Intervista a Tatti Sanguineti

Intervista a Tatti Sanguineti

Abbiamo incontrato Tatti Sanguineti alla 36esima edizione delle Giornate del Cinema Muto. Eclettica figura di critico cinematografico capace di riunire brillanti doti da intrattenitore, competenza enciclopedica, istinto attoriale e voracità cinefila, tale da fargli ritrovare tesori perduti, Sanguineti è per eccellenza personaggio eccentrico e scomodo del cinema italiano. Con lui abbiamo parlato della sua carriera, del ‘suo’ cinema, della sua vita.
[La foto è di Paolo Jacob]

Ci sediamo all’aperto in un cortiletto, accogliente ma un po’ freddo. Il cielo è grigio e aleggia la tipica umidità di una cittadina come Pordenone. Sanguineti in principio sembra un po’ restio a parlare, gli chiedo come mai.

Tatti Sanguineti: È che mi piace far battute, quindi ti chiedo… No, vabbé, mi controllerò.

Ma puoi fare tutte le battute che vuoi.

Tatti Sanguineti: Sì, ma io sono capace di veri e propri autolesionismi, di “pestare delle merde”. Come si dice, io sono un signore a cui piace la battuta. In Liguria si dice: “gli piace più fare una battuta che prendere della fica…”. Io appartengo a questa scuola. Vabbé, cominciamo.

Partirei da qui, dalle Giornate del Cinema Muto.

Tatti Sanguineti: Sì, ma non facciamo una cosa ordinata. Rodolfo Sonego mi diceva che quando si intervista la gente cronologicamente, arrivati alla quinta elementare, i coglioni son già cascati per terra a tutti. E quindi bisogna zompare.

Ok, saltabecchiamo allora. Era da tanto comunque, mi sa, che non venivi a Pordenone per Le Giornate.

Tatti Sanguineti: Mah, non so, credo di sì. Mi ricordo che l’ultima volta che son venuto il festival si faceva ancora a Sacile. Quindi non venivo qui da anni che non so ricostruire, credo almeno dieci. E di Pordenone avevo rimosso persino la Casa del Mutilato. Questo palazzo fascista che campeggia al centro della piazza principale è il clou – abbastanza surreale – dell’architettura di questa città. Comunque, per anni ho fatto della televisione, ed è proprio a ottobre la stagione in cui si lavora, perciò non potevo venire. Ora, in questo momento, non faccio della televisione, non mi viene richiesto di fare della televisione e, quindi, avevo quattro giorni liberi, ospitato. Allora mi son detto: andiamo a vedere un posto che da ragazzino, quando avevo i pantaloni corti, bazzicavo.

Sei venuto sin dalla prima edizione?

Tatti Sanguineti: Non te lo so dire. Ti posso dire che appartengo alla stessa generazione dei padri fondatori di questo festival. Credo di avere gli stessi anni del presidente delle Giornate, Livio Jacob. E conoscevo benissimo il signor Angelo Raja Humouda, esportatore e importatore di arachidi, e forse anche di petrolio… naturalmente esagero.

Di arachidi?

Tatti Sanguineti: Sì, tra i vari trade, la sua famiglia lavorava anche nel campo delle arachidi. Credo, o almeno così la leggenda vuole… Ma Humouda è un personaggio leggendario, la cui memoria si è persa nel tempo, era una delle punte di lancia della cinefilia genovese. Fu l’inventore e padrone della Cineteca Griffith di Genova, da lui fondata nel ’75. Voleva rilanciare nel post-terremoto e nel crollo, letterale, delle sale friulane, dove c’era stato il maggior numero di morti, il primo Griffith one reel, quello del periodo Biograph… Forse – ma è leggenda – riuscì a organizzare delle proiezioni nelle tendopoli… Sarebbe bello vedere delle foto…
Comunque, già da prima era una figura importante. Prima, nel ’68, la cinefilia era divisa in due. Erano anni in cui la prima cosa che bisognava definire era la propria collocazione ideologica. Stai con gli studenti o con John Ford? Con Howard Hawks o col ’68? O con Don Milani? Le contrapposizioni ideologiche erano nette. Naturalmente, detto oggi e raccontato così, sembra tutto molto stupido… Ma erano anni in cui si voleva sapere con chi stavi. [mi indica, n.d.r.] “Tu perché hai la barba? Cosa c’è nel cannicchio che ti sei appena rollato e che ti stai fumando?” Hai capito? Era un qualcosa che faceva parte del presentarsi, dell’aggregarsi, dell’associarsi.

E tu dove ti collocavi?

Tatti Sanguineti: Conoscevo bene Angelo Raja Humouda. Avevamo fatto assieme una cosa meravigliosa: lui possedeva per le sue proiezioni itineranti, furlane e non, un pulmino Volkswagen verde, e insieme facemmo, facemmo…però in un anno che dovrei ricostruire quale è, perché naturalmente, come tutte le persone di una certa età, viaggio nelle nebbie dell’amnesia. Ma non solo, mi verrebbe da dire che c’è anche un altro motivo: nei vari infortuni che ho avuto, una volta in cui sono stato operato – in una delle occasioni della mia vita in cui credevo seriamente di trapassare – per addormentarmi nell’anestesia totale, è stato usato il curaro. Il curaro paralizza le funzioni vitali e forse, toglie un po’ di memoria.
Io ero celebre per la mia memoria, che – leggenda vuole e naturalmente qui esagero di nuovo – gareggiasse con quella di Fellini, il quale ricordava (o immaginava e fingeva) prodigiosamente tutto. Fellini, quello che non poteva memorizzare, lo appuntava sui manifesti degli uffici di produzione: i telefoni delle generichette, quelli delle facce importanti, dei caratteristi imprescindibili transitati per caso negli uffici volanti delle produzioni .
Il resto dei numeri se li ricordava tutti. Non solo: ricordava i nomi dei figli di tutti i suoi elettricisti, attrezzisti, macchinisti, ecc. Era una qualità che faceva parte della sua stregoneria aggregatrice. Come dire: “Ciao Mimì, come sta Ninuzzo?” Rientrava nel suo totale controllo del territorio del set: una memoria straordinaria applicata alla coagulazione di una squadra, che poi aveva i suoi preferiti.
Ma, in occasione di Ginger e Fred e di Intervista, ne ricavò subito dei personaggetti, tipo Maurizio Mein il sergente di ferro, l’aiuto “con gli stivali”, o tipo “Il Fagiolo”, il decano saggio risolutore di problemi… Pensa che per Grimaldi e per il Luce ho montato in un modo credo corretto i famosi outtakes di Ginger e Fred… 38 minuti… Temo che il Luce non sia riuscito a venderli a nessuno fuori dell’Italia. Probabilmente non ci avranno nemmeno provato e, così, almeno, mi risulta. Sarei lieto di essere smentito… Credo che sia il più cospicuo degli inediti felliniani elaborati: 38 minuti…
La memoria di Fellini faceva parte integrante delle tecniche di direzione del suo lavoro: Amarcord, ovvero la memoria come nebbia. Leggenda vuole che io potessi quasi quasi gareggiare con quella del Maestro.

Ma se Fellini aveva lo scopo del controllo del set, qual era il tuo? Posso immaginarlo, perché c’è sempre tra i critici chi ricorda più titoli a memoria di qualcun altro, chi ricorda di cosa parlasse quel certo film o quell’altro, come si chiamasse un certo regista o un certo attore. Io, ad esempio, in questo sono un disastro. Non mi ricordo mai niente. Era questo il tuo scopo in un’epoca in cui non c’era internet? Mostrarti – ed essere – più preparato e più pronto di altri?

Tatti Sanguineti: Mentre ora non ricordo più nulla e mi piacerebbe saper ricavare da questa mancanza di memoria uno stile adatto alla macchietta televisiva che sono diventato… dato che la televisione è il luogo per eccellenza della assenza di memoria…

Ma da quand’è che hai perso questa qualità?

Tatti Sanguineti: È così da tre anni, da quando sono caduto durante il tour che ho fatto per difendere Belluscone – Una storia siciliana di Franco Maresco. Quando ho scoperto che il film non solo non sarebbe stato in concorso a Venezia, ma anche perché nessuno mi aveva detto che a presiedere la giuria di Orizzonti, dove era stato selezionato, c’era David Chase, l’autore de I Soprano, perché mi sarei presentato a lui. Mi sono trovato sulle spalle Belluscone, che forse non sarebbe stato finito senza di me… O comunque non così bene… E questo dopo che il signor Occhipinti l’aveva abbandonato come i resti di un naufragio dove tutto galleggia abbandonato: tazze del cesso, pezzi della cucina, il cappello del cuoco, la forchetta del cambusiere…

Ma perché dici che Occhipinti aveva deciso di abbandonare il film? Che intendi?

Tatti Sanguineti: Questo va chiesto a lui. Perché i produttori del cinema italiano sono caratterizzati dal non essere veri produttori, quindi dal non avere quel coraggio e quella follia che storicamente deve contraddistinguere la figura del produttore. E perciò, non possedendola, non possono immaginare che esistono degli sregolati che fanno dei film pazzerelli come era Belluscone.

Che però alla fine un po’ di visibilità l’ha avuta, no?

Tatti Sanguineti: No. È passato in televisione per la prima volta poco tempo fa, tra l’altro proprio durante il festival di Venezia 2017 . Per l’uscita in sala non ha avuto un flano di sostegno, non ha avuto un tour promozionale. Il solo signore che si è caricato sulle spalle questo cadavere non eccellente sono stato io. E ci ho perso una spalla. Questo film ha fatto credo 200mila e passa euro, ed è rientrato delle spese perché è un film che è costato pochissimo, evidentemente. Ma era un film fieramente contro che, per motivi di banale lotta ideologica, avrebbe potuto – se avesse avuto un sostegno e un apparato distributivo – fare molto di più. Invece non è stata spesa una lira su nessun giornale. Il signor Occhipinti, la Lucky Red, e la sua sottoposta o associata società Parthenos, non hanno messo un euro, non è stato speso nulla nel lancio di Belluscone. Il lancio di Belluscone è avvenuto solo sul cadavere di Tatti Sanguineti. Ma non stiamo a fare la storia di questo mancato lancio, o se fossero impresentabili i personaggi o la collocazione ideologica della sezione di Forza Italia del quartiere Brancaccio. O come collochiamo Ciccio Mira [uno dei personaggi chiave del film, n.d.r.]. Resta il fatto innegabile che questo film è stato abbandonato a se stesso.

Sì, però, quello che dico è che, nonostante questo, è riuscito…

Tatti Sanguineti: Ma perché aveva una forza, conteneva un’energia vitale, un nucleo di vitalità, un nucleo primigenio di energia solare tutta mareschiana che l’ha difeso, a parte la mia follia. Questo film è stato un perfetto esempio di de-responsabilità. Non ci stai, se poi decidi che lo scarichi. Perché ci entri allora?
Allora glielo chiedo qua dalla testata di Quinlan: “Signor Occhipinti, perché ci sei entrato se poi hai avuto paura di quello che hai fatto? Hai avuto paura di essere escluso dai David di Donatello? Hai avuto paura di schierarti?” “Occhipinti, perché hai fatto questo? Con chi volevi farti bello, dato che poi ti vergogni d’averlo fatto e non ci investi una lira? Che produttore sei? Dove metti i tuoi miliardi? Il tuo 14% della torta… A comprare film a cazzo? A comprare scarti di film anni dopo la loro realizzazione? Film che contribuiscono alla analfabetizzazione di ritorno del pubblico italiano? Li compri e non sai perché. Perché fai ‘sto mestiere? Perché non ti vergogni di quello che hai fatto a Belluscone? Di quello che hai fatto a me?”
Siamo alla sala Darsena alla proiezione ufficiale di Belluscone. Io sono seduto nei posti riservati alle delegazioni dei film: ho alla mia sinistra Rean Mazzone, il produttore, e alla mia destra Occhipinti, il distributore: alla destra di Occhipinti il carissimo Luca Bigazzi che dopo aver girato i videoclip inseriti aveva girato anche le mie scene postume, la cornice per far da collante… Nella fila di dietro c’erano due o tre tecnici che avevano lavorato su tutto il film e di qualcuno avevo anche dimenticato nome e cognome… Pausa. L’altoparlante annuncia solenne: “Sono presenti in sala il protagonista Tatti Sanguineti”. Mi alzo, mi inchino, applausetto di cortesia e poi il microfono dello speaker fa grunch, plof, patatrac, sben, e poi fa silenzio. Visibilmente seccato ed esterrefatto Occhipinti, transitando attraverso la faccia del sottoscritto sistemato in mezzo, chiede a Mazzone: “Un incidente tecnico , voglio sperare…” Mazzone, sempre per il mezzo della faccia mia, risponde finto imperturbabile: “No, no… Sono io che ho deciso così”. Stop.
Per fortuna scende il buio in sala e il film comunica una tale beffarda ironia che io non ci penso più. Ma l’estremo imbarazzo si replica alla fine del film. Ci furono 13 minuti cronometrati di applausi che io essendo il solo nominato mi trovo a dover gestire e, improvvisandomi speaker di riserva, mi alzo in piedi e chiamo con il mio vocione tutti uno per uno, anche quelli di cui non ricordavo nome e cognome a prendersi l’applauso singolare e d’altronde meritatissimo, date le condizioni impervie in cui il film era stato girato. Io non credo che questo fatterello abbia influito sulla decisione di Occhipinti di scaricare il film, di non metterci manco una lira di lancio…Belluscone era un film scottante e sicuramente pericoloso…
soprattutto per me…
Viva Franco Maresco!!! Ma probabilmente Occhipinti, a prescindere da questo scazzo, aveva già deciso di mollare un film troppo pericoloso …
Perciò il film è stato gestito in base a una deresponsabilizzazione totale, sulla pelle di Maresco e di Tatti Sanguineti. E poi dopo sono andato a Udine, dagli amici del Visionario a presentarlo. E, niente, ho avuto questo incidente, sono caduto su una doccia, ero inoperabile…insomma, in poche parole, ho perso un braccio. Questo braccio qui, il destro, ce l’ho per finta. Il che ha complicato un po’ le mie cose.
Tra l’altro, nel frattempo, era ancora da stabilirsi il closing del mio film su Andreotti. Ho dedicato quindici anni della mia vita a Andreotti – Il cinema visto da vicino. In Italia credo, in tutta immodestia, di aver pagato il prezzo più alto che sia stato pagato per fare un film.
Ho avuto quello che si chiama il 41bis.
Non è stato possibile darlo ad Andreotti ed è stato dato a me. Ma basta così!

Ma…

Tatti Sanguineti: Dimmi, fammi delle domande.

Sono un po’ spiazzato. Tornerei a Humouda…

Tatti Sanguineti: Humouda, sì. Esisteva una manifestazione, negli anni in cui la cinefilia istituzionalizzata ancora non era stata inventata, come poi è avvenuto qui a Pordenone. Si chiamava CICI, Congrès international du cinéma indépendant. Annualmente veniva organizzata da una coppia di signori: uno è il fondatore di Positif all’inizio degli anni Cinquanta, si chiamava Bernard Chardère, l’altra era sua moglie, Alice Chardère. Facevano tutte le estati una maratona di una settimana nelle cineteche amiche che erano quella di Losanna diretta da Freddy Buache, quella di Tolosa diretta da Raymond Borde, quella di Bruxelles diretta Jacques Ledoux, e qualche altra ancora. Tu ti pagavi una tessera e loro facevano un programma di cinquanta film invisibili. E i tesserati restavano per una settimana a loro spese usufruendo di convenzioni particolari, riuscivano a stare lì con una somma che persino un neolaureato e squattrinato come il sottoscritto si poteva permettere. In una settimana ci si vedeva cinquanta film, insomma.

E Humouda cosa c’entra?

Tatti Sanguineti: Andai a Bruxelles con Humouda. Una spedizione storica: c’era il leader di questo codazzo di cinefili, il collezionista autofinanziato Piero Tortolina. C’era anche il socio di Tortolina che si chiamava Nic Poli, un signore che poi ha ripudiato il cinema. E poi c’ero anche io. Se ci fossero anche Sergio Germani o Roberto Turigliatto, non ti saprei dire. Eravamo in sette od otto in questo pulmino della Volkswagen, ci siamo divisi le spese, la benzina, i panini e siamo arrivati a Bruxelles. Facevano sei, sette film al giorno. Poi una sera avevano organizzato una proiezione riservata al pubblico della cineteca. E noi decidemmo che non volevamo perdere neanche quella, per cui ci siamo nascosti nel cesso. Venimmo identificati, biasimati ed espulsi. Come dire, tutte le birichinate…

E Germani veniva da Trieste, no? Vi conoscevate già da molto giovani?

Tatti Sanguineti: La data in cui incontriamo Germani è nel ’76 a Pesaro nel primo convegno di studi scientifici che Lino Micciché dedicava al neorealismo, e al post-neorealismo. Perché Micciché era un professore universitario di quelli che sistemava i suoi allievi. Essere stato suo allievo era una fortuna

Io lo sono stato, ma non mi ha sistemato.

Tatti Sanguineti: Ecco, sei solo tu. Scrivi al figlio di Micciché, che fa il regista, e digli: “Tuo padre non mi ha sistemato”. E chiedi una sistemazione perché ti verrà assolutamente data, in base alla spartizione delle vacche universitarie. Micciché sistemava i suoi… Io poi non ero nemmeno laureato in lettere, ero laureato in lettere classiche. Nel ’68 studiavo il sanscrito ed ero un grecista di un certo valore. Leggevo Omero a prima vista. Ero un buon filologo classico.

Comincia a piovere e siamo costretti a spostarci. Individuiamo un bar proprio di fronte alla Casa del Mutilato, e ci dirigiamo verso quello. Ma, nel frattempo, Sanguineti continua a parlare, è un fiume in piena.

Tatti Sanguineti: Nel ’76 conosco Sergio Germani. E poco tempo prima era uscito il primo libro sul cinema fascista, un libro di Claudio Carabba, per un grande editore, Vallecchi mi pare. Si chiama Il cinema del ventennio nero, ed era veramente un insulto. Io incontro ‘sto Carabba, lo offendo. Aveva scritto una cosa intollerabile. Al contrario di noi, non aveva certamente visto i film, aveva impastocchiato un catalogo di luoghi comuni antifascisti triti e ritriti.
C’è un’altra cosa interessante da dire, che io ero arrivato all’università Cattolica attraverso Farassino – che ne era già stato espulso – ma soprattutto attraverso Grasso, che aveva studiato a Savona, e Casetti. Scoprii – ti direi nel ’74 – che i miei amici avevano un budget per le proiezioni dentro all’università che non veniva speso. C’erano due milioni stanziati per il noleggio dei film dalle cineteche.

Ma quindi a Milano?

Tatti Sanguineti: Sì, a Milano. Alla scuola superiore delle Comunicazioni Sociali di via Sant’Agnese 2, dove un tempo ci si specializzava per accedere in RAI, mentre oggi serve per andare a Mediaset. E dissi ad Alberto, ad Aldo e a Francesco: “Ma con questi soldi si possono noleggiare tanti film!” E abbiamo noleggiato tutti i film degli anni del fascismo che c’erano alla Cineteca Nazionale. E siamo stati fra i primissimi nell’Italia del dopoguerra, a rivedere: Gli uomini che mascalzoni, Acciaio, La corona di ferro, ecc. Sapevamo pochissimo su Blasetti…
Avevo avuto una supplenza annuale in un liceo e mi portavo in via Sant’Agnese 2, venti studenti del mio liceo scientifico, il Liceo Cremona di Viale Marche. Vedevamo i film e discutevamo un po’ e fu in una di quelle occasioni che scoprimmo che, ad esempio, non era stata stampata la copia di Treno popolare, l’esordio di Matarazzo. Facciamo una cosa su Matarazzo cominciando a diventare clienti attivi della Cineteca Nazionale. Fummo fra i primi della nuova generazione a stampare un film con i nostri soldi. Nel ’76 avevamo più o meno trent’anni e noi quattro ci firmavamo Cinegramma.

Ma i rapporti invece con la Cineteca Italiana di Milano com’erano?

Tatti Sanguineti: Ero un vecchio frequentatore della sala di piazza San Marco e ti posso dire che ero già amico di Alberto Lattuada: lui mi stimava molto. In seguito divento amico anche della moglie, la carissima Carla Del Poggio. Esagero, ma ti potrei dire che Lattuada mi avrebbe designato volentieri – questa è una cosa che farà incazzare qualcuno e lo diciamo – come conservatore. Aveva capito che la mia passione per il cinema era qualcosa di originale, di forte, che c’erano in me una rabbia e una voglia autenticamente provinciali, sani. Ma era impossibile lavorare con l’erede di Lattuada e Comencini, Walter Alberti. E poi, andando alle proiezioni che facevano al Cineteatro San Marco, scopro, o almeno intuisco, la meravigliosa ricchezza di quell’archivio in cui era finito dalla Fert di Torino il tesoro della Pittaluga, un giacimento degno di Alì Babà. Ci troveranno due Murnau perduti. Mi incuriosiscono tutti i trucchetti sopravvivenziali da saltafosso a cui era costretto il signore che gestiva questa roba. Alberti era un uomo onestamente odioso, convinto di essere un furbacchione. Su di lui circolavano leggende probabilmente non vere: è possibile invece che sia stato un martire del Cinematografo. Una di queste leggende vuole che smembrasse film scientifici di Roberto Omegna per ricavarne dei quizzettini per Lascia o raddoppia. Cose così. Aveva poi la gustosa abitudine di non farsi trovare al telefono, faceva dire al suo uomo di fiducia che era occupato con persone importantissime. Il suo sogno sarebbe stato di diventare assessore comunale alla cultura: a ogni tornata elettorale si presentava con i partiti minoritari di governo, liberali, saragattiani, i repubblicani, ecc. dove veniva regolarmente trombato. Per di più aveva l’immenso torto di assomigliare a Salvador Dalì …
E io antipatizzo subito con Alberti e con me tutta la nostra banda milanese, Farassino, Grasso e Casetti. E quando Farassino viene assunto a Repubblica e poi divento il suo vice sulle pagine milanesi del giornale di Scalfari, bombardavamo di pezzulli polemici di dieci righe la cineteca, scagliandoci contro la sua gestione, che non era sufficientemente all’altezza di un pubblico potenziale di cinéphiles milanesi.

Quando viene assunto Farassino a Repubblica?

Tatti Sanguineti: Subitissimo, direi nel ’77, dopo un ballottaggio segreto con Casetti e Mereghetti. Ma aveva bisogno di una mano perché faceva il professore pendolare con la cattedra a Trieste e fece prendere me come suo vice ad personam. Il caposervizio di queste pagine milanesi era un critico cinematografico che cambiò la mia vita, segnalandomi poi a Panorama. Si chiamava Giampiero Dell’Acqua.

A Roma invece non hai mai vissuto?

Tatti Sanguineti: A Roma ho vissuto tra il 2002 e il 2009, almeno sette anni, in un appartamento molto costoso, dove installo la produzione di Andreotti. Ma, in realtà, avevo perso tutto il lavoro che avevo a Milano. Avevo perso il lavoro con Chiambretti a Raitre, poi mi era morto un fratello, poi avevo inventato con Marco Giusti due programmi per Raitre, uno di questi si chiamava Profezie: bisognava indovinare quello che sarebbe successo nell’anno. Era molto divertente, andava in onda il 29 dicembre e noi dicevamo: succederà questo, succederà quell’altro, e non succedeva mai nulla di quanto avevamo profetizzato. Un misto di burle e di menate cinefile.
Poi nel ’96 a Genova faccio una tesi di laurea per far laureare un mio nipote su Stefano Pittaluga. Scopro che non c’è nulla su Pittaluga, mi studio le carte, inaccessibili, secretate, sigillate in una cineteca di cui non faccio il nome… Faccio la tesi che viene attribuita a mio nipote, si laurea, il professor Marco Salotti gli fa vincere un premio. Proverò poi, in un libriccino introvabile, a fare una prima filmografia dell’Anonima Pittaluga, fra il ’25 e il ’31, l’anno in cui muore Pittaluga. Una filmografia con Vittorio Martinelli, in cui ci sono almeno duecento errori, ma comunque notevole, perché prima non era mai stata fatta, e perché è molto difficile districarsi tra i film dell’epoca. Diciamo una cosa che ormai non sa più nessuno: nel ’25 un film poteva uscire a Milano e arrivare a Napoli solo nel ’27. L’unificazione del mercato cinematografico italiano era tutta da costruire. Non la costruisce nessun produttore e distributore dell’epoca, né Gustavo Lombardo, né Giuseppe Barattolo, né Stefano Pittaluga. La costruisce poi Mussolini dopo il rogo sospetto della CINES di via Veio del 1932. La distruzione dell’industria cinematografica privata è il prezzo pagato per l’edificazione di un cinema nazionale competitivo.

E di Trappola che dici, un film della Lombardo che abbiamo visto quest’anno proprio alle Giornate?

Tatti Sanguineti: Non vedevo un film prodotto dalla Lombardo da tempo. Beh, Trappola è un film molto lombardiano. C’è qualcosa che, personalmente, non vedevo al cinema da molti anni, cioè un film non milanese, non torinese, non romano. Ha una napoletanità sfrontata, dichiarata, marchiata. Evidente. Ed era il principio del vecchio Lombardo e poi di Peppino Amato, che comincia a produrre già negli anni Venti. È molto marchiata l’identità sudista di questo film. Ma, fammi delle domande…

Da dove arriva questa passione per il cinema fascista, per gli albori del cinema italiano, per la stagione che – diciamo – va dalle origini ai primi anni Quaranta? È una caratteristica che connota molto la tua generazione. Si diceva prima proprio di Livio Jacob che per l’appunto è uno dei fondatori delle Giornate del Cinema Muto. Ma basta citare anche Sergio Germani e la sua passione per Poggioli o per Genina, ad esempio. Voi tutti negli anni Settanta avete portato avanti un percorso di riscoperta di quel cinema, che ne aveva assolutamente bisogno, ma che per l’appunto aveva in larga misura il marchio di ‘fascista’. L’avete fatto anche per emancipare quel cinema dall’infamia ideologica cui era stato condannato?

Tatti Sanguineti: Questo è un domandone. Ci vuole una puntata bis di questa chiacchierata, il sequel.
Diciamo che volevamo capire dove nasceva l’inspiegabile grandezza del cinema italiano 1935 -1975: la farei arrivare simbolicamente alla morte di Pasolini o al Borghese piccolo piccolo

Comunque, visto che si è parlato di Liguria, si è accennato a Genova, vorrei sapere di Enrico Ghezzi, della tua conoscenza con lui…

Tatti Sanguineti: Ma, Ghezzi…Io vivevo allora… Mia moglie insegnava lettere in una scuola che non esiste più del quartiere di Corsico, oggi all’altezza della fermata della metropolitana Bisceglie, poco più in là, dove il Ministero degli Interni italiani fece uno dei suoi capolavori, la riunione – a un quarto d’ora di metropolitana da Piazza Duomo – dei mafiosi del domicilio coatto.

Ma dici sempre a Milano?

Tatti Sanguineti: Sì, sì. Mia moglie insegnava lì nel quartiere più mafioso d’Italia, a Corsico. E mi manteneva lei. Facemmo un patto, che lei mi avrebbe mantenuto per due anni. Io rimediavo piccoli lavoretti, mi ricordo che nel ’78, il mese prima di essere assunto a Panorama, avevo preso, per dei pezzulli sulla Repubblica di Milano qualcosa come 23mila lire per tredici pezzi. Poi invece, su segnalazione di Dell’Acqua, vengo assunto a Panorama. Vado a Segrate, s’erano appena trasferiti lì, incontro il direttore Lamberto Sechi, parliamo due ore di cinema e mi dice: “Per me lei è ok”. Quindi mi chiede: “Le vanno bene 100mila lire alla settimana?” Eravamo nel ’79 e io, dalla sorpresa, mi sono sforzato di non cadere per terra. Ho appoggiato una gamba sul pavimento, per tenermi, e ho detto, con nonchalance: “Sì, mi pare che possano andare”. E sono rimasto lì, ho preso questa rubrica. La rubrica che faccio su Panorama dal ’79 all’86 era la punta di diamante giornalistica dell’invasione dei film dovuta alla concorrenza delle televisioni private.
Dalla Mondadori ti mandavano a casa una risma di fogli contenenti quella che loro chiamavano una “gabbia” – non saprei altrimenti come definirla – di righe di trentasei battute invece dell’abituale sessantina. Mi hanno costretto ad imparare a scrivere più stretto. Forse per questo il mio linguaggio orale è invece aulico aggettivante barocco.
Se tu scrivi su una gabbia di trentasei battute anziché di sessanta, devi imparare a essere sintetico, devi abolire i verbi. Si chiama sintassi nominale. Trama, due punti: “Lui, lei e il ponte di Waterloo”.
Devi trovare una sintassi, una crasi, un impasto fonetico-sintattico che ti consente di stare nelle trentasei battute. E credo così di aver inventato un nuovo modo di scrivere sui film. Non solo, devo inventare anche un modo drastico di poter tagliare le mie schede, facendo in modo di far restare comunque qualcosa. La mia rubrica su Panorama era composta in un modo che chiunque tagliandola a partire dalla fine – dove i vice scrivevano: “buona la fotografia” – arrecasse danni comunque minimi: la struttura portante della scheda rimaneva illesa, chiunque avesse “passato” la rubrica. La mia veniva usata come un elastico per tenere assieme tutte le altre: a Natale, con i filoni, uscivo su due colonne, a Ferragosto, col palinsesto deserto, uscivo su nove colonne.
Alla fine una riga si poteva togliere sempre. Dicevo all’uomo che passava il pezzo, che era un grande poeta, Lello Baldini di Santarcangelo di Romagna, che mi chiedeva di levare venti righe: “Taglia tu, le ultime tre righe di sette schede diverse”. Lui tagliava partendo dal basso sette schede diverse e comunque rimaneva sempre qualcosa. Questo lo avevo capito studiando le schede di Kezich, che erano un format perfetto. E capii che io avrei dovuto inventarmene un altro.
Ma il problema vero qual era? Era che si parlava di film che non erano tornati in Italia da vent’anni e passa anni e che non potevo aver visto. Quindi io investo tutti i soldi che guadagno in questa rubrica ben pagata e studio la storia del cinema in modo da migliorarmi settimana per settimana.

Ma quindi la rubrica era solo sui film che si facevano in tv?

Tatti Sanguineti: Sì, la mia rubrica si chiamava: I film della settimana. Un film su Raiuno, due su Raidue, un film di Capodistria, e così via. La chiudevo quindici giorni prima che passassero in tv. Non li potevo aver visti. Poi c’era anche TeleMontecarlo…

Capodistria era una tv locale?

Tatti Sanguineti: Mah, si chiamava Koper e faceva almeno un film pensato per il suo bacino di utenza. Poi non so se il segnale arrivasse a Rimini o arrivasse a Ferrara, o a Seregno. Comunque ha avuto una storia importante per l’epoca, perché al contrario di altri canali programmava film tutte le sere. Ogni tanto nei suoi libri, Slavoj Žižek la evoca perché ci si è formato.
Quindi io mi sceglievo il meglio della programmazione, ma il 50, l’80% dei film che facevano non potevo averli visti. Allora in Italia, nel ’78, quando Lino Patruno compra in America una copia di Singing in the Rain, beh, quello, ad esempio, era un film che non si vedeva in Italia da venticinque anni. Il musical hollywoodiano classico non era amato in Italia. …
Oggi il cinefilo o il lettore odierno di Quinlan non può immaginare che situazione ci fosse: potrebbe immaginare che ci sia sempre stato il self-service del cinema sotto casa. Invece non esisteva un cazzo…, non c’era il self-service e dovevi per forza inventarti delle cose.
E io cosa facevo? Da un lato facevo delle ricerche in biblioteche, dall’altro lato avevo preso come riferimento e maestro, un signore che si chiamava Gianni Buttafava, il più bravo di tutti, morto nel ’90, che conosceva il russo ed era figlio di un bancario comunista e che non era ancora andato a Roma a scrivere per L’Espresso. Faccio un sistema di equivalenze tra il mio modo di valutare i film e di scriverne e le pagelle e i voti che avevano dato a quei film in passato Morandini, Pietro Bianchi e Grazzini, sempre tenendo però come stella polare Gianni Buttafava e i suoi racconti generosi.
Pietro Bianchi era quello che c’azzeccava più di tutti, Morando abbastanza, Kezich molto, guardavo invece sempre con sospetto Grazzini…
E, se tu rileggessi adesso le mie critiche di allora, di “film che non avevo visto”, scopri sorprendentemente che sono parecchio azzeccate, che c’è in almeno ogni scheda una zampata di scrittura cinefila. Tanto è vero che ne ho fatte leggere qualcuna a Roberto Calasso di Adelphi e m’ha detto: “Questo sarebbe un libro straordinario: Recensioni di film non avevo visto”.
E io un po’ mi sono vergognato, un po’ sarei stato tentato di pubblicarlo chiamandolo Lo Smereghetti. In più in quegli anni lì, con tutti i soldini di questa rubrica, sono costretto a inventarmi un modo per non morirci sopra. Alberto Farassino mi sfotteva sempre dicendo: “Guadagni più di tutti noi che abbiamo uno stipendio dall’università e lavori meno di tutti”. Quindi, per non bruciarmi una settimana intera dietro alla rubrica, mi invento un sistema: compro tutti i libri che ci sono in giro, mi affitto una soffitta, scopro le anfetamine che sono essenziali per abolire il sonno e comincio a scrivere dal lunedì sera prima della chiusura del settimanale al martedì alle 11 del mattino, in modo da essere costretto a sbrigarmi in tot ore, non una mezz’ora di più. Poi mi chiamava uno da Segrate, il povero Lello Baldini, grandissimo uomo, a cui ne ho fatte di tutte i colori – gli chiedo scusa nell’aldilà – e gli comunicavo: “È partito il taxi”, perché nel frattempo avevo fatto mandare un taxi per portare le schede a Segrate. Insomma, per mia fortuna, non era stato inventato il fax e comunque non mi era stato dato, non erano arrivati i dvd. Perciò riesco a fare questo per sette anni senza mai saltare un numero. E sette mesi dopo che me n’ero andato, la Mondadori è stata comprata da Berlusconi. Io ho rivoluzionato il sistema, perché poi anche Kezich è passato a fare i film in televisione, e Fofi ha preso la rubrica di Kezich. Entrambi hanno avuto l’intelligenza di tenersi questo posto per tutta la vita… Io no.

E tu quindi invece l’hai lasciato?

Tatti Sanguineti: Sì, nell’87, a quarantun anni, in un gesto di arroganza giovanile di cui sono pentitissimo.

E perché l’hai lasciato?

Tatti Sanguineti: Credo perché che volevo fare dell’altro. Perché non mi bastava più scrivere di film che non avevo nemmeno visto. Non mi andava, volevo fare dell’altro.

Ma questo non c’entrava con Ghezzi…

Tatti Sanguineti: No, Ghezzi c’entrava perché Ghezzi viene assunto a Raitre nel concorso per quadri dirigenti di sedi regionali della riforma dell’87 che apre la Rai al PCI.

Quindi non vi siete conosciuti ai tempi dei cineclub a Genova?

Tatti Sanguineti: No, io lo conoscevo già prima, all’epoca del Falcone Maltese, la rivista che lui, Marco Giusti e Teo Mora fondano nel ’74. Sia Ghezzi che Giusti erano transeunti a Genova. Ghezzi era figlio di una professoressa di filosofia in un liceo e Giusti era figlio di un prefetto, ma ambedue erano figli di servitori dello stato transeunti per Genova. E vincono il concorso nella sede regionale della Rai. Concorso che io non potevo più fare perché avevo passato i trenta. Lo fa il mio amico, fratellino, Mimmo Lombezzi, che firma la prova, la stravince, ma non viene assunto perché firma la prova invece di consegnarla anonima in busta chiusa, e perciò non viene assunto. Con Mimmo e Alberto faremo assieme il primo film della Rai sulle tv private: Telecomando 1982, mai andato in onda. Era ferocemente anti-craxiano …
Per me, comunque, la cosa interessante è il rapporto con le persone. Le cose che ho fatto con Andreotti, con Walter Chiari, con Sonego, con Fellini e Monicelli, erano molto diverse fra di loro. L’una il contrario dell’altra: credo che sia un virus inoculatomi da Walter Chiari: gli sketch palindromi di Marcello Marchesi.
Sono arrivato ad Andreotti da Sonego, ho scritto il libro su Sordi solo per studiare Walter Chiari. Adesso avrei bisogno di trovare un mecenate, un benefattore, perché il mio libro su Walter avrebbe bisogno di un aiuto. Chiunque…se nel target di Quinlan ci sono dei mecenati, dei finanziatori, dei banchieri…

Non credo, perché anche noi ne avremmo bisogno. E l’Adelphi?

Tatti Sanguineti: Io ho fatto una cosa grave ed anche per questo sono renitente a fare interviste. Perché quando è uscito il libro su Sonego…Ne ho fatti altri di libri, ma nessuno ha avuto l’importanza del Sonego, che ha venduto settemila copie.
I libri che faccio sono talmente maniacali che mi portano ad accumulare sovrabbondanti archivi. Ho duecento pagine in più su Sonego, perché nel frattempo ho scoperto un suo archivio e ho un soggetto del ’55 sulle truffe matrimoniali che è la prima versione di Bello, onesto, emigrato Australia: una troia, una bruttona che finge di essere una vergine bellissima.
Per la presentazione di Sonego l’Adelphi mi mandò da Fazio, che è oggettivamente figlio illeggittimo mio e di Carlo Freccero.
Se Fazio a Savona ha fatto qualcosa, è perché Carlo Freccero ed io eravamo nati e vissuti in quella città, dove avevamo impostato un certo stile di dibattiti notturni, di chiacchierate, di presentazioni. Ho contattato l’uomo che faceva per Fazio il mestiere che facevo io per Chiambretti: scrivere le interviste. Si chiama Pietro Galeotti. E gli ho detto: “Qualsiasi cosa accada in questa puntata, la prima cosa che si deve vedere è la faccia di Rodolfo Sonego”, l’uomo invisibile.
Rodolfo Sonego, lo conobbi per telefono il 15 agosto del 1999, data indelebile perché non solo è ferragosto come ne Il sorpasso, ma anche perché stiamo al telefono quattro ore. Nel 1999 nessuno sapeva che il signor Sonego era vivo. Il libro Il cervello di Alberto Sordi è un libro su un uomo fantasma, su un uomo che non esiste, che ha deciso di non apparire, che gli conviene non apparire. E dico a Galeotti molto esplicitamente: “La prima cosa che si deve vedere è o una foto di Rodolfo, o Rodolfo meravigliosamente disegnato da Fellini”, un ritratto che mi ero fotocopiato e avevo scannerizzato e che era in casa di Franco Interlenghi. Il disegno aveva un titolo, si chiamava “CircoSonego”, con Sonego vestito come un paesano sceso a valle una domenica.
La vita di Sonego è piena di misteri, Sonego era un signore che, quando tornava a Belluno, non dormiva mai due notti nello stesso posto, perché era stato un capo militare della Resistenza e molti erano quelli che avevano giurato di fargli la pelle.
E allora spiegai a Galeotti perché lo spiegasse a Fazio: “Dobbiamo vedere la faccia che c’è dietro il cervello di Alberto Sordi, una faccia da contadino”.
Fazio, quella sera, se la faceva addosso perché dopo di me c’era Enrico Letta e non citò nemmeno il titolo del libro. In particolare, poi, il fatto che non fosse stata mostrata la faccia di Sonego, per uno come me – che ha vissuto scrivendo interviste per la televisione – non va proprio giù.
Io per Chambretti ne ho scritte a centinaia, il mio mestiere è fare interviste, è la cosa in cui sono più bravo, riesco meglio. Mi dico: “Non è possibile che questa cosa di mostrare un’immagine di Sonego non sia stata fatta”. Me la prendo e il giorno dopo dico delle cose al Fatto Quotidiano, protestando con veemenza. Uno dei due che scrive il pezzo, è Malcom Pagani, un mio vecchio amico. L’altro è un signore cattivello che intigna, e ci va giù pesante. Riesce a farmi litigare con l’Adelphi perché ho detto delle cose un po’ fastidiose. Devo aggiungere, a mia discolpa, che stavo veramente malissimo perché avevo appena capito che le quattro operazioni al braccio erano state totalmente inutili.
Il mio sfogo viene poi ripreso da Giuliano Ferrara, dal Foglio del lunedì che titola: “Tatti Sanguineti si toglie i sassolini dalle scarpe…” È andata così.
Adesso cercherei un editor, ho dei libri che non ho finito, ne avrei uno pronto per Adelphi sul doppiaggio in Fellini, meraviglioso.
Come ti avevo detto, sono capace di mettermi nei guai, ma non essendo transitato per l’università, per i crediti agricoli, per le film commission, ho solo dei rapporti di tipo personale. Alcune grandi persone che ho avuto la fortuna di frequentare, mi amavano perché partivo dal principio di non annoiare. Alcuni di questi mi hanno chiesto: “Mi leveresti dai coglioni il noiosissimo professor tal dei tali che mi infastidisce?”

E tu lo facevi?

Tatti Sanguineti: Certo che sì. Ho compiuto anche missioni di questo tipo. Se Sonego mi diceva: “Levami dai coglioni il tale”, trovavo il modo di farlo.
Walter Chiari divideva le persone in cani bastardi e levrieri afgani. Il levriero afgano era Luchino Visconti e il cane bastardo era lui. Anch’io appartengo alla razza dei cani bastardi che sanno abbaiare. E so anche fare quella che Giorgio De Rege chiamava “l’abbaiata tedesca”: essere aggressivo, soprattutto dopo le ultime vicende. Ma fammi delle domande.

Sì, per restare all’Adelphi, volevo parlare di quella postfazione che hai fatto del libro di Henry Jaglom, A pranzo con Orson, libro che io non ho apprezzato. Secondo me – e la cosa è confermata da più parti – quelle registrazioni sono state fatte all’oscuro di Welles. E quindi si tratta di una scorrettezza.

Tatti Sanguineti: Loro mi hanno chiesto: ci fai questa cosa? E io l’ho fatta.

E non pensi che Jaglom sia stato scorretto?

Tatti Sanguineti: Jaglom non è stato scorretto, non lo trovo. Welles sapeva che lui registrava. Ti posso dire che questo è stato un lavoro su commissione e sono lieto d’averlo fatto. In quel pezzo ho raccontato del Castoro che non ho mai fatto su Welles, ai tempi in cui mia moglie insegnava nei luoghi del domicilio coatto e io, mantenuto da lei, non scrivevo il libro su Welles. Racconto la storia di questo libro, ho parlato di Rogério Sganzerla, di Nem Tudo é Verdade, di It’s All True, che sarebbe uscito molti anni dopo il mio mancato Castorino. Welles fa parte delle mie manie, del mio pantheon…

Anche del mio, del nostro…

Tatti Sanguineti: Come si fa a non essere wellesiani, cari quinlaniani…

Passiamo a Ermanno Olmi, al suo film ritrovato anche grazie al tuo contributo: Il tentato suicidio nell’adolescenza (T.S. Giovanile). L’ho visto a Venezia e sono d’accordo con te nel dire che ha avuto una collocazione assurda. Una sola proiezione alle 22, nella sala Perla 2, la più sfigata e più scomoda, senza repliche e all’interno del programma delle Giornate degli Autori.

