Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite

Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite

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È il caleidoscopio di colori la cifra stilistica di Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite, il plus valore che si rivela una coperta abbastanza lunga, in grado di coprire i naturali limiti di un’animazione che non può e non vuole essere fluida o impeccabile. Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma (Alice nella città), il ritorno al cinema di D’Alò è distribuito nelle sale dalla Bolero Film.

Il flauto magico

Qualcuno ha rubato le note musicali della partitura composta dal Mapà per il Grande Concerto di Ferragosto. Il Narratore, inseparabile voce amica dei tre piccoli ed avventurosi Pipì Pupù e Rosmarina, affida loro il delicato compito di scoprire il colpevole dello scellerato furto e di recuperare dunque la musica, senza la quale non potrà essere eseguito il tanto atteso Concerto di Ferragosto. E questo sarebbe un vero dramma per gli animali che abitano nel Bosco! I nostri tre impavidi amici non hanno indizi, sanno però una cosa molto importante: le note hanno vita propria e sono attirate dalla musica. E cosa escogiteranno per far sì che tutta la partitura del concerto di ferragosto si ricomponga come per magia? Decidono di rappresentare tre grandi opere classiche con l’aiuto degli animali del bosco, nella speranza di veder arrivare le note tutte insieme, svelando così il grande Mistero del loro rapimento… [sinossi]

È minuziosamente calibrato ad altezza bambino Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite, lungometraggio firmato da Enzo D’Alò, avventura sul grande schermo di tre buffi eroi dell’infanzia, già protagonisti della serie televisiva trasmessa da Rai YoYo Pipì, Pupù e Rosmarina (2009). Linee tondeggianti e morbide, occhi grandi, colori vivaci e una sfilza di personaggi buffi. Una ricetta apparentemente semplice, eppure non facilmente replicata e replicabile. Troppo spesso le necessarie semplificazioni della narrazione per bambini si trasformano in scrittura approssimativa e superficiale; troppo spesso la qualità dell’animazione è scadente, a partire dai fondali, vera e propria cartina tornasole per buona parte della produzione animata destinata al piccolo e grande schermo. In questo senso, merita un plauso la confezione tecnico-artistica di Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite, che è accurata, creativa, e che cerca di impreziosire ogni singola tavola.

È il caleidoscopio di colori la cifra stilistica della pellicola, il plus valore che si rivela una coperta abbastanza lunga, in grado di coprire i naturali limiti di un’animazione che non può e non vuole essere fluida o impeccabile. In tal senso, si fanno particolarmente apprezzare le linee – a immagine e somiglianza degli scarabocchi liberi e fantasiosi dei bambini – che delineano con programmata imprecisione e vivacizzano abiti, alberi, oggetti, fondali e tutto quel che segue. Sono questi scarabocchi, al pari delle stonature nelle canzoni, il trait d’union tra l’universo dei bambini e l’universo adulto, tra piccoli e grandi spettatori, tra le opere originali e la loro fanciullesca rilettura.

Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite è il naturale sviluppo dello speciale televisivo Pipì, Pupù, Rosmarina e il Flauto Magico (2013), primo passo di un progetto nato dalla collaborazione tra D’Alò e Vincenzo Cerami. Dopo i ventidue minuti del Flauto Magico, erano già in cantiere altre tre variopinte trasposizioni: L’italiana in Algeri, Don Chisciotte e Lo Schiaccianoci. Il resto, per così dire, è storia. Uniti da una cornice narrativa esile ma graziosa, i tre speciali dedicati alle opere di Rossini, Massenet e Tchaikovsky sono diventati un lungometraggio: operazione lungimirante, assai significativa per l’attuale panorama produttivo italiano (è quasi miracoloso vedere a pochi mesi di distanza Gatta Cenerentola e Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite) e dal retrogusto nostalgico. Dietro a questa coproduzione europea c’è infatti una lunga, straordinaria e troppo spesso dimenticata tradizione: Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati, il découpage e il capolavoro Il flauto magico (1978), e poi L’italiana in Algeri (1969), Alì Babà (1971), La gazza ladra (1964) e via discorrendo. Arte pura.

Questo è il sentiero che riesce a imboccare D’Alò, cinque anni dopo il meno convincente Pinocchio. Guardando ai bambini, all’opera e alla ricchezza (nascosta) dell’animazione italiana, D’Alò sembra finalmente riavvicinarsi agli anni dorati de La freccia azzurra (1996) e La gabbianella e il gatto (1998). Quello che servirebbe adesso è una continuità produttiva, un impegno concreto e continuo sul versante italiano (Mamma Rai in testa), per non trasformare le note rapite in occasioni – nuovamente – perdute.
La stessa tripartizione di Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite, che riecheggia quella de I fratelli Dinamite, ci porta a ripercorrere le disavventure di un’industria che non è mai riuscita a decollare, a trovare stabilità, vivendo di illusorie fiammate e cercando di sopravvivere tra piccolo schermo e poco altro. Ad esempio, come è possibile che Bruno Bozzetto non sia stato messo nelle condizioni di realizzare altri film dopo averci regalato West and Soda (1965), Vip – Mio fratello superuomo (1968) e Allegro non troppo (1976)? In quale scantinato sono finiti i Pagot e Il fiuto di Sherlock Holmes, Tofffsy e l’erba musicale e le opere di Gianini e Luzzati?
In attesa di ulteriori positivi sviluppi per D’Alò, per il gruppo di Alessandro Rak e per altri talenti nostrani come Lorenzo Ceccotti, teniamoci strette le rime buffe di Pipì, Pupù e Rosmarina, un immaginario che non perde mai di vista la sensibilità e il linguaggio dei suoi piccoli spettatori.

Info
Il trailer di Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite.
La scheda di Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite sul sito di Bolero Film.
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