The Place

The Place

di

Un intreccio intrigante per un epilogo deludente, con The Place Paolo Genovese riconferma i pregi e i difetti del suo marchio di fabbrica. Film di chiusura della Festa del Cinema di Roma.

Un demone alla mia tavola

Un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un diner, pronto a esaudire i più grandi desideri di otto visitatori, in cambio di compiti da svolgere. Quanto saranno disposti a spingersi oltre i protagonisti per realizzare i loro desideri? [sinossi]

La questione del libero arbitrio, croce e delizia dell’essere umano, del filosofo e del letterato in particolare, non cessa di produrre ipertrofici sviluppi narratologici, e in un’epoca come la nostra, ossessionata dalla persistenza del racconto seriale, non c’è da stupirsi che riemerga di quando in quando per allettare la nostra inesauribile sete di storie. È il turno ora di Paolo Genovese che, dopo il successo di Perfetti sconosciuti, con The Place riadatta per il grande schermo la serie tv statunitense The Booth at the End calandovi alcuni elementi tipici della commedia nostrana contemporanea, come il cast corale di volti noti e le problematiche familiari (tradimenti, figli ribelli), e virando verso il dramma per dare sfogo alle sue ambizioni autoriali, sospese tra la protervia del maieuta – teorico e quella del moralizzatore.
Il risultato è naturalmente assai intrigante, ma non scevro da difetti. Un po’ come avveniva in The Box di Richard Kelly, tratto da un racconto di Richard Matheson, dove Frank Langella offriva attraverso una scatola nera da aprire o meno – a discrezione della propria coscienza – la soluzione a ogni problema in cambio della morte di un essere umano, anche in The Place (e nella serie da cui è tratto) abbiamo un misterioso individuo (Valerio Mastandrea) che dal tavolo di un diner offre soluzioni ai suoi assistiti, in cambio di qualcosa. Che sia in missione per conto di Dio, di un demone o di un usuraio in fondo poco importa, ai problemi che gli vengono posti da una varia umanità – un poliziotto in cerca del figlio, una donna trascurata dal marito, una suora che ha perso la fede, un meccanico che brama una notte di sesso con una pin up da calendario – risponde consultando la sua voluminosa agenda, che contiene sempre il suggerimento più idoneo, basato però su una crudele legge del contrappasso di stampo dantesco.

La questione centrale di The Place è dunque allettante e ruota intorno all’umano quesito del “cosa si è disposti a fare per raggiungere i propri obiettivi”. Moltiplicando poi i personaggi, affidandoli a un cast di richiamo (oltre a Mastandrea, ci sono anche Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Vinicio Marchioni e Alessandro Borghi) e riuscendo anche abilmente ad intrecciarne le vicende, Paolo Genovese appronta un sapido affresco delle umane meschinità, cattura lo spettatore con i suoi intrighi a sfondo educativo e, grazie alla trovata low cost dell’unica location (il diner di cui sopra), predispone il suo film a sbancare al botteghino. Cosa più che mai auspicabile, in questo inizio stagione così scevro di incassi ragguardevoli, soprattutto per la produzione italiana.

Eppure, nonostante le ambizioni dell’autore e l’accurato packaging di stampo industriale, The Place presenta almeno due problemi evidenti, uno di natura veniale, tutto sommato evitabile, l’altro, ripercorrendo à rebours la filmografia di Genovese, più difficile da emendare. La prima questione, piuttosto evidente, è relativa al poco riuscito ruolo assegnato a Sabrina Ferilli, cameriera del The Place incuriosita dal losco personaggio ivi residente e sempre pronta a rivolgergli poco ficcanti quesiti o osservazioni. Ogni sua sortita locutoria è accompagnata da interventi musicali, l’impennarsi del volume e una dissolvenza in nero chiudono i siparietti. A un certo punto, per cambiare un po’, ecco che è proprio lei a chiedere di poter alzare il volume del juke box (in ogni diner, d’altronde ce n’è uno), altrimenti la dissolvenza non può intervenire, né la scena terminare. Peccato, maggiore attenzione alla scrittura di questi interventi dell’attrice avrebbe reso il tutto più fluido e, naturalmente, meno strumentale. Ma, come spesso accade, a Genovese interessa soprattutto il gioco narrativo, l’esercizio di stile e molto meno dove si va a parare. Con una struttura narrativa del genere c’era da aspettarselo, è vero, al punto che durante il film viene naturale chiedersi come farà l’autore a chiudere i giochi. Ma se la questione dello “svolgimento” quando si guarda una serie tv è sufficiente ad appagare, perché il bello sta tutto nell’affezione e nella dipendenza da meccanismi e personaggi, per un film la chiusura dell’arco narrativo è assai più importante.

