Tracce di Bene

Tracce di Bene

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Documentario-bignami sulla vita e le opere di Carmelo Bene, Tracce di Bene di Giuseppe Sansonna non rende un buon servizio alla memoria dell’artista di origini salentine. Alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Riflessi.

Sono apparso alla Madonna, ma non a Carmelo Bene

Cambiava voce, puntualmente. Tornava bambino, anche negli ultimi mesi di vita. Gli bastava sprofondare nei ricordi e Carmelo Bene riacquistava un timbro argentino, da Pinocchio fragile, eccitato da lampi lucignoleschi. Si spogliava così delle crudeltà amletiche e delle amplificazioni elettroniche. Accantonava il tono da belva reclusa delle ribalte televisive e cominciava a ridere teneramente di sé, e delle mignotterie della vita. L’idea fondativa del film consiste nel recuperare questo sussurro medianico, da scatola nera, per trasformarlo in voice over. [sinossi]

Come raccontare un artista poliedrico quale Carmelo Bene, impasto coerentemente schizofrenico e disperatamente vitale che si è mosso con genialità sempre immutata tra teatro, cinema, letteratura e televisione? E la cui voce, tratto distintivo della sua personalità scenica, aveva un’impressionante smisuratezza timbrica? Giuseppe Sansonna con il suo Tracce di Bene ha scelto la via più facile e sicura, la via più banale di tutte, costruendo un bignamino atto a indottrinare chi dell’attore e regista salentino non sa nulla e intervallandolo di tanto in tanto con grossolani tentativi di rimessa in scena pseudo-beniana e/o con sottolineature meramente illustrative (basti citare in proposito il momento in cui si sente la voce di Bene che rievoca l’infanzia da chierichetto, momento visualizzato pedissequamente da Sansonna proprio con un bambino qualsiasi che interpreta il ruolo di un chierichetto).

Presentato alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Riflessi, Tracce di Bene nasce da una registrazione audio fatta dal giornalista Giancarlo Dotto nel corso di una sua vecchia conversazione con Bene, di cui è stato amico e assistente per anni. Ma in questa registrazione inedita, che viene svelato essere tale solo sui titoli di coda, non ci pare che Bene dica qualcosa di diverso da altri suoi interventi o qualcosa di così fortemente autobiografico. Dice delle cose geniali, come al solito, ma perché arrivare a costruire addirittura un film a partire da questo? Oppure, se lo si riteneva così importante, perché non cominciare proprio da questo materiale mettendolo al centro della scena sin dall’inizio, esplicitandone la natura e facendoci sentire magari anche la voce di Giancarlo Dotto di allora e non solo delle “tracce” (audio) di Bene? Al contrario, questi momenti sono a tratti intervallati da altri, da interventi beniani di vario genere e natura, finendo per essere mescolati in un calderone indistinto, in cui emerge confusamente solo il gusto del paradosso del personaggio Bene, ma non la sua genialità, e tanto meno la sua carica eversiva.

È chiaro, è tutt’altro che facile fare film sul cinema e su personaggi che hanno segnato la storia dello spettacolo. E la sfida diventa ancora più difficile se questo personaggio è proprio Carmelo Bene, inclassificabile per antonomasia. Però è anche vero che non si può ridurre tutto a un accumulo di aneddoti – come il gioco di parole tipicamente beniano tra cuore e culo messo alla fine del film giusto quale timido e decontestualizzato sberleffo – così come è vero che, al cospetto di un personaggio tanto complesso e tanto avanguardista, non si può fare un film tradizionale, un documentario classico. Per fortuna Sansonna ci risparmia le interviste di chi l’aveva conosciuto, però resta nel convenzionale nel momento in cui tende sempre all’unità del discorso e all’interezza cacofonica (aggiungendo il video all’audio, come nell’episodio già citato del chierichetto, o come ad esempio quando Bene parla di Otranto e si vede per l’appunto Otranto, tra l’altro ripresa attraverso un brutto drone).
Le famose tracce di Bene del titolo sono dunque solo dei lacerti di conversazione montati (anche male, perché si sente sempre lo stacco tra un punto e l’altro) senza una particolare progressione e senza seguire un filo preciso, se non per l’appunto allo scopo di esplicitare il gusto della boutade, o il ricordo fine a se stesso. Che senso ha, ad esempio, far raccontare all’inizio del film a Giancarlo Dotto di quella volta che ha rischiato di finire fuori strada per un colpo di sonno con Bene seduto lì accanto a lui? Che senso ha se non per via di un’aneddotica superficiale, visto che poi il rapporto tra Dotto e Bene non è il centro del film?

L’impressione è che, causa la programmazione su Sky Arte che impone una durata sotto l’ora, il film possa aver subito dei tagli anche non piccoli. E l’impressione è anche che, vista la committenza televisiva, vi siano state delle forze contrapposte che hanno portato a questo risultato: da un lato la destinazione per il piccolo schermo che vuole un prodotto confezionato in maniera convenzionale e didascalica, dall’altro le ambizioni autoriali di Sansonna che si esplicitano nel far recitare vecchi corpi teatrali di Bene (come l’attore Luigi Mezzanotte), messi però in scena in maniera estremamente anodina. La conseguenza è che Tracce di Bene finisce per non essere né l’uno né l’altro, auto-condannandosi a un anonimato drammaturgico/registico che Bene non avrebbe meritato.

Info
La scheda di Tracce di Bene sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il trailer di Tracce di Bene su Vimeo.
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