Plan 9 from Outer Space

Plan 9 from Outer Space

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Definito in modo del tutto ingiustificato “il peggior film di tutti i tempi”, Plan 9 from Outer Space è una creatura aliena, proprio come il suo eccentrico regista, Ed Wood. Un film da riscoprire, di cui al Science+Fiction di Trieste è stata presentata una versione restaurata.

In morte di Bela Lugosi

Gli alieni vogliono conquistare la Terra, apparentemente per impedirle di autodistruggersi con le armi nucleari. Per farlo mettono in atto il cosiddetto Piano 9, che prevede che i morti risorgano dalle tombe e in qualche modo realizzino lo scopo. Ma il pilota d’aereo Jeff Trent si batte contro gli alieni per impedire che il piano abbia successo. [sinossi]

Per quanto possa apparire paradossale, Plan 9 from Outer Space deve molto, gran parte della sua fama, a due indefessi detrattori, i fratelli Harry e Michael Medved, che lo citarono nel 1980 loro volume The Golden Turkey Awards addirittura come “il peggior film di sempre”. Edward D. Wood jr., per tutti semplicemente Ed Wood, fu invece insignito del premio come peggior regista: anche si fosse tenuta una grottesca cerimonia per celebrare questa bislacca classifica, Wood non avrebbe potuto presenziare visto che era morto il 10 dicembre del 1978, ad appena 54 anni, in seguito a un attacco cardiaco. Una morte passata nel completo silenzio mediatico, e non c’è da stupirsene: il mondo del cinema aveva sempre schivato Ed Wood, che a Hollywood metteva piede in realtà solo per ottenere sottobanco pezzi di pellicola già impressi da utilizzare nei suoi progetti per “arricchirli” visivamente – in barba al fatto che mai si sarebbero coniugati da un punto di vista fotografico o di illuminazione – e che vedeva i suoi film uscire solo in località sperdute, quasi sempre come secondo film all’interno di un double bill, la proiezione in cui i fidanzatini si davano finalmente alla pazza gioia, i bambini si addormentavano e chi non poteva fare troppo tardi abbandonava il cinema per tornarsene a casa. Forse fu un bene che Wood fosse già morto quando i due Medved lo elessero imperatore del cinema-spazzatura. Una definizione ingiusta.
Da quando uscì nelle sale di tutto il mondo Ed Wood, senz’ombra di dubbio uno dei lavori più lucenti del cinema di Tim Burton, il mondo cinefilo ha fatto a gara a rivalutare il nome per troppo tempo vituperato del regista nato nel 1924 a Poughkeepsie, piccolo capoluogo della contea di Dutchess a 130 chilometri di distanza da New York. Si è passati dalla totale ignoranza in materia alla confortevole definizione di “onesto artigiano”, in grado di collocare con facilità il nome di Wood in uno scaffale senza doversene preoccupare ulteriormente. Ma Ed Wood, figlio di Edward sr. e di Lillian, che tanto avrebbe voluto una femminuccia, non è stato un onesto artigiano. È stato un regista, libero come pochi si sono permessi di essere nel periodo più conformista nella storia del cinema statunitense; un grande regista? No, tutt’altro, un regista spesso dozzinale, a tratti sconclusionato, magari anche rozzo sotto certi aspetti. Ma un regista in tutto e per tutto. Di più, un autore.

A dimostrarlo è ovviamente proprio un film come Plan 9 from Outer Space, presentato in una versione restaurata al Science+Fiction di Trieste. Sulla lunga gestazione produttiva, che lo porta a uscire nelle sale quando Bela Lugosi, che sulla carta sarebbe dovuto essere uno dei protagonisti, è morto da oramai tre anni, ci si potrebbe scrivere un libro, ma basterà per ora offrire un dato oggettivo: Plan 9 from Outer Space è il quarto lungometraggio per il cinema diretto da Wood dopo Glen or Glenda, Jail Bait e Bride of the Monster. I suoi predecessori hanno ottenuto solo unanimi stroncature, con ogni singolo aspetto della produzione messo sotto accusa dai critici: la recitazione, la scrittura, la fotografia, il montaggio, gli effetti speciali… E ovviamente la regia. Plan 9 from Outer Space è forse il più monumentale film di serie B mai pensato e realizzato. Un’ode stonata e gracchiante a un ideale cinematografico impossibile da raggiungere con le proprie forze. È un film impossibile, e che ogni altro regista nelle condizioni economiche e produttive di Wood avrebbe considerato irrealizzabile. Impensabile, addirittura. In effetti quale essere umano dotato di senno avrebbe mai pensato di portare a termine, praticamente senza fondi e professionalità, una storia che mette insieme invasioni aliene, morti che tornano in vita dal sottosuolo, manovre militari segrete, la minaccia dell’olocausto nucleare e chi più ne ha più ne metta? Nessuno, a parte Ed Wood. Que viva Ed Wood!
Ci sono due modi per guardare Plan 9 from Outer Space: si può passare il proprio tempo a contare gli innumerevoli e marchiani errori (microfoni che invadono la scena, scenografie di cartapesta, dialoghi del tutto privi di senso, una progressione narrativa tenuta insieme con le pinze, e neanche tanto) o ci si può lasciar guidare nel microcosmo pre-camp di Wood.

