Gli sdraiati

Gli sdraiati

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Tratto dall’omonimo romanzo di Michele Serra, Gli sdraiati di Francesca Archibugi è un apologo semiserio sul conflitto padre-figlio, da cui emerge trionfante il vitalismo adolescenziale.

Fuori i vecchi… i figli ballano

Giorgio è un giornalista di successo, amato dal pubblico e stimato dai colleghi. Insieme alla ex moglie Livia si occupa per metà del tempo del figlio Tito, un adolescente pigro che trascorre le giornate con gli amici, il più possibile lontano dalle attenzioni del padre. I due parlano lingue diverse ma ciò nonostante Giorgio fa di tutto per comunicare con il figlio. Quando nella vita di Tito irrompe Alice, una compagna di classe che gli fa scoprire l’amore e stravolge la routine con gli amici, finalmente anche il rapporto con il genitore sembra migliorare. Ma l’entusiasmo non durerà a lungo perché il passato di Alice è in qualche modo legato a quello di Giorgio… [sinossi]

Un ragazzo che cresce, un padre che invecchia, una città-cantiere (la Milano odierna) preda delle utopie dell’architettura contemporanea. È con accortezza e ampio sfoggio di sensibilità verso i suoi personaggi, soprattutto quelli in età adolescenziale, che Francesca Archibugi adatta liberamente per il grande schermo Gli sdraiati, romanzo firmato dallo scrittore, giornalista, autore televisivo Michele Serra. Si tratta in tutta evidenza per la regista (dopo il fiacco remake Il nome del figlio e il lavoro alla sceneggiatura in La pazza gioia Di Paolo Virzì), di un ritorno alla tematica a lei assai congeniale del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, affrontata fin dall’acclamato esordio con Mignon è partita (1988) e poi nuovamente esplorata anche con Il grande cocomero (1993) e L’albero delle pere (1998).

Il monologare semiserio del romanzo autobiografico di Serra, tutto incentrato sulle sue difficoltà di comunicazione con il proprio figlio adolescente, si trasforma infatti nel film della Archibugi soprattutto in un’apoteosi della vitalità puberale propria del versante filiale di questa storia. Protagonista è il giornalista Giorgio Silva (Claudio Bisio), titolare di una rubrica televisiva dal titolo “Lettere dall’Italia” dove di volta in volta commenta una missiva di un italiano medio alla presenza di un ospite di rango, occhieggiando un po’ alle indimenticabili “cartoline di Andrea Barbato” (un must della Tv di qualità degli anni ’90), un po’ alle missive commentate oggigiorno dallo stesso Serra sulle pagine de Il venerdì di Repubblica.
Giorgio ha l’affido condiviso con la silente e pressoché invisibile moglie Livia (Sandra Ceccarelli) del figlio diciassettenne Tito (Gaddo Bacchini), con il quale intavola però discussioni a non finire, in parte a scopo educativo, in parte per riaffermare la sua posizione di potere di cinquantenne sul viale del tramonto. Oggetto principale dell’indignazione di Giorgio è la vita “dissoluta” del povero Tito, sempre intento a scorrazzare in bici per una Milano perennemente in ri-costruzione con la sua comitiva di amici, per poi parcheggiarla (la comitiva, non la bici) sul divano di casa. Sono proprio loro i famigerati “sdraiati” del titolo, la cui unica, tangibile, colpa è di essere giovani e di soggiornare sul sofà sbagliato, ovvero quello di Giorgio, nei confronti del quale, come è d’uopo per gli adolescenti, nutrono in pari grado affetto e brama di dileggio. L’arrivo di Alice (Ilaria Busardelli), la prima fidanzata di Tito, cambia tutti gli equilibri, migliorando in parte il rapporto del giovane con il padre, ma scatenando le gelosie degli amici maschi, soprattutto dello spavaldo, ma in fondo insicuro Lombo (Matteo Oscar Giuggioli).

