The Broken Key

The Broken Key

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Louis Nero torna alla ribalta con un thriller in odor di fantascienza a dir poco ambizioso, ma anche pastrocchiato all’inverosimile. Una narrazione episodica e inconcludente, sorretta da una costruzione visiva che non è in grado di reggere il peso delle intenzioni del regista.

L’Italia delle meraviglie

Nel futuro descritto in The Broken Key, la carta è diventata un bene prezioso, la stampa è considerata reato e le biblioteche sono luoghi blindati ai quali soltanto gli studiosi più validi hanno accesso. Le informazioni scorrono attraverso una rete di dati che raggiunge ogni dispositivo tablet e smartphone, sotto il controllo della “Grande Z”, la Zimurgh Corporation. Il brillante accademico Arthur J. Adams sbarca in Italia con una missione: indagare sugli efferati omicidi che hanno recentemente scosso la penisola. Gli indizi spingono il giovane a imboccare un sentiero tortuoso, tracciato secoli prima da Dante Alighieri e dal pittore Hieronymus Bosch. In mezzo a un oceano di complesse simbologie riuscirà Adams a trovare il collegamento tra gli assassinii rituali? [sinossi]

Alla prova dei fatti la visione di The Broken Key testimonia una verità spesso sottaciuta: è difficile non parteggiare, sulla carta, con i tentativi cinematografici portati avanti da Louis Nero nel corso degli anni. Da quando esordì nel 2003 con Golem, fresco di laurea al Dams di Torino, il regista sabaudo ha seguito in maniera imperterrita una via univoca, che non prevede sterzate né tantomeno retromarce: il cinema come meccanica di intrattenimento che deve necessariamente portare con sé una scintilla di conoscenza. Nonostante non riesca a tratteggiare con mano netta e decisa le linee ideali che conformano la sua filosofia e il suo sguardo sulle cose, Nero è un regista colto, o quantomeno nozionista, pronto a sciorinare di fronte agli occhi e alle orecchie dello spettatore tutto lo scibile necessario per ottenere un pur soffocato ohhh di sorpresa. Anche The Broken Key, come tutti i titoli della sua filmografia, si sviluppa attraverso un continuo passaggio di citazione in citazione, da Hieronymus Bosch a Nikola Tesla, senza perdere l’occasione per tornare su una delle figure chiave del misterico, per il regista: Dante Alighieri, già protagonista nel 2014 del dimenticabile – e per lo più dimenticato – Il mistero di Dante, sorta di docufiction piuttosto sbalestrata.
Ossessionato da alcuni temi portanti, Nero è regista a suo modo certosino, e torna sempre sulle medesime riflessioni, cercando di rileggere i misteri degli antichi egizi e di culture rimaste nell’ombra con uno stile che verrebbe naturale definire massonico, se questo aggettivo potesse essere applicato alla materia cinematografica.

Peccato che, colto dal demone dell’affabulazione, Nero dimentichi per strada, come fin troppo spesso gli capita, la narrazione: la trama di The Broken Key non è solo convulsa e caotica, ma anche pasticciata, con alcune digressioni del tutto pretestuose e interi segmenti che rimangono privi di spiegazioni, abbandonati alla mercede di un pubblico che, disperso tra un futuro ben scenografato – con evidenti rimandi agli incubi di Scott – ma vuoto e un mistero così arzigogolato che in confronto Dan Brown passerebbe per un romanziere neorealista, probabilmente abbandona in fretta e furia la contesa. È facile, molto e troppo facile, uscire da The Broken Key e fermarsi a osservarlo come puro oggetto dall’immaginario un po’ raffazzonato ma non privo di audacia: ci si può così facilmente rendere conto di come l’intera operazione sia retta, in maniera però inconcludente, dallo stuolo di star del passato che hanno deciso di partecipare, in epoca di pensionamento, al film di Nero. Rutger Hauer (a proposito di Blade Runner…), Christopher Lambert, Geraldine Chaplin, William Baldwin, Michael Madsen, Kabir Bedi, Franco Nero, Maria de Medeiros, tutti in scena a cercare di rintracciare un senso che vada al di là del mero esercizio della professione: una rassegna di volti noti che non riescono in ogni caso a incidere in una materia che non ha paura di confrontarsi con l’assoluto ma è troppo grezza per non pagarne in pieno lo scotto.
Louis Nero non è un regista sprovveduto, ma ogni volta sembra molto più interessato a “propagandare” le sue idee piuttosto che a raccontare qualcosa. Nel tirare il suo film fino a raggiungere le due ore, non fa altro che appesantire in maniera ulteriore un impianto già di per sé scricchiolante, malmesso, in alcuni punti perfino fatiscente. The Broken Key, metà film di genere che si vergogna del popolare e cerca soluzioni alte, metà elencazione di luoghi e bellezze dell’Italia, è un film del tutto sbagliato, che si aggrappa a quella che paradossalmente è la sua unica àncora di salvezza, l’egocentrismo del suo autore. Ne viene fuori un pastrocchio che pure vorrebbe dire qualcosa, sull’umano e su ciò che di superiore – o laterale – vive attorno a lui, ma che non trova mai le parole giuste per affermarlo.

Info
Il trailer di The Broken Key.
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