Intervista ad Alexandre Poncet

Intervista ad Alexandre Poncet

Firma della rivista francese cult Mad Movies, dedicata al cinema di genere, co-fondatore della casa di produzione Frenetic Arts e co-creatore del sito Freneticarts.com, Alexandre Poncet ha prodotto il documentario Ray Harryhausen: Special Effects Titan di Gilles Penso, con cui ha anche firmato ora Creature Designers – The Frankenstein Complex, ancora un documentario sui creatori di effetti speciali di mostri, presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2017. Abbiamo incontrato Alexandre Poncet in questa occasione.
[La foto è di Luca Petrinka, Be360Images]

Ricordo quando Ray Harryhausen annunciò il suo ritiro nei primi anni ’80, riconoscendo che non c’era più spazio per lui, che la nuova tecnologia degli effetti speciali aveva soppiantato la sua stop-motion. Nel tuo documentario Creature Designers – The Frankenstein Complex (il cui titolo francese è Le complexe de Frankenstein) vediamo la stessa reazione dei successivi maghi degli effetti speciali, scalzati a loro volta dall’avvento della CGI. La tecnologia evolve e sembra di assistere a dei corsi e ricorsi nella storia degli effetti speciali. Cosa ne pensi?

Alexandre Poncet: Ci sono ricorrenze sicuramente. Ho degli amici nel campo degli effetti speciali, alcuni ci sono nel film, che sono stati rimpiazzati molto crudelmente dalla CGI e ora la CGI sta per essere rimpiazzata in qualche modo da altre cose. Ci sono dei costi negli effetti virtuali, nei VFX: il film Life of Pi di Ang Lee mostra una tigre che è completamente in CGI. Quando ho visto il film non lo sapevo, l’ho scoperto dai titoli di coda. E mi sono detto: “La tigre in CGI? Impossibile. Incredibile!”. E hanno avuto dall’Academy l’Oscar per gli effetti speciali. Ma poi la compagnia che fece quegli effetti è andata in bancarotta proprio nel momento in cui riceveva la statuetta. Perché i produttori – e Hollywood in genere – non rispettano più le compagnie di effetti speciali e cercano di fare pressione perché il budget non sia troppo alto. E le compagnie di CGI perdono soldi quando lavorano per film impegnativi come quello. Non hanno i soldi per sopravvivere e ora sono al collasso, una dopo l’altra. Quindi c’è un ricorso. La CGI non è però rimpiazzata da un’altra tecnologia, ma è in via d’estinzione a causa del sistema, il che non è una bella cosa. Credo ci possa essere la speranza che gli effetti speciali ‘concreti’ facciano ritorno, lavorando insieme alla CGI. Ci sono registi come J. J. Abrams che, quando ha fatto Star Wars: Il risveglio della Forza, disse alla Lucasfilm e alla Disney che voleva farlo il più possibile con il metodo della vecchia scuola. Non poterono fare le miniature per le navi spaziali perché è più facile ed economico ora farli in CGI e il risultato è più o meno lo stesso in termini di realismo. Ma per le creature insistette per avere delle creature concrete sul set, e set concreti: tutto doveva avvenire di fronte alla camera. E questo fu un segnale mandato a Hollywood: è ancora possibile ed è importante avere qualcosa di reale di fronte alla camera. Nel caso di It, il clown, a parte qualche inquadratura, è un make-up concreto, un make-up vecchia scuola, e questo è lo stile del film. E alla gente piace per questo. Ci sono degli effetti CGI quando apre la bocca, ma è disegnato dagli addetti agli effetti speciali concreti. Io credo proprio che possano tornare.

Un altro grande ritorno degli effetti speciali della generazione precedente potrebbe essere considerato anche quello di Douglas Trumbull, che è stato chiamato da Terrence Malick per The Tree of Life?