Pur rientrando nell’alveo della commedia, come confermano soprattutto la presenza nel cast di Claudio Bisio nonché la classica locandina col divano tipica del genere prediletto dal cinema nostrano, Gli sdraiati riesce a smarcarsi dai soliti cliché intessendo il suo conflitto generazionale di dettagli tutt’altro che peregrini, tutti utili a sottolineare da un lato la paura di invecchiare (il versante paterno) dall’altro lo smarrimento di fronte al diventare adulti e confrontarsi dunque con piccole sconfitte, perdite e responsabilità. Gli sdraiati è in tal senso sopratutto un film sulla virilità, che oscilla tra la sua perdita e la sua acquisizione, indagando però anche tutto quello che sta in mezzo, ovvero gli equilibri interpersonali, il cameratismo, i suoi dissidi dal saloon (o da salotto) e il tacito affetto.

La questione virile è di certo al centro di ogni espressione verbale o fisica tra padre e figlio, che va dai rimbrotti per l’abbigliamento poco consono al dentifricio lasciato stappato, dall’alterco domestico alla sfida superomistica che approda non a caso a toni vagamente western in una gita in montagna (più volte evasa da Tito) al famigerato Colle della Nasca. Ed è sempre in fondo dovuto a una questione di virilità quel timore inconfessabile di Giorgio che, forse in un residuale moto di orgoglio pan-paterno, pensa che la fidanzatina di Tito, figlia della loro ex domestica, sia frutto del suo seme, dato che, in perfetto accordo con un vizietto tipico borghese (Malizia insegna) Giorgio aveva con lei una relazione.

Certo va detto che il film funziona assai meno quando dall’universo salottiero borghese si concede qualche sortita sul versante proletario, non tanto quando approda nella dignitosa magione dell’ex amante (un’Antonia Truppo alle prese con il dialetto meneghino) quanto nel momento in cui si concede una tutto sommato evitabile incursione nel tinello dell’amico Lombo, dove la famiglia numerosa, con tanto di neonato al seggiolone, è riunita in cucina e, prima di dedicarsi al pasto, il pater familias intona un Padre nostro. Peccato, questa breve sequenza appare come una caduta di stile che anziché nobilitare la plebe, le impone uno sguardo borghese palesemente calato dall’alto.
Più interessante poi, ma poco sfruttato, è il versante fantasy di Gli sdraiati, che deriva dal romanzo e si traduce qui nella messinscena di un sogno di Giorgio ambientato in un futuro post-atomico dove, assai realisticamente (non è proprio questo d’altronde uno dei problemi della società italiana odierna?) i vecchi hanno sopraffatto i giovani costringendoli a una resistenza clandestina. Questa ficcante metafora sociale avrebbe forse meritato maggiore spazio e disilluso acume.

Probabilmente poi già nel libro di Serra si faceva strada l’idea che il suo petulante e ipercritico monologare rappresentasse in fondo anche una forma di autoparodia, quel che è certo è che in Gli sdraiati la Archibugi stempera il moralismo generazionale già programmaticamente espresso dal titolo lasciando che il personaggio incarnato da Bisio esprima soprattutto le sue debolezze, comprese, a un livello extradiegetico, quelle attoriali, con quei tempi comici sballati e un po’ fuori tema che provocano effetti ora patetici ora più apertamente stranianti, come avviene quando alcune scene di litigio sono chiuse da esili battutine che non suscitano alcun effetto. Ma in fondo anche questo appare funzionale a celebrare quel trionfo degli “sdraiati”, è in questo che la Archibugi trova la sua personale chiave di lettura del libro di Serra, celebrando il loro vitalismo e la loro pigrizia, contemplandoli sul divano così come nelle corse in bici, il futuro è loro e non c’è nulla di cui preoccuparsi. Nel dubbio, forse è meglio avvertire di questo anche Michele Serra.

Info
Il trailer de Gli sdraiati.
La pagina dedicata a Gli sdraieti sul sito della Lucky Red.
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