Dal canto suo Paolo Genovese ci ha già da tempo abituato a sceneggiature dal fiato corto, pensate come un concept al quale poi è difficile dare il giusto respiro. E allora ecco che spesso i finali dei suoi film sono bruschi, volutamente ad effetto, il climax è sempre alla fine, come accade nelle barzellette. Succedeva già nell’esordio Incantesimo napoletano (2002), firmato con l’allora sodale Luca Miniero, dove la vicenda di una verace famiglia napoletana, in cui la figlia più piccola iniziava dall’oggi al domani a parlare milanese, non riusciva a imbroccare una direzione efficace. Incorreva nella medesima sorte anche Una famiglia perfetta, una delle sortite migliori di Genovese (remake a sua volta di Familia di Fernando León de Aranoa), anche lì, un’agnizione finale lasciava evaporare tutto il discorso di stampo pirandelliano sul recitare una parte. E in fondo anche l’acclamato Perfetti sconosciuti con la sua chiosa a sorpresa andava incontro alla medesima sorte. Non si dica però che i maggiori successi di Paolo Genovese sono dovuti a remake, perché la questione è assai più interessante, almeno da quando è stata data notizia della vendita all’estero di diritti di rifacimento di Perfetti sconosciuti (Alex de la Iglesia ne ha già terminato le riprese).

Genovese rifà cose, altri rifaranno Genovese, e questa è una pratica dal sentore industriale che dalle parti di Hollywood funziona da oltre un secolo. Quello che sembra emergere però da The Place è soprattutto un mancato adattamento del fascino degli elementi narrativi di origine seriale alla forma del lungometraggio, per cui si resta piacevolmente in balia del gioco narrativo, ci si lascia volentieri irretire nella tela, ma se ne esce poi delusi da un colpo di scena qualsiasi, scelto dall’autore dal mazzo. Giocatore scaltro, ma non del tutto vincente, Paolo Genovese è un abile tessitore, e magari anche un autore, perché di certo ha una sua “politica” ovvero dei tratti ben distinguibili, nel bene e anche nel male.

Info
La scheda di The Place sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il trailer di The Place su Youtube.
La pagina Facebook di The Place.
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-1.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-2.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-3.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-4.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-5.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-6.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-7.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-8.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-9.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-10.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-11.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-12.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-13.jpg
  • The-Place-2017-Paolo-Genovese-14.jpg

 

Articoli correlati

  • Festival

    Roma 2017

    La Festa del Cinema di Roma 2017, dal 26 ottobre al 5 novembre, giunta alla dodicesima edizione. Torna la kermesse diretta per il terzo anno da Antonio Monda, tra anteprime, retrospettive, documentari, animazione e il consueto “festival nel festival” di Alice nella città.
  • In sala

    Perfetti sconosciuti

    di Avvalendosi di un cast di star nostrane, Paolo Genovese in Perfetti sconosciuti prova finalmente a mandare all'aria la melassa della neo-commedia italiana e ci riesce anche. Solo che poi decide di aver osato troppo e si ritrae.
  • In sala

    Tutta colpa di Freud

    di Una commedia agrodolce garbata e levigata, cui manca il coraggio per andare contro le regole non scritte di un cinema medio italiano senza troppa personalità.
  • Archivio

    Una famiglia perfetta

    di Una commedia natalizia insolita, arricchita da un cast all star e da interessanti annotazioni sul ruolo dell'attore.
  • Archivio

    Immaturi

    di Una versione sbiadita de Il grande freddo, con un'idea di partenza forte, ma uno script fallace.
  • Archivio

    The Box

    di Con The Box il regista di Donnie Darko Richard Kelly rispolvera le atmosfere della fantascienza popolare alla Twilight Zone e realizza un film sospeso tra nuove tecnologie e senso di nostalgia.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento