L’ultima spiaggia

L’ultima spiaggia

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Rimesso a nuovo e riproposto tra i classici del Trieste Science+Fiction Festival 2017, L’ultima spiaggia (On the Beach) è un grido soffocato e disperato, una parabola ammonitrice sullo spettro dell’olocausto nucleare, della Terza guerra mondiale, della fine dell’umanità. Cast lussuosissimo – Gregory Peck, Ava Gardner, Fred Astaire, Anthony Perkins – e una messa in scena asciutta, con una parte finale che dopo sessant’anni lascia ancora attoniti.

Waltzing Matilda

La storia inizia quando quasi tutta la popolazione mondiale è stata spazzata via. Un sottomarino americano arriva in Australia, dove i sopravvissuti attendono la morte mentre una letale nuvola di polvere radioattiva si avvicina inesorabilmente. Nell’attesa, si aggrappano a quello che hanno di più caro: amici, figli, compagni, amanti… Il comandante del sottomarino parte alla ricerca di tracce di vita. Attraverso il periscopio vede San Francisco, deserta, con le strade sinistramente vuote, silenziose. Seguendo un segnale morse che proviene da San Diego, i nostri sperano di trovare qualcuno in vita; invece, è solo un tasto del telegrafo incastrato in una veneziana… [sinossi – Trieste Science+Fiction 2017]
Up jumped the swagman, sprang into the billabong,
“You’ll never catch me alive” said he,
And his ghost may be heard as you pass by the billabong,
“You’ll come a-waltzing Matilda, with me”.
Waltzing Matilda, waltzing Matilda,
“You’ll come a-Waltzing Matilda, with me”.
Banjo Paterson – Waltzing Matilda

Non perderà mai la sua efficacia il tragico crescendo de L’ultima spiaggia (On the Beach), con l’ampia parte finale cadenzata dalle note, dalle parole e dalla metafora di Waltzing Matilda. Angosciante, soffocante, forse persino profetica. Già, profetica, come molte altre significative pellicole coeve – del 1959 è La fine del mondo (The World, the Flesh and the Devil) di Ranald MacDougall, con Harry Belafonte, Mel Ferrer, Inger Stevens e una spettrale New York; pochi anni dopo Ubaldo Ragona immerge Vincent Price tra le strade e le architetture desolate dell’EUR nel sorprendente L’ultimo uomo della Terra (1964); l’anno successivo il docudrama britannico The War Game di Peter Watkins mette in scena con estremo realismo le conseguenze del bombardamento atomico nel Regno Unito.
Sono gli anni paranoici della Guerra fredda, dello spauracchio comunista, del fungo atomico, delle ferite non rimarginate della Seconda guerra mondiale e della Guerra di Corea. Anni di invasioni aliene, orribili mutazioni e scenari apocalittici sul grande e piccolo schermo, nelle pagine dei romanzi, nelle tavole dei fumetti [1].

Il romanzo omonimo di Nevil Shute è del 1957, a Stanley Kramer bastano due anni per realizzare la trasposizione cinematografica, supportata da un cast ambizioso e magnifico: Gregory Peck, Ava Gardner, Fred Astaire, Anthony Perkins. Lontanissimo dai lustrini e dalle paillettes dei musical, Astaire presta il volto a un personaggio che si è già arreso e che cerca il modo migliore per lasciarsi annegare in un metaforico billabong – la sequenza dell’Australian Grand Prix è una cruda rappresentazione della corsa agli armamenti e della conseguente autodistruzione di un’umanità incosciente e colpevole. Non ancora intrappolato dalla maschera di Psyco, il giovane Perkins è tanto allampanato quanto talentuoso, anche qui alle prese con una tragedia famigliare. Gregory Peck e Ava Gardner, amanti splendidi, non possono che danzare fino alla fine, consapevoli fin dal primo sguardo di vivere un’illusione. L’ultima spiaggia è infatti una ballata senza speranza, calibrata su toni minimalisti e sentimentali, ma anche capace di restituire pienamente la portata visiva e l’angoscia degli scenari post-apocalittici: non solo la desolazione e il silenzio di San Francisco e della baia, ma anche il lancinante segnale morse a San Diego e, soprattutto, quella piazza oramai vuota con lo striscione che recita inascoltato e beffardo «There is still time… Brother».

Speculare a La fine del mondo (anche nella scelta sociale dei suoi protagonisti), L’ultima spiaggia rinuncia programmaticamente alla sovrastruttura spettacolare e a gran parte delle suggestioni evocate da Susan Sontag ne L’immagine del disastro: «il film di fantascienza si occupa dell’estetica della distruzione […] L’asso nella manica dei film sulla fine del mondo – come The Day the Earth Caught Fire (1961) – è la grande scena in cui si vedonoNwe York, Londra o Tokyo completamente deserte, dopo il totale annientamento della popolazione. Oppure, per esempio in The World, the Flesh and the Devil (1959), l’intero film può essere dedicato all’idea di occupare le metropoli oramai deserte e di ricominciare tutto da capo; un Robinson Crusoe su scala mondiale» [2]. Restano le potentissime immagini delle città vuote, del silenzio, della desolazione, ma senza nessuna possibile declinazione liberatoria. Nessun Crusoe, nessuno spiraglio per Adamo ed Eva. «There is still time… Brother».

Kramer e lo sceneggiatore John Paxton (La tela del ragno, Il selvaggio, Odio implacabile) rispettano lo spirito del testo originale, pur con qualche accorgimento e qualche aggiunta ridondante – le parentesi con l’ammiraglio aussie sono sostanzialmente inutili, come il rapporto con l’attendente. Nonostante qualche passaggio narrativo un po’ arrugginito, è ammirevole sul piano politico l’afflato internazionalista, la volontà di essere un manifesto umanista e non solo a uso e consumo della democrazia statunitense – non c’è (più) un nemico, un unico colpevole, restano solo gli ultimi scampoli dell’umanità. Pochi anni più tardi, in cerca di speranza, seguirà rotte galattiche ancor più ispirate l’astronave di Ikarie XB 1 (1963) di Jindřich Polák. Il commodoro Dwight Lionel Towers sarebbe stato un ottimo ufficiale di bordo anche tra le stelle.

Note
1. Tra il 1952 e il 1953 la Ace Magazines (1940-56) cerca di cavalcare l’onda con la serie Atomic War!. Di questi albi restano impresse soprattutto le copertine: in particolare la prima, col fungo atomico che devasta Manhattan, e la seconda, con un sommergibile che ci riporta a L’ultima spiaggia.
2. Susan Sontag, L’immagine del disastro, in Contro l’interpretazione, Mondadori, Milano, 1998.
Info
Il trailer originale de L’ultima spiaggia.
La scheda de L’ultima spiaggia sul sito del Trieste Science+Fiction Festival 2017.
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