Il demone di Laplace

Il demone di Laplace

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Il demone di Laplace è la nuova fatica cinematografica dei creatori di Apollo 54; un omaggio ultracinefilo che mescola Agatha Christie, Jacques Tourneur e il b-movie degli anni Quaranta e Cinquanta. Un film che fa incetta di riconoscimenti all’estero ma ancora non trova spazio in Italia. La solita vecchia storia, verrebbe da dire…

Il libero arbitrio

Un team di ricercatori ha elaborato un software capace di prevedere l’evoluzione di semplici eventi fisici. Il test finale, che consiste nel calcolare in anticipo il numero di frammenti di vetro prodotti dalla caduta di un bicchiere, è stato un successo. Attirato da questi risultati, il misterioso professor Cornelius invita il team nella sua villa sperduta su un’isola remota, tenendo ben celato il vero scopo dell’incontro. Accompagnati da Alfred, un uomo di mare ingaggiato da Cornelius, i sette ricercatori giungono sul posto, trovandolo desolato e solitario. L’unica abitazione presente è la dimora del professore, eretta sulla cima di una rupe e raggiungibile esclusivamente con un vecchio ascensore… [sinossi]

Il demone di Laplace è l’opera seconda di Giordano Giulivi, a un decennio di distanza da Apollo 54, l’esordio a bassissimo costo che alimentò un piccolo culto sotterraneo, senza che a nessuno venisse in mente di dargli spazio e credito all’interno del sistema. Quando Apollo 54 veniva presentato lo scorso maggio al Future Film Festival di Bologna all’interno della rassegna “Apocalissi a basso costo”, Il demone di Laplace era pronto a iniziare il suo viaggio festivaliero. Inevitabilmente all’estero, visto che in Italia in tanti hanno nicchiato o fatto finta di nulla, girando la testa dall’altra parte. Fatto sta che Giulivi e il suo fedelissimo team (il fratello Duccio e Silvano Bertolin) in cui tutti sono pronti a far tutto, dalla sceneggiatura al lavoro sul set fino alla recitazione, hanno portato Il demone di Laplace prima al Fantasia di Montréal, quindi a Parigi per L’étrange festival e infine – per ora – allo Screamfest di Hollywood, Los Angeles. Il risultato? Il premio del pubblico in Canada e addirittura quattro riconoscimenti nella Mecca del Cinema: miglior fotografia, migliore colonna sonora, migliori effetti visivi e migliori effetti speciali. I premi non sono tutto nella vita, si sa, ma la domanda sorge spontanea: perché un’opera di genere, che attraversa i continenti ottenendo un plauso pressoché unanime della critica e gli applausi del pubblico, che le riserva spesso il tutto esaurito, non trova orecchie disposte a prestarsi all’ascolto in Italia? Può davvero valere il concetto evangelico del nemo propheta in patria? La verità, già espressa in precedenti occasioni, è che il genere in Italia è accettato solo quando si normalizza, si presta all’uso e consumo dell’industria, si accomoda nelle pieghe del sistema segnalando un’anomalia controllabile, e facile da anestetizzare. E soprattutto, il genere in Italia è accettato solo ed esclusivamente quando nasce in un contesto para-industriale, non quando gli autori decidono di muoversi in completa indipendenza, magari trovando tempo libero nelle pause dal lavoro, quello vero, quello che permette di sopravvivere.
Ode dunque alla resistenza di Giordano Giulivi, e si innalzino peana – anche preventivi, perché no – verso chi non accetta la prassi, ma elabora il proprio immaginario sugli scenari che ama, apprezza, nei quali è cresciuto o che rappresentano l’ideale cinematografico per eccellenza. Un discorso valido per le personalità più disparate, e non solo nel campo di coloro che si dedicano alla messa in scena del fantastico, del mystery, dell’orrore o del thriller. Si pensi agli Amanda Flor, ma anche al duo Claudio Romano/Betty L’Innocente; la lista sarebbe lunga…