Alexandre Poncet: Adoro Douglas Trumbull. Per The Tree of Life lui si è occupato delle scene cosmiche, della genesi e della meteora. Per fare quella, mi ha spiegato, ha realizzato una sorta di colpo, o pressione, sul latte, latte denso creando come un’onda. Si tratta di una trovata nello stile della vecchia scuola, quei sistemi che ricreavano effetti in acquario, nelle vasche, ecc. Quindi girò questo e con la CGI potè comporre l’immagine tridimensionale. Così si tratta di un mix tra la moderna CGI 3D Earth Animation e gli effetti della vecchia scuola, come in Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma proprio composto digitalmente. C’erano dei problemi con gli effetti della vecchia scuola, perché il modo in cui si componevano le immagini era molto difficile, visto che c’era il processo fotochimico, chimico. E quindi non eri mai sicuro del risultato. Avevi la degradazione dell’immagine facendo passaggi multipli, registrando strati diversi. L’immagine doveva essere molto, molto buona dall’inizio perché si sarebbe degradata dopo poco lavoro. Ora questo non succede più. Prima ci volevano giorni, giorni e giorni per comporre nel multistrato. Ora puoi farlo con il computer ed è facile. Ci sono cose buone nella CGI.

Possiamo parlare ancora del complesso di Frankenstein anche per i tecnici moderni della CGI che fanno parte di staff molto numerosi, oppure è ormai un lavoro meccanico?

Alexandre Poncet: Ora con la CGI hai migliaia e migliaia di artisti incredibili. Non ci si sono mai stati in questo campo così tanti e competenti talenti artistici nel mondo del cinema. Ma prima quegli artisti erano rispettati. E ora ci sono delle catene di collegamento tra un esercito di artisti e le persone che decidono su cosa le creature debbano fare, ecc. Non sono loro a decidere queste cose. È un comitato diretto dal regista e dal produttore, e nella maggior parte dei casi non si tratta della visione della creatura da parte di un creatore. Ecco perché secondo me, negli ultimi film di Star Wars, c’è meno personalità nelle creature rispetto a prima. Hai delle creature importanti negli ultimi, ma non sono così iconiche come Chewbecca, Yoda o come Jabba. Questi sono personaggi iconici mentre in Star Wars: Il risveglio della Forza, non hai un singolo personaggio che risalti. Hai BB8, credo sia un gran personaggio ma è un droide, alle creaure organiche invece credo manchi qualcosa. È davvero ben fatto, fatto meglio che nei precedenti Star Wars, ma la personalità non c’è. Perché c’è dietro un esercito. È il modo in cui funziona oggi.

Possiamo vedere la storia degli effetti speciali condensata nei quattro film di King Kong. Quale preferisci?

Alexandre Poncet: Preferisco quello originale in stop-motion, certo non è perfetto. Sai che io parlo di personalità, e quella di King Kong era incredibile, nella versione del 1933. Ed è poetico. È davvero la manifestazione della sospensione dell’incredulità. È davvero la sospensione dell’incredulità. Lo sai che questa creatura non è reale. Lo vedi che non è reale. Non è fotorealistico. È in una giungla in bianco e nero. È lontano dalla realtà. Lo vedi che ci sono due mondi, quello dello stop-motion e quello live action, ma entrambi convergono in modo molto poetico. E vedi la pelliccia, perché vedi le tracce della dite sulla pelliccia. Ma aggiunge qualcosa al personaggio. È come una figura frenetica, che è sempre arrabbiata o le sue espressioni sono rese dalla pelliccia. Amo questo personaggio. Amo questa idea di sospensione dell’incredulità. Amo gli effetti che non sono necessariamente fotorealistici. Amo il Godzilla originale. Perché non c’è bisogno di avere una creatura completamente fotorealistica per un film che funzioni. Perché il film è come un sogno e i sogni sono strani. I limiti di alcune tecniche sono dei vantaggi, un qualcosa di più, qualcosa di buono per il feeling di un film.

Anch’io ho sempre pensato al primo King Kong come un esempio di sospensione dell’incredulità, perché il finale della morte dello scimmione incolpevole è davvero commovente, nonostante l’evidenza che si tratti di un qualcosa di irreale.