Tatti Sanguineti: Un’offesa al più grande maestro del cinema italiano. Olmi è il più grande cineasta che c’è in Italia ancora vivente. Ero furioso, ho cercato di oppormi a questa proiezione, ho detto: questa proiezione è un insulto. Un’unica proiezione in una sezione quasi per esordienti, in una sala piccola, incasinato prima di un film di Valsecchi che sarebbe andato in onda su Canale 5 qualche giorno dopo. Ho presentato il film ribadendo pubblicamente che consideravo la proiezione un insulto a Ermanno Olmi.
Ora il film l’ho rivisto, ieri a quest’ora stavo con il fonico di Olmi, l’adorabile Checco Lyotard, e mi piacerebbe tramite lui registrare una dichiarazione di Ermanno. Il film l’ho visto tre volte e trovo che abbia una struttura narrativa di una originalità incredibile. Ci ho scritto quattro cartelle in proposito che ho dato a Sergio Germani. Olmi ha raccontato a Lyotard, una cosa che spiega benissimo il film, evidentemente censurato. Era un negativo vergine, mai stampato. Quando l’abbiamo trovato, qualcuno ha detto: “Ce ne saranno venticinque copie a Zurigo”. E invece c’era solo quella.
Alberto Catozzo, figlio di Leo, l’inventore della macchinetta che ha rivoluzionato il montaggio, la Pressa Catozzo, ha costruito uno strumento che ha consentito a Maurizio Orsola del Luce, di decretare con assoluta certezza che il negativo non era mai stato lavorato. Io avevo quindi la sicurezza che non ce ne fosse copia alla Sandoz a Zurigo, e che non ce fosse nemmeno nei sotterranei del Policlinico, come forse immaginava Olmi.
Olmi, dunque, ha chiesto a Lyotard: “Ma non è il film dove si vede un ragazzino che vuol leggere un giornaletto e il padre glielo proibisce?” Onestamente non ricordavo la sequenza. Il film è strutturato dividendo i camici bianchi dalle persone vere, poi ad un certo punto compare la dottoressa, la più giovane, che scopriamo alla fine del film essere colei che ha stabilito il rapporto di tutorship della protagonista. Ma, prima, in mezzo, c’è l’unico bambino che compare nel film, proprio quello di cui parla Olmi con Lyotard. Insieme a lui c’è il suo papà, un borghese annoiato che legge il Corriere della Sera. Davanti a loro un tavolino basso, di quelli per le riviste delle sale d’attesa. Tra le riviste, un numero della rivista Fotografare. È una situazione tipica da borghesia annoiata di Antonioni. Il bambino fa il gesto per prendere Fotografare e il padre lo guarda storto a dirgli: “Giù le zampe”. Il bambino resta scioccato, una sorta di shock primario. Si allontana da una madre preoccupata, pavida e triste, che lo guarda come per dire: “Coraggio”. E lì comincia il racconto dei traumi infantili.

Non ci avevo fatto caso neanch’io…

Tatti Sanguineti: E poi compare la dottoressa in affido, la dottoressa Balestri, e comincia il flashback. Comunque, Olmi “pestò due merde” in quel ’68: nello stesso anno di Il tentato suicidio, viene censurato dalla Rai anche per il film Il profeta della Bassa su don Mazzolari, scritto con Corrado Stajano, dove comparivano dei pretini che facevano il saluto fascista. Un episodio letteralmente incredibile, che alla fine andò in onda con una firma falsa, addirittura di un quasi omonimo di Olmi.
Ermanno prende legnate anche dagli studenti sia con Il tentato suicidio che con il film sul prete antifascista. Un biennio per Olmi orribile, il ’68-’69, che ha la sua tragica conclusione nel santuario dei ricchi La Bussola di Forte dei Marmi, dove il Capodanno del ’69 termina con un ragazzo, Soriano Ceccanti, che alla manifestazione di blocco della Bussola, prende una fucilata dalla polizia e resta su una carrozzella per tutta la vita. Alla Bussola si chiude tragicamente il ’68. È l’ultimo exploit di Sofri e del Potere Operaio, di Lotta Continua: una data simbolicamente molto forte.
Vorrei poter parlare con Olmi perché credo che queste vicende abbiano modificato profondamente tutto quello che lui ha fatto dopo, a cominciare dal film Un certo giorno.
Sarebbe bello fare una proiezione del film a Milano, al Policlinico. E perciò voglio scrivere una lettera a Ermanno Olmi, voglio una prima del film a Milano. Basta.

Ci sarebbe ancora molto. Un’ultima cosa su W la foca di Nando Cicero, che abbiamo visto di recente ai Mille Occhi, e che più di dieci anni fa era stato a Venezia uno dei titoli cardine della riscoperta del B-movie italiano. Io lo trovo un film incredibilmente inventivo. Sbalorditivo. Cosa ne pensi?

Tatti Sanguineti: Non l’ho rivisto a Trieste. Conosco bene Galliano Juso, che l’ha prodotto. E come biografo di Walter Chiari ti posso dire che la prima foca del cinema italiano era nel film Era lui, sì, sì, dove Walter Chiari fa un giovane commesso dell’ufficio pacchi del grande emporio. Durante la notte di nozze dell’impresario Fernandone, interpretato naturalmente da Carlo Campanini, Chiari entra in scena nei panni di Nanook l’eschimese che arriva e baratta una foca con Silvana Pampanini. È una trovata del ’51 di Metz e Marchesi, che dirigono il film insieme a Marino Girolami. La produzione era del grandissimo Peppino Amato che, ad esempio, fa costruire in studio, l’ingresso dell’igloo.
Il baratto della foca: lui lascia la foca e si porta via per la sua notte polare Silvana Pampanini. D’altronde la foca faceva già parte dei giochi di parola dell’avanspettacolo, della rivista. Comunque, Nando Cicero era molto bravo, era veramente… E Cicero fa questo senza nessuna vergogna, senza nessun pudore, senza seghe mentali. I film di Cicero sono film molto forti, sono film molto diretti, molto sinceri, sono film che non barano col pubblico.

AVVERTENZA: Dopo Pordenone, il testo dell’intervista è stato parzialmente rivisto nel corso di un successivo incontro con Tatti Sanguineti in una pensioncina romana.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Tatti Sanguineti.
Il sito di Le giornate del cinema muto.

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