Assassinio sull’Orient Express

Assassinio sull’Orient Express

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Kenneth Branagh riporta in vita Hercule Poirot e lo mette di fronte al suo caso più celebre, l’assassinio sull’Orient Express; chi ha accoltellato per ben dodici volte il facoltoso americano Samuel Edward Ratchett mentre questi dormiva nella sua cuccetta? Agatha Christie però, a parte la trama basica, non abita più qui e il film si perde sui nomi di un ricco ma scipito cast internazionale.

…And Justice for All

Il celebre investigatore Hercule Poirot si trova a bordo dell’Orient Express, in viaggio da Costantinopoli (Istanbul) a Calais. Tuttavia, a causa di una bufera di neve, il treno è costretto a fermarsi e si scopre così che uno dei passeggeri è stato ucciso durante la notte. Poirot comincia le sue indagini per trovare il colpevole, nascosto tra i passeggeri del vagone. [sinossi]

Assassinio sull’Orient Express, che raggiunge le sale italiane dopo l’ottimo successo di pubblico registrato nel Regno Unito, certifica con ogni probabilità la verità già emersa meno di un mese fa al momento dell’uscita di Mistero a Crooked House di Gilles Paquet-Brenner: Agatha Christie non abita più qui. Se c’è un clamoroso assente nello sfarzo esibito di questa nuova riduzione cinematografica di quello che è forse il più celebre dei casi fronteggiati da Hercule Poirot è infatti proprio il romanzo di partenza, e ancor prima l’ardimentosa, colta e ironica – ai limiti del sarcasmo – penna della grande scrittrice britannica. Se nel caso di Gilles Paquet-Brenner questa sensazione era data da una regia anodina, incapace di evitare anche il più minimo dei calligrafismi e perso in una dimensione intermedia, né realista né evocativa, per Assassinio sull’Orient Express la situazione si ribalta completamente. Fin dall’incipit ambientato davanti al Muro del Pianto di Gerusalemme, con quell’inquadratura a schiacciare dall’alto gli ebrei che vi si recano a pregare, appare evidente come l’interesse principale sia quello di spettacolarizzare, trovare il punto d’aggancio con cui sorprendere almeno idealmente lo spettatore: una mossa commerciale anche comprensibile, per quanto discutibile nel rapporto con la scrittura della Christie, e che trova il suo punto d’arrivo nella scelta di posizionare in cabina di regia Kenneth Branagh. Alla perenne ricerca del punto di connessione in grado di legare universo teatrale e cinematografico, Branagh ha trasformato nel corso dei decenni il proprio narcisismo – termine da non declinare solo nella sua accezione negativa – in una vera e propria cifra stilistica: quei baffi ultra-posticci con cui gioca a fare Poirot completano il percorso.
Assassinio sull’Orient Express non è un adattamento del romanzo, se non per una stanca velleità di seguirne ritmo e accadimenti, ma piuttosto una riflessione – forse banale, ma non è quello che conta in questo momento – sul senso della messa in scena; Branagh non sembra calarsi nel personaggio di Poirot, ma mantenere quella distanza che dovrebbe permettere allo spettatore di cogliere la ricostruzione.

Ecco dunque tutti i personaggi entrare in scena, come se si trattasse di una rappresentazione teatrale – il piano sequenza che accompagna Poirot sull’Orient Express alla stazione di Istanbul è abbastanza eloquente da questo punto –; in alcune occasioni si coglie quasi la percezione di una ricerca dell’applauso dopo un breve monologo, o un colpo di scena. Applauso in tutta franchezza difficile da concedere a un film che procede solo per via della messa in moto di un meccanismo industriale che ben poco di reale mantiene sotto la superficie. Se non ci si diverte nel corso della visione di Assassinio sull’Orient Express è proprio perché viene prosciugato qualsiasi scavo psicologico, e viene meno ogni lettura introspettiva dei personaggi. Lo stesso Ratchett è solo puerile carne da macello. Il suo assassinio non produce sgomento, il disvelamento della verità non è accompagnato da partecipazione emotiva. Poirot stesso, invece di apparire anziano e desideroso di pace, è utilizzato da Branagh come puro deus ex-machina, indispensabile tassello che di umano, di sincero, di credibile ha oramai assai poco.
Non è solo la memoria del romanzo a produrre uno scarto netto nei confronti di questo Assassinio sull’Orient Express, ma anche e soprattutto il paragone inevitabile con l’ottimo adattamento che curò Sidney Lumet nel 1974: lì ancora si respirava un profondo interesse per l’intreccio, affrontato di petto, senza fronzoli, senza passaggi intermedi, senza dover dimostrare una presunta capacità tecnica. Altri tempi, probabilmente, e altre abitudini spettatoriali. Chissà…

Quel che è certo è che del film di Branagh restano impressi nella memoria pochi dettagli, e nessun personaggio sale davvero sulla ribalta: tutti restano confusi sullo sfondo, alcuni perfino abbandonati mestamente nelle retrovie (con tanto di cambi di nazionalità, o di pigmentazione, come l’italiano Foscarelli che si trasforma in Biniamino Marquez o la svedese Greta Ohlsson che diventa ispanica, con il volto di Penelope Cruz: ricerca di nuove minoranze etniche da portare al cinema?), mentre a farla da padrone sono dolly, carrelli, sinuosi movimenti in steadycam. Un modo per muoversi nello stretto spazio di una carrozza, ma anche per evitare di dover fare i conti con un delitto, con delle colpe e delle giustificazioni, e con un’indagine per la quale non si nutre alcun interesse.
Svuotando la polpa del romanzo rimane solo la bella cornice innevata, il ricco treno in viaggio verso nord, un po’ di sangue finto, e quel 65mm con cui è stato girato il film – come Dunkirk di Christopher Nolan, che annovera tra gli interpreti proprio Branagh, e come uno dei migliori titoli della filmografia dell’attore shakespeariano, il fluviale Hamlet – che rimane un vezzo, un divertissement, un arricciamento compiaciuto di baffi. Posticci.

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Il trailer di Assassinio sull’Orient Express.

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