Affinità elettive. Il cinema indiano a Lugano

Affinità elettive. Il cinema indiano a Lugano

A Lugano dal 9 novembre al 17 dicembre va di scena Affinità elettive – India 1947-2017: il cinema e gli altri linguaggi delle arti, una rassegna cinematografica curata da Marco Müller che intende ripercorrere settant’anni di storia dell’India, esplorando finalmente un subcontinente ancora per la maggior parte ignoto.

Sono trascorsi trentacinque anni da quando Torino si trasformò nella capitale del cinema cinese in occidente con Ombre elettriche, la celeberrima rassegna curata da Marco Müller; oggi, con la produzione di Pechino che ha trovato un proprio spazio, tutt’altro che esiguo, nel palinsesto festivaliero mondiale, Müller (che ha appena terminato la prima edizione del Pingyao Crouching Tiger Hidden Dragon International Film Festival) concentra l’attezione su un altro universo produttivo ancora esotico e ignoto ai più in occidente. Ecco dunque che a Lugano dal 9 novembre al 17 dicembre va di scena Affinità elettive – India 1947-2017: il cinema e gli altri linguaggi delle arti, una rassegna cinematografica ideata e curata da Marco Müller che intende ripercorrere settant’anni di storia dell’India. La rassegna rientra nei lavori di Cinergia, l’associazione di cui il già direttore artistico di Pesaro, Rotterdam, Locarno, Venezia e Roma è presidente.
Realizzata in collaborazione con la Cinémathèque suisse e le principali istituzioni indiane, Affinità elettive intende indagare il rapporto fra il cinema modernista e quello visionario dell’India contemporanea, insieme ai linguaggi espressivi della tradizione. La rassegna si svolgerà nell’arco di quattro settimane, con una struttura che prevede tre proiezioni al giorno per quattro giorni alla settimana. Verranno così presentati venti programmi composti da film rimasti inediti al di fuori dei confini indiani, e praticamente invisibili dal anni, da decenni.

Le opere selezionate coprono il periodo che va dal 1947, anno in cui grazie all’azione del Partito del Congresso Nazionale Indiano e di Gandhi l’India ottiene l’indipendenza dall’impero britannico, fino a oggi; i loro soggetti sono le arti visive, l’architettura, la musica, il teatro e la danza, con cui la produzione cinematografica indiana instaura un’interessante sinergia. Già nelle antiche culture indiane si studiava la possibilità di coordinare colori e suoni, pitture (miniature) e musica. Diverse denominazioni e aggettivazioni – appartenenti in origine alle arti visive – vennero presto affiancate a quelle del sistema sonoro-musicale, e questa assimilazione di due mondi percettivi differenti è continuata in epoca moderna, tanto da essere reinventata grazie alla
sperimentazioni dei maggiori registi. Dal secondo dopoguerra in poi, il cinema indiano dimostra una volontà di “sinestesia”, di uno scambio continuo fra cinema, musica e arti visive e dello spazio. Non è un caso, infatti, se alcuni fra i protagonisti del rinnovamento del cinema indiano abbiano spesso firmato le colonne sonore dei propri film (e addirittura di quelli di altri cineasti). Il caso più clamoroso è quello del grande regista bengalese Satyajit Ray: in tutte le sue opere, tra cui The Inner Eye (1972) e Bala (1976) – presenti in rassegna rispettivamente sabato 11 novembre alle ore 18.15 e giovedì 16 novembre alle ore 16.00 –, le colonne sonore sono proprie composizioni. La compenetrazione di mondi artistici differenti è stata portata avanti anche dall’avanguardia cinematografica più radicale: molti degli esperimenti legati all’arte moderna sono stati sostanziati dalla conoscenza e dal riferimento costante alla musica e alla pittura classica. Molti registi, infatti, non si sono limitati a un’unica espressione artistica, ma hanno dato vita a una produzione poliedrica.

In tal modo, concezioni eterogenee dell’avanguardia hanno potuto coesistere con la tradizione. La parte migliore del cinema indiano moderno e contemporaneo ha sempre lavorato alla creazione/reinvenzione di nuovi “paradigmi” estetici, che si sono arricchiti anche grazie a un rapporto forte con la danza e il teatro. È al cinema, infatti, che, subito dopo l’indipendenza, ha scelto di avvicinarsi il coreografo Uday Shankar, per popolarizzare le sue innovazioni e le nuove forme di danza: la sua unica regia, che apre la rassegna giovedì 9 novembre alle ore 17.00, si chiama significativamente Kalpana, cioè Immaginazione (1948). La Nouvelle Vague indiana degli anni Sessanta ha il suo capofila in Mani Kaul, al tempo regista cinematografico (stilisticamente e politicamente radicale) e uno degli ultimi esponenti del Dhrupad, il più antico stile ancora praticato di musica spirituale e contemplativa. Sin dal primo lavoro cinematografico, Forms and design (1968), in programma a Lugano sabato 11 novembre alle ore 18.15, il suo riferimento alla pittura e all’architettura – oltre che alla musica – è stato costante. Più interessato a esplorare le possibilità di una forma che a verificare se quella forma potesse o meno veicolare tesi preconcette, Kaul ha sempre montato i suoi film come se stesse componendo un brano di musica classica indiana, spostando un’inquadratura per farla aderire a un modo, un ritmo (anche contro la logica, la cronologia) fino a trovare la posizione giusta per quella “nota tenuta”. Il suo metodo di montaggio farà scuola, tanto da rimanere ancora oggi un riferimento per il cinema di poesia (e per il cinema documentaristico, come dimostrano i lavori di S. N. Sastry).

Queste vicende creative, dagli anni Sessanta agli anni Novanta, hanno continuato a produrre filiazioni nel cinema indiano contemporaneo. L’esempio più significativo è quello del più importante cineasta odierno di ricerca, Amit Dutta. Con ostinazione, Dutta si è servito delle arti della tradizione per esplorare i nuovi territori del cinema espanso (e dell’oltre-il-cinema): i protagonisti dei suoi capolavori narrativi, Nainsukh del 2010 e The Unknown Craftsman del 2017, sono Nainsukh di Guler, il maestro della miniatura pahari “delle montagne”, vissuto tra il 1710 e il 1778, e l’ignoto costruttore dei templi rupestri di Masrur (VIII secolo). Entrambi i film sono in programma a Lugano, rispettivamente sabato 11 novembre e sabato 2 dicembre alle ore 20.30. La rassegna Affinità elettive è resa possibile grazie alla collaborazione con la Cinémathèque suisse e le principali istituzioni indiane. Il Ministry of Information and Broadcasting, il National Film Archives of India, la Films Division e la National Film Development Corporation of India, per l’occasione hanno restaurato e sottotitolato in inglese alcune straordinarie opere; il contributo dell’Indira Gandhi National Institute for the Arts e del Ministry of External Affairs ha invece permesso di presentare a Lugano altri rari film. La rassegna è un’opportunità unica per scoprire un continente audio-visivo largamente inesplorato in Occidente.

Info
Il sito ufficiale di Affinità elettive, con il programma dettagliato della rassegna.

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