Smetto quando voglio – Ad honorem

Smetto quando voglio – Ad honorem

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La trilogia diretta da Sydney Sibilia si chiude con Smetto quando voglio – Ad honorem: la scalcinata banda di ricercatori universitari capitanata da Edoardo Leo dovrà trovare il modo di evadere da Rebibbia per impedire una strage ordita da colui che ha sintetizzato il Sopox: Walter Mercurio.

La fase dell’Ossitocina

Atto finale della trilogia diretta da Sydney Sibilia, Smetto quando voglio – Ad honorem vede la banda di cervelloni incompresi, capitanata dal neurobiologo Pietro Zinni, riunirsi per l’ultima sconsiderata impresa. Accanto all’ex galeotto produttore di smart drug ritroviamo il chimico Alberto, i due latinisti Mattia e Giorgio, l’impacciato antropologo Andrea, il timido archeologo Arturo, e l’avventato economista Bartolomeo. Impegnata a chiudere i conti col passato, la gang di ricercatori è costretta a chiedere aiuto al nemico di sempre: il boss malavitoso con una laurea in ingegneria navale, Er Murena… [sinossi]

Smetto quando voglio – Ad honorem porta a conclusione la trilogia iniziata (senza essere tale, almeno sulla carta) tre anni fa e continuata a inizio 2017 con il secondo capitolo Masterclass, e si chiude – in maniera giustamente programmatica – proprio sull’incipit di quel Smetto quando voglio che rappresentò un piccolo ma significativo caso all’interno dello scenario cinematografico italiano. Quasi una sorta di reintepretazione del trittico soderberghiano dedicato alla banda capitanata da Ocean, Smetto quando voglio dovrebbe, al di là della lettura critica dei singoli episodi, essere studiato come un esempio possibile per smarcarsi dalle logore logiche della stantia produzione nazionale: orchestrato un piano ben ordito sulle trame già accennate nel televisivo Boris (è da lì dopotutto che viene parte del cast, ed è da lì che si trae ispirazione per un mood sarcastico, dolente e non privo di una buona dose di crudeltà), il progetto di Sydney Sibilia ha osato spingersi un passo più in là, trasformandosi in saga e giocando con consapevolezza sul doppio livello commedia/noir. Se il primo capitolo pendeva ancora con nettezza solo dalla prima parte della barricata – anche le deviazioni di genere erano intessute esclusivamente in una logica comica – il secondo e il terzo hanno provato ad allargare l’orizzonte, con risultati in parte forse rivedibili ma senza dubbio interessanti. Molto interessanti.
Smetto quando voglio – Ad honorem si apre cercando di rimettere in fila alcuni passaggi che potrebbero essere usciti dalla mente degli spettatori: ecco dunque introdotto in maniera finalmente compiuta il personaggio di Walter Mercurio, villain che – come praticamente tutti i protagonisti della serie – ha un passato all’interno del mondo accademico italiano. La scommessa vincente, quella di trasformare le “migliori menti” di una generazione mandata al macello in piccoli criminali, sfonda una volta per tutte le pareti che in ogni caso la recintavano: la descrizione del mondo universitario che prende corpo in Smetto quando voglio – Ad honorem fa ancora ridere, ma senza bisogno delle esagerazioni del primo capitolo. Qui tutto è tremendamente realistico, e il ghigno carico di mestizia si fa largo sul viso del pubblico.

Da un punto di vista squisitamente strutturale questo terzo appuntamento con Pietro Zinni e la sua banda di ex ricercatori ed eruditi mescolatasi al mondo sottrerraneo della Roma criminale si suddivide in due parti distinte ma ovviamente intrecciate tra loro: la prima metà è un film carcerario, con i ricercatori che debbono fuggire da Rebibbia, e la seconda metà li vede invece impegnati nel tentativo di scongiurare una strage che Mercurio vorrebbe portare a termine, all’interno della Sapienza, con il gas nervino. Smetto quando voglio – Ad honorem gioca gran parte della sua efficacia sull’affiatato gruppo di interpreti che si cala nella “banda dei ricercatori”: Edoardo Leo, Pietro Sermonti, gli ottimi Valerio Aprea e Stefano Fresi (forse i migliori del lotto), Marco Bonini, Giampaolo Morelli, Libero De Rienzo, Lorenzo Lavia, Paolo Calabresi, l’avvocato Rosario Lisma, cui si aggiungono il già citato Mercurio interpretato da Luigi Lo Cascio e il “murena” cui presta le fattezze Neri Marcoré.
È indubbio che sia su di loro, e sulla capacità di creare una coralità mai sbilanciata, che il film affidi gran parte del peso strutturale, e le sue possibilità di trovare attenzione in un uditorio sempre più distratto da sirene televisive. L’obiettivo per la distribuzione è con ogni probabilità attestarsi attorno ai 4 milioni che riuscì a incassare il capostipite della trilogia. Una sfida non semplice, perché paradossalmente Smetto quando voglio – Ad honorem mette sul piatto della bilancia un’architettura troppo sofisticata, nonostante alcune dispersioni narrative e qualche semplicismo di troppo. Prodotto popolare che non accetta le regole ferree, per quanto non scritte, della prassi, Smetto quando voglio – Ad honorem rischia da un lato di non soddisfare gli istinti più immediati di una fetta di pubblico, e dall’altro di attirare chi analoghi prodotti stranieri li seguirebbe con maggiore attenzione. Questo potrà dirlo con esattezza solo il risultato al botteghino, comunque: quel che è certo è che con Ad honorem si chiudono le avventure di Pietro Zinni, brillante scienziato che non trova spazio in un’Italia sempre più dedita alla mediocrità. A Sibilia il merito di aver dato vita a una creatura a tre teste dominata dalla compattezza, sicura di sé, consapevole della propria dimensione e in grado di utilizzare con una certa dose di personalità stilemi atipici per la prammatica produttiva italiana.

Info
Il trailer di Smetto quando voglio – Ad honorem.
Smetto quando voglio – Ad honorem: una clip.
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