Fin dalle primissime sequenze è possibile rendersi conto della direzione intrapresa, dell’orizzonte verso cui si muovono Giulivi & co.: un’imbarcazione che sta guidando un gruppo di ricercatori (informatici, avventurieri dei software, non dei mari) in un’isola sperduta, dove vive solo soletto il misterioso professor Cornelius, che li ha invitati per svelar loro qualcosa. Ma cosa?
Tra l’isola del dottor Moreau e Xanadu (Cornelius è una variante del “citizen Kane”), ma anche Il vampiro dell’isola di Mark Robson, Il demone di Laplace introduce gli spettatori in un mondo metà Agatha Christie metà Jacques Tourneur. Se la progressione narrativa, con i protagonisti vittime del meccanismo infernale architettato da Cornelius che li vede morire uno dopo l’altro, rimanda in maniera immediata allo schema di Dieci piccoli indiani (e anche la versione cinematografica firmata da René Clair non è passata invano…), nella scelta fotografica di un bianco e nero molto contrastato e nelle angolazioni della macchina da presa si rivelano le suggestioni ectoplasmatiche degli horror prodotti da Val Lewton per la RKO, dal già citato film di Robson fino a Il bacio della pantera, L’uomo leopardo e Ho camminato con uno zombi. Un gioco, quello ideato da Giulivi in fase di sceneggiatura con il fratello, Bertolin e il direttore della fotografia Ferdinando D’Urbano, che come lo sci-fi di stanza a Manziana Apollo 54 non manca mai d’ironia, sia in alcuni dialoghi prossimi allo sberleffo sia nella scrittura anche visiva di determinati personaggi. Anche la recitazione sembra sempre eccessiva, prossima al calembour, ma tutto si intesse con grande efficacia in un disegno che, esattamente come il piano del professor Cornelius, svela le sue ambizioni passo dopo passo o, per meglio dire, mossa dopo mossa.

In una partita a scacchi perenne con lo spettatore – lo era anche Apollo 54, a ben vedere – Il demone di Laplace scherza con il genere senza ovviamente mai svilirlo per portare alla ribalta tematiche non proprio abituali nel cinema italiano indipendente, a partire dalla riflessione sul concetto stesso di libero arbitrio, sulla possibilità reale di scelta all’interno delle azioni umane, sulla tecnologia come sostegno solo ideale, mai strettamente materiale, sul gioco al massacro come ultima vestigia di un mondo in decadenza. O forse già decaduto. Perennemente fuori da un vero contesto “credibile” (prima il mare, quindi l’isola fuori dal tempo in cui vive Cornelius, per di più nella cornice d’antan della villa), Il demone di Laplace, che prende spunto dalle riflessioni del matematico francese Pierre Simon Laplace, esiste a sua volta senza praticamente essere materiale: quasi ogni sfondo, quasi ogni scenografia non è altro che una riproduzione creata da fondali retroproiettati, una tecnica desueta come ogni altro aspetto di questo piccolo e magico film, che rinuncia alle apocalissi di sangue per concentrarsi sull’ambiente, sull’atmosfera, sull’accumulo di materiali narrativi coerenti, solidi, privi di crepacci nei quali andarsi a sfracellare.
Sul fatto che il libero arbitrio sia un’illusione, e che tutto sia già comandato, guidato da un grande orologio universale, si potrebbe discutere per ore, giorni, mesi, anni. Sul fatto che nel cinema italiano il libero arbitrio sia un’illusione, e che tutto sia già comandato da un sistema che non lascia spiragli per respirare a chi vive – volontariamente o meno – nelle retrovie, è difficile invece non essere d’accordo. Con la speranza, come ogni volta, di sbagliare…

Info
Il trailer de Il demone di Laplace.
Il demone di Laplace, il sito ufficiale.
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1 Commento

  1. Yayas82 05/05/2019
    Rispondi

    È sicuramente originale e artisticamente interessante. Ed è vero che spesso il mercato italiano manca di coraggio. Ma in questo caso direi che il film “non trova orecchie disposte a prestarsi all’ascolto in Italia” perché ha un parlato terribile! All’estero magari non se ne accorgono ma per un italiano ascoltare ore di frasi monocordi è una tortura.

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