Si muore tutti democristiani

Si muore tutti democristiani

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Esordio cinematografico degli youtubers noti come Il Terzo Segreto di Satira, Si muore tutti democristiani è una commedia sfilacciata e inconcludente, blandamente satirica. Alla Festa del Cinema di Roma, in collaborazione con Alice nella città.

Era meglio morire da piccoli

ll film racconta il percorso lavorativo di tre amici e colleghi: il passato etico, politicizzato ed antisistemico, il presente precario e infine il compromesso che porta serenità economica ma che spegne le loro passioni di gioventù, sullo sfondo di un’ltalia in crisi dal punto di vista economico e sociale… [sinossi]

La tendenza degli youtubers che, a seguito del successo del loro canale e dei loro video, tentano il passo del grande schermo è ormai avviata, ed è lungi da noi l’intenzione di denigrarla preventivamente. Del resto, è sempre andata così, da quando – alle origini del cinema – registi e attori arrivavano magari dal vaudeville o, in ogni caso, da altre forme di spettacolo per loro natura popolari e neglette.
Il fatto è che finora, almeno in Italia, da Game Therapy a The Pills – Sempre meglio che lavorare, passando per Addio fottuti musi verdi, i risultati sono tutt’altro che buoni. E la conferma delle difficoltà che si possono incontrare nel maneggiare un codice completamente diverso come quello del cinema, rispetto a un video su Youtube, arriva con l’esordio di Il Terzo Segreto di Satira, Si muore tutti democristiani, presentato alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, in collaborazione con Alice nella città.

Composto da Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella e Davide Rossi, formatosi nel febbraio del 2011 e giunto al successo grazie alla sua formula satirica puntata più sugli stereotipi politici che sulla politica stessa, il collettivo milanese – o i suoi produttori – doveva in ogni caso essere conscio dei limiti soprattutto di scrittura in cui si poteva incorrere nel passaggio al lungometraggio, se è vero che ha coinvolto uno sceneggiatore e drammaturgo navigato come Ugo Chiti. Che però – ci sembra – ben poco ha potuto di fronte a una vicenda così raffazzonata.
In Si muore tutti democristiani si racconta la storia di tre amici che gestiscono un piccolo service per fare video e si arrangiano come possono – tra filmati per matrimoni e spot – nella speranza di potersi dedicare, mantenendosi, a ciò che amano di più, vale a dire il cinema d’autore.
Così, tra una pubblicità per il 25 aprile commissionata dal sindacato e un documentario in Africa da girare per conto di una onlus incorsa in guai giudiziari, i tre (interpretati da Marco Ripoldi, Massimiliano Loizzi e Walter Leonardi, alcuni dei volti feticcio dei video di Il Terzo Segreto di Satira) si trovano a fare i conti con aspirazioni deluse, militanze castrate e ideali buttati al vento. Sono di sinistra, ma moriranno democristiani, come tutti noi del resto, che – a dirla tutta – siamo già morti democristiani.

Sin dal titolo si può trovare in effetti un elemento poco convincente: la parola democristiano, che – è vero – è ormai diventata una categoria dello spirito, ma appare comunque legata a un tempo ormai andato. La stessa trovata, poi, di proporre al sindacato uno spot centrato su una rilettura contemporanea di Il quarto stato, celebre dipinto di Pellizza da Volpedo, sembra vetusta, sia come proposta all’interno del racconto, sia come rievocazione iconografico/simbolica in sé.
A giudicare da questi due elementi, si ha l’impressione che il collettivo de Il Terzo Segreto di Satira creda che ancora esista la categoria ‘sinistra’, che ancora ci si trovi negli anni Novanta quando la sinistra era per l’appunto in enorme difficoltà (vista la fine del PCI), ma almeno il dibattito sulla sua crisi era di attualità. Ora – purtroppo – tutto è sepolto dalle macerie, e gli autori di Si muore tutti democristiani sembra che non se ne siano accorti, visto che non vi fanno alcun cenno.

Ma, al di là dei limiti ideologici dell’operazione e al di là di un’operazione passatista – portata avanti senza aver riflettuto abbastanza sul fatto che lo fosse -, quel che finisce per connotare negativamente in maniera più evidente Si muore tutti democristiani sono i limiti cinematografici. Non solo la sceneggiatura orchestra malissimo la coralità della vicenda (si seguono nelle rispettive case i tre protagonisti senza una chiara scansione, privilegiando ora uno ora l’altro dei personaggi), non solo le sequenze non comunicano tra di loro e appaiono come delle monadi separate che potrebbero essere rimontate a piacimento, non solo si ride veramente poco (e l’unica scena in cui scappa qualche risata è grazie alla presenza di Paolo Rossi), non solo – ancora – si assiste a improvvisi ristagni del racconto (come quando uno dei protagonisti si attarda a litigare con la sua compagna in situazioni simil-mucciniane), ma – persino – non è ben gestito il concetto stesso di sequenza.
Quasi tutte le scene infatti mancano di chiusura, appaiono tagliate arbitrariamente, magari proprio per limare in parte lo sproloquio cui incappano sovente i tre eroi. Questa vacua sospensione di ogni sequenza la si deve, forse, alla paura di non apparire troppo icastici, come si è costretti a fare in un video su Youtube. La conseguenza però è doppiamente negativa: da un lato, si riscontra un eccessivo sbrodolamento di certe situazioni, dall’altro – al contrario – si assiste a un incedere troppo ellittico del racconto. Un esempio del primo caso lo abbiamo per la gag dell’ombrello di lusso comprato da uno dei tre: questi ad un certo punto fa un incubo in cui – come in certi racconti di Cortázar – sogna di imborghesirsi proprio per via dell’ombrello; una trovata divertente ma che dura troppo, spalmata com’è su un minutaggio eccessivo e su un accumulo ripetitivo della stessa situazione. Invece, un esempio del secondo caso lo abbiamo nel flashback dedicato al G8, potenzialmente divertente in sé, ma gestito malissimo negli incastri tra presente e passato.

La comicità amara di Si muore tutti democristiani è garbata, delicata, mai volgare e sempre rispettosa di tutti. Un po’ alla Crozza, in fin dei conti. Ma ciò che serve per chi fa satira – politica o di costume, generazionale o atemporale – è di essere graffianti, feroci, crudeli, scomodi. Altrimenti, vuol dire veramente che ce lo siamo meritato di morire democristiani.

Info
La scheda di Si muore tutti democristiani sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il canale Youtube di Il Terzo Segreto di Satira.

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