti di quel periodo tra registi e creatori di effetti speciali come Rick Baker, Joe Dante, John Landis e opinionisti da un cinema successivo, come Guillermo del Toro o Kevin Smith, un filo conduttore che risale ai mostri classici del cinema, a Lon Chaney come a Boris Karloff. E addirittura a Georges Méliès che in À la conquête du Pole aveva realizzato un grande e rudimentale pupazzone meccanico.

Si arriva dunque alla CGI. Né gli autori, né gli intervistati, a parte la dichiarazione di Phil Tippett di cui sopra, però vogliono puntare il dito contro la nuova tecnologia che ora sposta tutto sul piano della postproduzione. Si sottolinea da più parti come in realtà apici mirabolanti di effetti speciali siano stati ottenuti proprio nel periodo di transizione, abbinando effetti speciali tradizionali molto avanzati con quelli digitali. Film come The Abyss, Terminator 2 (all’avanguardia anche negli effetti animatronici), Jurassic Park, Small Soldiers, Starship Troopers funzionavano ancora sulla fisicità, su manufatti, pupazzi meccanici migliorati col digitale. Il problema è semmai la facilità del digitale, con cui oggi si può ottenere tutto, che porta all’abuso. “Se possono realizzare mille lupi mannari, non è detto che debbano farlo per forza”: è una battuta di Rick Backer riferita da John Landis. Viene poi a mancare l’artigianalità e l’autorialità. I maestri degli effetti speciali non sono più riconoscibili ma, come già sottolineava Rambaldi, dei team numerosissimi che allungano anche a dismisura i titoli di coda. E, riconoscono in tanti, il pubblico ormai si è assuefatto, si è ormai perduto ogni “sense of wonder”. Interessante è vedere l’evoluzione dei personaggi che sono passati dall’uno all’altro tipo di effetti speciali, anche con fasi transitorie, come Yoda o le scimmie della saga de Il pianeta delle scimmie. E ancora si sottolinea un’affinità interiore tra la CGI e la vecchia stop-motion, nel costruire creature partendo da uno scheletro. Nonché il fatto che i migliori risultati con la CGI sono stati conseguiti partendo dalla realtà, con la motion capture e la performance capture, come in Avatar.
Ne Le complexe de Frankenstein si respira la grande passione dei suoi autori, che restituiscono il sapore di quelle storiche riviste specializzate, come Fangoria, Cinefex, L’Écran fantastique.

Info
La scheda di Le complexe de Frankenstein sul sito del Trieste Science+Fiction.
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