Alexandre Poncet: Come pochi anni dopo in Biancaneve e i sette nani, tutti piangevano quando vedevano Biancaneve morire, ma era animazione. Ed era la prima volta che la gente piangeva per un’animazione. King Kong e Biancaneve e i sette nani sono stati dei punti di svolta nella storia della sospensione dell’incredulità.

Passiamo ora al secondo King Kong, quello del 1976, con lo scimmione creato sia da Rick Baker che Carlo Rambaldi.

Alexandre Poncet: Carlo Rambaldi creò un enorme robot che non funzionava, il merito è di Rick Baker. Carlo Rambaldi era un brillante uomo d’affari.

Da noi in Italia, evidentemente, i giornali esaltarono il suo ruolo per spirito nazionalista.

Alexandre Poncet: Credo che gli italiani debbano essere orgogliosi di Carlo Rambaldi. Quello che ha fatto in Alien è stato grande, quello che ha fatto in E.T. è stato grande. Non sono molto entusiasta di quello che ha fatto in Incontri ravvicinati del terzo tipo, devo dire. Amo il film ma non mi piacciono quegli alieni. Anche se ha definito l’aspetto degli ‘x-files aliens’. E.T. rappresenta un personaggio davvero iconico. Credo sia il suo meglio. King Kong era qualcos’altro, più un discorso di business.

E ora passiamo al King Kong di Peter Jackson.

Alexandre Poncet: Amo tantissimo il lavoro del King Kong di Peter Jackson. È l’atro lato dello spettro. C’è un’inquadratura di King Kong quando è arrabbiato, quando Naomi Watts sta cercando di andarsene, e lui distrugge tutto. E distrugge la montagna con così tanta forza che una grande roccia cade sulla sua testa. E poi c’è una scena di 10-15 secondi, un’inquadratura sul suo volto, solo sul suo volto. È un momento sul personaggio. È la performance più complessa di motion capture in CGI della storia. Un’inquadratura così lunga solo sulla sua faccia. E vedi almeno 15 emozioni, come si succedono l’una dopo l’altra, ed è impressionante perché dimentichi che è CGI, dimentichi che è un effetto speciale. È solo una creatura gigante che reagisce a emozioni contrastanti e vive. Amo questo momento, il mio preferito nel film.

E arriviamo all’ultimo King Kong, Kong: Skull Island.

Alexandre Poncet: Dell’ultima infornata di mostri amo davvero solo l’ultimo Godzilla americano, credo che Gareth Edwards sia un brillante regista. Quello che ha fatto in Monsters è incredibile. Lo filmò da solo per anni, andò nella giungla a filmare con due attori e fece da solo gli effetti speciali. Ed è davvero incredibile. Ed è interessante perché il suo Godzilla ha lo stesso feeling di Monsters. Gli esseri umani non sono la cosa importante. Molti non amano questo film perché dicono che i personaggi umani non sono davvero coinvolgenti. Ma non importa. Quello che mi interessa è che gli uomini siano i testimoni di questa creatura gigante, che è come un dio. Che è così grande che non puoi nemmeno riprenderla in un’inquadratura. Ci sono pochissime inquadrature in totale. E ogni volta che appare Godzilla è un evento. C’è una progressione nella mise en scène che porta a una grande rivelazione della creatura. E per una volta gli effetti speciali diventano ancora qualcosa di speciale. Negli ultimi anni abbiamo avuto migliaia di effetti speciali che ti venivano sbattuti in faccia. Qui invece a volte nasconde il mostro. Anche se aveva un grande budget ha girato Godzilla come lo squalo di Spielberg e credo sia davvero efficace. Penso il contrario dell’ultimo King Kong. Subito nel film vedi King Kong per intero. Quindi ha mancato del tutto l’obiettivo.

Info
Il sito del Trieste Science Plus Fiction Festival.

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