Agadah

A dieci anni da L’aria del lago il lecchese Alberto Rondalli torna al cinema con Agadah, ambizioso adattamento (e inevitabile riduzione) de Il manoscritto ritrovato a Saragozza di Jan Potocki. Un viaggio misterico nei demoni della mente, e in quelli della tradizione cabalistica.

Il manoscritto di Potocki

Siamo nel 1815, il conte Potocki sta lavorando al suo romanzo nell’elegante dimora in cui vive. Maggio 1734, Alfonso di van Worden, giovane ufficiale Vallone al servizio di Re Carlo, ha ricevuto l’ordine di raggiungere il suo reggimento a Napoli nel più breve tempo possibile. Nonostante Lopez, suo fedele servitore, cerchi di dissuaderlo dall’attraversare l’altopiano delle Murgie, perché infestato da spettri e demoni inquietanti, si mette ugualmente in cammino. In un intreccio fantastico, tra sogno e realtà, che ricorda il Decamerone e le Mille e una Notte, Alfonso compirà un percorso iniziatico, durante dieci lunghe giornate, tra allucinazioni e magia in caverne misteriose, locande malfamate, amori scabrosi e apparizioni diaboliche. [sinossi]

Il manoscritto trovato a Saragozza, che Alberto Rondalli con Agadah cerca di tradurre in immagini nel modo più fedele possibile (almeno in parte) si apre con questo incipit: “Mi trovavo all’assedio di Saragozza come ufficiale dell’esercito francese. Alcuni giorni dopo la presa della città, essendomi spinto in un luogo un po’ fuori mano, scorsi una casetta di belle proporzioni in cui, almeno in un primo tempo, credetti che nessun francese avesse ancora messo piede”.
In un periodo storico cruciale per l’Europa, con la spinta propulsiva della Rivoluzione Francese oramai in via di spegnimento, sia per la svolta autoritaria napoleonica, sia per la reazione del resto del Vecchio Continente già pronto alla Restaurazione del passato, Jan Nepomucen Potocki – polacco che, dettaglio da non sottovalutare, scriveva in francese – si toglie la vita sparandosi nella tempia un proiettile d’oro ricavato da una guarnizione e dal letterato levigato e lavorato nel corso degli anni. Un modo a dir poco inusuale di suicidarsi, coerente con le bizzarre avventure cui va incontro il protagonista del suo capolavoro, disperso nella Spagna alla ricerca della via più veloce per raggiungere Madrid; un viaggio verso il nulla, in realtà, sovrapposizione di storie su storie, narrazioni diverse che si intersecano le une nelle altre seguendo lo schema de Le mille e una notte. Un’occasione, per l’erudito Potocki, per teorizzare sulla scrittura del genere, sulle codificazioni letterarie, sul dedalo dell’immaginario cui può andare incontro, e perdervisi, chi ha ancora la capacità di non fermarsi all’ovvio, al razionale, al materiale.

Nello spostare le vicende del romanzo in terra italiana, Rondalli con Agadah sceglie anche di semplificare la questione, riducendo il tomo di gran parte e concentrandosi solo su dieci giorni nella vita di Alfonso di van Worden, sul totale di sessanta narrato da Potocki. Una scelta che riecheggia quella della prima edizione italiana del volume, curata da Adelphi nel 1965, e che trattava solo delle prime quattordici giornate “iniziatiche” di van Worden. Non è però solo questo dettaglio a rappresentare uno scarto in Agadah: Rondalli, con una scelta di fatto anche coraggiosa, riesce a smentire Potocki pur rimanendo piuttosto fedele ai singoli accadimenti che si susseguono sullo schermo. Mentre nel 1964 Wojciech Has nella sua versione in odor di nouvelle vague polacca si divertiva a mandare all’aria tutti i preconcetti del cinema “realista”, Rondalli sviluppa la sua poetica attraverso uno sguardo livido, mai aderente a un’ipotesi direttamente visionaria.
Ne viene fuori un’opera lugubre, in grado di far respirare per gran parte della sua durata un’aria mortifera, malata, dimessa: Agadah non lascia forse troppe tracce di sé nella memoria, ma sarebbe ingiusto non riconoscere la volontà di creare un proprio mood e di aderirvi con pervicacia e costanza. Viene ovviamente meno il discorso teorico sul genere, e resta in realtà il puro racconto, intreccio di cui in ogni caso Potocki fu maestro indiscutibile. Più somigliante a ben vedere alle miserie sottoproletarie del Decameron pasoliniano che al turbinio fantastico, Agadah è un piccolo film che non merita di essere preso sottogamba o, ancor peggio, di venire snobbato. Rischio cui, purtroppo, va invece incontro.

Info
Il trailer di Agadah.
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