Quando Susan Sontag darà alle stampe, qualche anno dopo l’uscita del film, il saggio Notes on Camp, scriverà in un passaggio del testo: «Homosexuals have pinned their integration into society on promoting the aesthetic sense. Camp is a solvent of morality. It neutralizes moral indignation, sponsors playfulness». Se Plan 9 from Outer Space rientra alla perfezione in questa dicitura non è solo per la gioia – a tratti volontaria, spesso no – che trasmette al proprio pubblico: il discorso sull’omosessualità, e in maniera più allargata sul concetto di estraneo alla massa, alla prassi, alla norma, è uno degli aspetti fondamentali per comprendere il film, e il senso dell’arte nella concezione del regista. Senza che gli sia mai stato riconosciuto il merito che invece fu attribuito ben presto a registi come Herschell Gordon Lewis e Russ Meyer, Wood fu un profanatore non di tombe – come spesso capitava ai suoi personaggi – ma di concetti considerati la base della società: un eretico non per postura intellettuale, ma per naturale propensione a un gusto (come dimostra la venerazione per Bela Lugosi) mai allineato.
Già, Bela Lugosi, colui che è in scena senza aver girato altro se non un paio di inquadrature – un uomo che esce di casa e un Dracula campagnolo che alza il mantello con regale minacciosità nel bel mezzo di un cimitero –, il gran rimosso di un film che sarebbe dovuto essere costruito attorno a lui. La scelta di Wood di non rinunciare a quelle due inquadrature potrebbe forse nascondere una riflessione commerciale (ma avrebbe davvero venduto alcunché il nome di Lugosi nell’America reazionaria di fine anni Cinquanta?), ma questa lettura materiale viene scopertamente smentita dalla presenza in scena di un sosia di Lugosi che non gli somiglia affatto, che non è neanche un attore (Tom Mason era il chiropratico da cui si recava la moglie di Wood) e che per tutta risposta recita l’intero film coprendosi il volto con il mantello. Esiste un altro punto di connessione così stretto tra il lirismo e la demenza più totale? È lecito dubitarne.

Niente torna e chiude il cerchio in Plan 9 from Outer Space. La storia fa acqua da tutte le parti; molte battute sembrano improvvisate, o in ogni caso rasentano e a tratti superano il ridicolo involontario (“non ho mai sentito un suono metallico simile in tutta la mia vita” è il primo commento alla scoperta della gigantesca astronave); gli effetti speciali sono così rudimentali da sembrare preistorici – altro che futuro! Per non parlare ovviamente delle dubbie doti attoriali della stragrande maggioranza del cast. Ma c’è un potere così passionale che pervade ogni singola inquadratura, anche la più malriuscita, che incolla gli occhi sullo schermo. Ed ecco che quasi per magia l’incipit con Criswell che si svela narratore – elemento come tutti gli altri perso per strada, ma tant’è – profetizza vertigini d’immaginario; la presentatrice televisiva Maila Nurmi, in arte Vampira, e il wrestler Tor Johnson diventano due figure ferali ma quasi ectoplasmatiche, eterni ritornanti privati di qualsiasi spirito vitale. Contro ogni logica, contro ogni buon senso, non si può non finire per credere a Ed Wood e al suo film, tale è la scombinata passione che trasuda da ogni inquadratura, da ogni filo visibile che regge e muove le astronavi di carta. In ogni scelta visiva di Wood si vede la potenza di ciò che sarebbe potuta essere. In un altro mondo, ovviamente, con un altro budget ma non con un altro regista. Perché è proprio nello sprezzo del ridicolo, nella voglia di fare cinema nonostante tutto e tutti, nella disperata pazzia che alberga in questa storia a metà tra fantascienza e orrore, che si capisce il potere indissolubile della settima arte. Bela Lugosi è morto, evviva Bela Lugosi. Ma soprattutto evviva Ed Wood, sulla cui lapide bisognerebbe scrivere: “sognatore, e perciò autore”.

Info
Il trailer di Plan 9 from Outer Space.
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